Tuscia in pillole. Alla scoperta di Gradi/1

di Vincenzo Ceniti*

pranzo di Natale di detenuti a Santa Maria in Gradi (anni Cinquanta, collezione Vincenzo Marolda)

Da quel terribile bombardamento del 1944 non si è più riavuta. A rianimarla non ci sono riusciti neanche due “galantuomini” come Arnaldo Graziosi, uxoricida, e Gaspare Pisciotta (braccio sinistro del bandito Giuliano) di professione operatore di stragi, come quella di Portella della Ginestra del 1947 con 11 morti.

I due erano negli anni Cinquanta clienti stellati nel vecchio carcere di Santa Maria in Gradi di Viterbo (veniva chiamato tout court Gradi) ricavato dal 1883 in un complesso monastico in disuso, con chiesa, chiostri e convento. Nel 1996 venne trasferito in altra struttura.

E’ istruttivo sapere che la madre di Pisciotta, la signora Rosalia, quando nel 1952 il figlio era detenuto a Gradi per il processo, aveva preso in affitto a Viterbo una camera in via Cavour (non lontana dal carcere) per controllare personalmente la “qualità” del cibo somministrato a Gaspare. Quando verrà trasferito all’Ucciardone di Palermo quei controlli non li potette più fare e quindi non riuscì a evitare il veleno nel caffè che venne somministrato all’amato figliolo per garantire un silenzio eterno.

Le celle di Gradi si aprirono nel 1931 anche ad Alfiero Spinelli, uno degli estensori del manifesto pro-Europa di Ventotene e, durante il Ventennio fascista, a molti facinorosi anti-regime che si preferiva mettere al sicuro in carceri di provincia, meno “bollenti”. Ci fu anche la presenza nel 1943 di una decina di ebrei in attesa di essere trasferiti al campo di concentramento di Fossoli, vicino Carpi, nel Modenese.

Fece notizia la presenza a Gradi nel 1980 del “killer dagli occhi di ghiaccio”, Michele Viscardi, terrorista di “Prima linea” per l’omicidio dei Carabinieri Pietro Cuzzoli e Ippolito Cortellessa in seguito alla rapina a una filiale di Viterbo della Banca del Cimino. Agli inizi del secolo scorso furono ospiti di Santa Maria in Gradi pure  tre padrini  della camorra napoletana Enrico Alfano, Giovanni Rapi e Gennaro De Marinis, mandanti dell’omicidio (1906) di Gennaro Cuocolo e della moglie Maria Cutinelli.

La chiesa dove erano attrezzati laboratori per detenuti è rimasta com’era, semidistrutta, ma sono in atto finalmente concreti lavori di recupero. Miglior sorte è capitata all’adiacente convento (chiostri annessi) che negli anni Novanta venne ristrutturato per ospitare l’Università della Tuscia.

Per la storia bisogna risalire a Raniero Capocci, mezzo guerriero, mezzo cardinale, nemico delle eresie, oppositore dell’impero Svevo e sponsor terreno della Madonna che gli apparve in sogno raccomandandogli di costruire un eremo alle porte di Viterbo. Capocci obbedì, costruì, consacrò. E fu Santa Maria in Gradi, chiamata così in omaggio ai gradini davanti al portico della facciata.

Agli inizi del Duecento Capocci affidò il cenobio a Domenico di Guzman che si insediò con alcuni fratelli organizzandovi il primo capitolo del nascente Ordine domenicano. Nella  magna charta fondativa si parla di povertà, castità, carità, orazioni, prediche e lotta alle eresie. Fu subito comunità, coltivazioni agricole e accoglienza di pellegrini in una dependance di fronte alla chiesa, oggi fatiscente, conosciuta come Domus Dei.

Dai domenicani ai primi detenuti di fine Ottocento il passo è lungo e di mezzo c’è una folla di pontefici, imperatori, santi, benefattori e malfattori che nei secoli sono stati inquilini del convento. Alcuni di fama, come Clemente IV (alla sua morte a Viterbo nel 1268 seguì il primo e più lungo conclave della storia della Chiesa) e Urbano IV cui si deve l’istituzione nel 1263 della festa del Corpus Domini in seguito al miracolo eucaristico di Bolsena. Ma anche san Tommaso d’Aquino, san Bonaventura da Bagnoregio, Carlo d’Angiò, Filippo il Bello, Pietro di Vico e altri.

La chiesa ebbe anche il privilegio, nel giubileo del 1450, di avere una Porta Santa tutta sua, aperta in pompa magna alla presenza di papa Nicolò V in sosta a Viterbo per curarsi il mal di pietra presso la sorgente sulfurea del Bulicame. Tra le tante consacrazioni, si ricorda quella del 1258 di Alessandro IV, il papa legato al culto di santa Rosa (continua).

Nella foto, pranzo di Natale di detenuti a Santa Maria in Gradi (anni Cinquanta, collezione Vincenzo Marolda)

 

L’autore*  

ceniti

Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

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