Prosegue l’itinerario tra le porte urbiche di Viterbo per segnalare il degrado dilagante in aree centrali che dovrebbero essere oggetto di particolare cura e che invece sono relegate, sotto gli occhi di tutti, nel più disperato abbandono, disperato perché nella fattispecie l’incuria non riguarda soltanto manufatti ma anche persone ostracizzate ai margini del vivere civile.
La questione bollente può essere circoscritta in cinque, fondamentali domande.
- È pensabile che una porta urbica, giornalmente varcata dai viterbesi, possa insistere su un’area oggetto di risanamento e restauro, inseriti nel PNRR, che formalmente dovevano essere conclusi nella scorsa primavera e che invece non sembra saranno ultimati a breve?
- È possibile che chi attraversa quella stessa porta a piedi, da e per il centro storico, o chi parcheggia debba rischiare quotidianamente la vita perché l’area stessa è dominata da un edificio pericolante e non agibile?
- È umanamente tollerabile che sotto le arcate che sostengono la scalinata di accesso allo stesso palazzo vivano e dormano alcuni senzatetto in condizioni di degrado e dimenticanza?
- Si può attraversare quest’area simulando di non essere colpiti dai segnacoli drammatici di esistenze condotte in un indegno dimenticatoio di prossimità, di non calpestare immondizia e non vedere sfregiate le murature antiche da graffiti e scritte?
- Non suscitano sdegno le condizioni di consunzione nelle quali versa un affresco, una Crocifissione di età medievale, ubicato nell’intradosso dell’accesso pubblico, che rischia di andare definitivamente perduto perché costituito da quelle che, con citazione storica, potrebbero essere definite iconae fugientes?
A Viterbo, “città d’arte e di cultura”, tutto ciò si consuma tra l’ex chiesa di Santa Maria delle Fortezze (nella cover), Porta San Leonardo, l’ex istituto San Giuseppe e la piazzetta attigua alla mensa della Caritas dove è presente un piccolo parcheggio e che, durante l’anno scolastico, gli allievi dei limitrofi istituti percorrono ogni giorno.
L’ex chiesa di Santa Maria delle Fortezze è oggetto di un intervento di risanamento che doveva essere già stato portato a termine entro lo scorso mese di marzo. Caratteristiche dei lavori e loro scadenza sono dichiarate nelle comunicazioni ufficiali che corredano le transenne perimetrali rispetto al sito. A questo cantiere se ne è aggiunto ora un altro che costringe i passanti a uno slalom di destrezza. Le strutture murarie che connettono l’originaria cubatura conventuale, afferente alla chiesa con la preesistente Porta di San Leonardo, sono letteralmente devastate da scritte spray diffuse. Con il trascorrere del tempo ne sono state aggiunte di nuove. I graffiti si sovrappongono, proliferano secondo la logica in base alla quale lo spirito di emulazione, unito all’impunibilità e al non intervento, fanno regredire, per filiazione psicologica, un’area preziosa dal punto di vista architettonico e storico-artistico a luogo devastabile, a terra di nessuno. L’incuria consolidata deprezza automaticamente lo spazio non salvaguardato e lo svilisce nel sentire comune, lo fa decadere a contesto dove chi vuole presume di poter lasciare una traccia ablatoria, il segno deprecabile della devastazione. Il processo psicologico e anti-culturale che si è compiuto negli anni può essere associato a questa esemplificazione teorica le cui ricadute oggettive e comportamentali sono evidenti.

Ricostruiamo l’itinerario di un ipotetico turista che si avventuri in questa zona.
Superata la porta in direzione del centro, i forestieri avranno modo di notare che le auto vengono parcheggiate a ridosso degli arconi che sostengono un edificio pericolante e non agibile, condizione comunicata da apposita insegna, totalmente disattesa. Proprio lì, sotto quegli arconi i pellegrini giubilari si potranno rendere conto che cercano riparo e dormono alcuni senzatetto. In passato la stampa ha segnalato la situazione, ma a tutt’oggi lo stato di cose non è cambiato. Le tracce drammatiche di questa permanenza sono tuttora evidenti, si affiancano all’abbandono nel quale versano le cubature architettoniche medievali retrostanti e l’ex istituto San Giuseppe, transennati e in preda a una vera e propria giungla urbana di piante infestanti. Ma l’animo gentile dei visitatori più poetici non potrà rimanere insensibile di fronte a un’immagine di surrealtà a buon mercato che, irridente, si dipana di fronte ai loro occhi grazie alla collocazione di vasi fioriti sul parapetto di questo stesso edificio cadente, quale inutile operazione di maquillage attuata da un’associazione locale. Tale intervento sembra suggerire che, in mancanza di pane, si possano mangiare brioches, che in assenza di un risanamento ricostruttivo si possano abbellire con i gerani i parapetti pericolanti, che un’infezione setticemica possa essere curata con vita regolare e integratori alimentari.
Protocollare morale conclusiva.
L’evidente precarietà, il carattere di polveriera da innesco facile continuano a sussistere, in questo scorcio agostano torrido, mentre si avvicina la riapertura delle scuole: la zona è infatti punteggiata di istituti, il Liceo Santa Rosa e il Liceo Mariano Buratti ad esempio, per raggiungere i quali ogni giorno numerosi studenti e professori dovranno continuare ad attraversare questa parte della città, con buona pace della sicurezza nei luoghi e negli spazi pubblici.
La cittadinanza attende risposte.
L’Autore
Salvatore Enrico Anselmi, storico e critico d’arte, scrittore è autore di monografie sulla committenza artistica nobiliare in età moderna a Roma e nel Lazio, con particolare attenzione per le famiglie Giustiniani, Farnese, Pamphilij. Suoi contributi scientifici sono apparsi su riviste specialistiche e atti di convegno.
Domenica 24 agosto alle ore 19, in qualità di scrittore presenterà l’ultimo romanzo “LA CITTA’ DEL SOLE”, edito da Effigi, nell’ambito della rassegna LIBRI E CALICI, al Castello di Santa Severa .Ingresso libero.



























