Perché non sia vana la morte di Omar, e altri non debbano convivere con la paura del rifiuto

di Maria Teresa Muratore

Omar Neffati

Perché non sia vana la morte di Omar, e altri non debbano convivere con la percezione tremenda di sentirsi rifiutati.

Non si dovrebbe morire a 27anni, non si dovrebbe mai morire  a questa età.

La morte di un giovane ci lascia sempre sorpresi, attoniti, impotenti; la morte di un ragazzo suicida ancora di più, ci colpisce come uno schiaffo improvviso, anzi come un pugno nello stomaco.

Pensiamo a quanto deve essersi sentito solo, disperato, abbandonato, per aver compiuto un gesto del genere.

Se lo conoscevamo ci sentiamo in colpa, per non aver capito il suo disagio, per non aver intuito quanto fosse grave, perché non siamo passati da casa sua in quel momento- eppure eravamo lì sotto- perché non lo abbiamo chiamato- eppure ci era venuto in mente.

Ho conosciuto persone che lo hanno fatto, persone che conoscevo, persone fragili che non reggevano il peso della vita quotidiana, persone sensibili che si lasciavano condizionare da un ambiente ostile o semplicemente indifferente, persone che si sentivano inadeguate, persone bullizzate; e ci può essere qualcuno, come Ian Palach, che lo fa come gesto dimostrativo per un ideale, nel suo caso, di libertà. Ma, a parte quest’ultimo caso, ogni persona, anche quelle “che non avresti mai detto”, a parte il fatto scatenante, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, vivevano comunque una situazione di fragilità e questa loro caratteristica noi la usiamo per scusare noi stessi, per non essere stati capaci di aiutarli, per discolparci. Invece, dovremmo sentirci colpevoli, se non siamo stati in grado di vedere, di capire, di soccorrere.

Questo ragazzo, per cui leggiamo in questi giorni tante testimonianze di grande stima per il suo impegno nel Sociale e ammirazione per la sua dedizione agli ideali in cui credeva, e tante parole di affetto e di dolore, chiedeva, lui, nato in Tunisia, arrivato quando aveva soltanto sei mesi in Italia e che in Italia aveva compiuto tutti gli studi, la cittadinanza italiana.

Ecco, penso che a sentirsi colpevole in questo caso, non debba essere chi standogli più o meno vicino non si sia accorto, ma tutta la nostra Società, che non vuole vedere il disagio di persone che si sentirebbero italiane a tutti gli effetti, e come italiani vivono, insieme a noi, ma senza essere riconosciuti, senza poter votare per esempio, ma va bene invece se studiano, lavorano, si impegnano civilmente, ecc,

La nostra società dovrebbe fare un salto culturale e chiedere al Governo di farsi finalmente carico di questo problema.

Salto culturale significa che non dobbiamo vedere queste persone come un problema, come un ingombro, ma come persone vere, con un’anima e sentimenti che vanno rispettati.

Perché non sia vana la morte di questo ragazzo, e altri non debbano convivere con la percezione tremenda di sentirsi rifiutati.

 

 

 

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