Vorrei aprire questo articolo di cronaca natalizia dallo Strapaese con una domanda.
Che cosa hanno in comune Porta Romana, Porta Fiorentina, Porta della Verità, Porta Faul, le facciate del Palazzo dei Priori, della Prefettura, della cattedrale di San Lorenzo? Oltre a condividere la storica ubicazione a Viterbo, «città d’arte e di cultura», sono state precettate loro malgrado, per contribuire, bardate da luminarie mobili di gusto discutibile e provinciale che in alcuni casi ne svisano la percezione della struttura architettonica originaria invece che esaltarla, alla sarabanda degli addobbi di fine anno. Come se non si trattasse di parti consustanziali e integranti di complessi storico-monumentali tali prospetti sono stati oggetto di una vera e propria colonizzazione selvaggia da parte di filari luminosi, lampadine in sequenza lungo le direttrici verticali delle paraste, lungo quelle orizzontali dei cornicioni in aggetto, lungo quelle concavo-convesse delle volute laterali, miscelando a tali sottolineature arbitrarie sgocciolamenti verso il basso di presunte concrezioni di ghiaccio che stilla gocce luminose dalla sommità dei registri superiori.
Rigidità, esasperato e pervicace attaccamento al passato in contrasto con l’esigenza contemporanea e neo-pagana di gridare a squarciagola il diritto dei cittadini di godere di una spettacolarizzazione esibita del centro storico in questo periodo dell’anno? Affinché, grazie anche a queste cure palliative, a questi espedienti da maquillage stagionale, i viterbesi possano essere finalmente indotti ad abbandonare i circuiti extra moenia dei non luoghi, dei centri commerciali, dei pasti seriali e omologati in quanto a gusto nei fast-food, delle aree di parcheggio gratuite per riversarsi invece nelle vie del centro storico?
No, semplice constatazione, piuttosto, di quanto si compie secondo un copione indisturbato nel più totale silenzio. Ma soprattutto denuncia circa l’evidenza del dover rilevare che le luminarie da festa patronale di categoria subalterna sono state ancorate direttamente ai paramenti lapidei storici, risalenti a un lasso temporale compreso, tracciando una media della cronologia di riferimento dei monumenti, dal basso Medioevo al tardo Barocco!
Le catene luminose che inondano le membrature strutturali sono infatti ancorate, tramite tiranti che ne assicurano la stabilità, e grazie a lunghe viti e bulloni di acciaio infilati e fissati direttamente sui conci antichi di peperino, sulle basi delle colonne, sulle trabeazioni, sui cantonali, sugli stipiti (come si evince dalle immagini che corredano il presente articolo relative a Porta Faul e alla cattedrale di San Lorenzo).
I punti che sono stati prescelti sono le commettiture tra un blocco di pietra e l’altro, le soluzioni di continuità causate da pregresse forme di degrado, ma, incedibile a vedersi e a doverne scrivere mantenendo il dovuto autocontrollo, anche le aree ancora integre delle lastre e degli elementi di costruzione. Si deve arguire che l’operazione sia stata condotta a termine con certosina perizia evidentemente allo scopo di infilare le viti di acciaio per estendere e approfondire, sia le mancanze già presenti, sia per causare nuove forme di indebolimento del peperino. La percussione diretta delle superfici lapidee, la foratura superficiale e in profondità, l’introduzione meccanica di elementi metallici estranei, a breve distanza gli uni dagli altri, acuiscono infatti la gravità e l’estensione delle fessurazioni che determinano queste forme di degrado che in tal caso ha origine antropica. Le fessurazioni, antiche e quelle recenti databili al 2025, con il trascorrere del tempo provocheranno fratturazioni, ovvero il definitivo venir meno non solo della coerenza del materiale lapideo ma soprattutto macroscopiche soluzioni di continuità nei conci e nelle lastre. La fratturazione sarà all’origine della frammentazione e possibile caduta degli elementi lapidei oggetto di tali scriteriati interventi.
Si suggerisce che quanto si è compiuto a vista sotto gli occhi di tutti, senza che si sia sollevata una voce divergente, possa essere oggetto di sopralluogo e ispezione didattica anche da parte degli studenti dell’Università della Tuscia, spariti per numero e dispersi nella diaspora dei Dipartimenti ancora afferenti agli indirizzi attivi circa la tutela del patrimonio storico-artistico. Titolo del corso: “Conoscenza delle forme gratuite di degrado antropico ai monumenti di Viterbo per fare luce di festa paesana nella lunga notte invernale della salvaguardia”. Titolari dell’insegnamento: tutti gli attanti responsabili, per commentare le modalità di gestione disinvolta, ma anche per suggerire e mostrare, a lavoro eseguito, i punti più critici e gracili dell’apparecchiatura muraria dove reiterare il danno.
Ritengo che storici docenti di questo ateneo, che hanno formato intere generazioni di giovani al principio di tutela e appartenenza, e il pensiero va in primo luogo al compianto Michele Cordaro, possano avere qualche ragione fondata per far echeggiare ancora la loro voce dalle pagine dei loro scritti militanti e delle loro pubblicazioni scientifiche.
In vista del prossimo Natale, periodo durante il quale anche gli incalliti e i recalcitranti diventano più buoni, è auspicabile che amministratori, tecnici e funzionari preposti a vigilare sulla conservazione e tutela dei beni architettonici, ritengano prioritaria la manutenzione del patrimonio in luogo di rendere possibile l’attuazione di interventi confliggenti con il mantenimento in essere dei più pregevoli complessi architettonici della città, solo per fare un po’ di luce.



























