LIFE/Elisa Scorsini: Israele, una terra attraverso una lente. 2°parte

Vi invito fortemente a guardare i miei film; io mi diverto moltissimo a vedere come mi rappresentano o come non lo fanno. I registi all’inizio hanno cercato di produrre dei filmati che potessero esprimere il mio sentimento e quello della mia gente, volevano muovere e toccare il mondo contro le oppressioni che ho dovuto sopportare e i regimi politici che ho dovuto subire. È il conflitto tra israeliani e palestinesi ad essere il tema principale delle loro riprese cinematografiche,  piene di scene molto violente; vogliono ricordare il sangue versato, i patti irrisolti e le migliaia di persone innocenti ingiustamente uccise nel conflitto. Questi film assolutamente realistici hanno conquistato molti premi e continuano a “vincere” sui palcoscenici di giurie sconosciute, ma a me non rallegrano per niente, possibile che io non riesca a trovare un po’ di serenità nemmeno nell’irrealtà del cinema?

All’inizio della mia storia ho accennato al movimento sionista, Sion è la collina di Gerusalemme; nei primi anni del Novecento questa iniziativa permise di richiamare molti ebrei sparsi nel mondo qui da me; per questo i primi film avevano un intento propagandistico ed educativo. Il cinema, come ogni altra espressione artistica, nasce proprio in funzione di ciò che riproduce e ad esso è legato non solo la serie di scene che vediamo nelle sale delle nostre città, ma tutto il popolo che lo ha prodotto, il regista, gli attori, il loro background culturale, sociale, economico e politico. Per esempio, dopo la fine del nazismo, la tematica ispiratrice dei cineasti israeliani era la guerra, la vendetta. Nei primi anni, i palestinesi non avevano un ruolo fondamentale, erano solo insignificanti comparse, invece con l’accentuarsi della loro presenza nella mia terra e il loro non voler convivere con il popolo ebraico, hanno assunto un ruolo via via più importante. I problemi qui sono molteplici, poichè anche gli ebrei che mi abitano non sono tutti uguali: quelli che hanno vissuto sulla loro pelle il nazismo e, quelli che invece erano riusciti a fuggire negli USA. Non so perchè, ma gli uomini trovano molta difficoltà ad integrarsi, a condividere uno stesso territorio, fiume o risorsa; Rousseau,- me ne sono giunte di notizie grazie ai mille viaggiatori che hanno percorso il mio suolo!-, diceva che la colpa risiedeva nell’idea della proprietà privata dell’uomo: che è felice nel momento in cui possiede, ma in particolare quando possiede più degli altri. Gli uomini sentono questa terribile necessità di segnare confini, di creare stati e leggi che debbano condurre il comportamento del cittadino non solo a livello collettivo ma anche individuale; io credo però che ogni uomo sappia cosa è buono o cattivo per lui e per chi gli sta intorno; è la società  e il contesto che poi plasmano la loro naturale inclinazione al bene; il desiderio di ricchezza, di prevalere l’uno sull’altro, la brama di gloria e di potere li accecano e li portano ad uccidersi, alcuni addirittura dicono che glielo abbia comandato il loro dio. Quale dio, quale forza naturale potrebbe mai volere il male, la distruzione o la morte? Io ho visto molto, sono stanca, ho bisogno di riposo e  tranquillità ,altrimenti non so proprio come riuscire a resistere! Tornando a noi, basta chiacchiere, facciamo richiami concreti. “Beaufort” è un film di Joseph Cedar girato nel 2007, candidato all’Oscar come migliore film straniero. Cedar fu poi premiato al festival di Berlino nello stesso anno come miglior regista. Narra l’obbligo di leva militare per tre anni a cui sono sottoposti i giovani israeliani del terzo millennio. Questi ragazzi nel fiore degli anni dovrebbero dare sfogo alla loro personalità e conoscersi; invece si ritrovano su un campo militare, pronti a subire minacce costanti e oppressioni che vanno a  “violentare” il loro animo e la loro psiche. Chi sopravvive in realtà muore; la guerra infatti cambia l’uomo, lo uccide a livello mentale e psicologico e fa sì che lui non sia più tale. Non saprei proprio dire, chi è più morto tra chi perde la propria vita e chi il suo animo. In questo caso non parlo solo dei giovani militari israeliani, ma anche di quelli palestinesi; in una guerra non ci sono i giusti e gli ingiusti, entrambi i fronti sono coinvolti in maniera assolutamente negativa e distruttiva; sarebbe interessante intervistare giovani ex-militari e capire come la guerra li abbia cambiati e, come la loro vita sia continuata dopo il conflitto. Avi Mograbi è un pacifista che usa il cinema per esprimere la sua visione esistenziale, ha scelto di assumere la voce critica ed operare all’interno del suo paese; attraverso i suoi filmati riproduce lo specchio della società israeliano, come nel suo film “Avenge but one of my two eyes” con cui ha partecipato al festival di Cannes del 2005. Il regista indaga e critica i paradossi della società israeliana, la quale in parte esalta il passato, i miti e le leggende, ma dall’altra non rifiuta la violenza, mentre condanna i palestinesi per accettare il fuoco nemico e rispondere. Il tema del conflitto è quindi sempre presente, in prima fila purtroppo tra tutti gli altri. Nel lungometraggio “Il giardino di limoni” (2008) di Eran Riklis si interpreta la difficile battaglia legale di una donna palestinese proprietaria di un limoneto contro il Ministro della Difesa israeliano che ha deciso di costruire la sua tenuta proprio sul confine della Cisgiordania. Per abitare in quel luogo, l’uomo deve utilizzare numerose forme di sicurezza e la piantagione di limoni non può garantirgliela; così ordina lo sradicamento delle piante, unica forma di sostentamento della protagonista palestinese Salma. La donna decide quindi di iniziare una causa legale che la spinge fino alla Corte Suprema israeliana contro la quale non potrà mai vincere; durante questo periodo fa amicizia con la moglie del Ministro, Mira, e le due identità si mescolano. Salma sarà costretta a vedere il proprio giardino parzialmente distrutto e la moglie del Ministro se ne andrà poiché dinanzi a lei non ci sarà che un muro di cemento. Ovunque l’uomo costruisca mura e chiuda porte, non ci sarà comunicazione e rapporto, ma la natura e noi, terre del mondo, non abbiamo posto recinzioni agli uomini, anzi la nostra estensione fisica era intenzionale affinchè si incontrassero e comunicassero. Perchè allora costruire ciò che non è naturalmente necessario?

Solo dalla fine degli anni Ottanta il cinema israeliano ha affrontato tematiche più delicate come quella religiosa e quella omosessuale. Un grande passo per un popolo in conflitto! Eytan Fox è uno tra i cineasti israeliani più noti in Italia, con il suo film “The Bubble” (2006). Questa “bolla” si riferisce proprio alla città di Tel Aviv in cui è ambientato il film, e  rappresenta questa condizione di apparente quotidianità e spensieratezza occidentale della città in confronto ai conflitti presenti. L’amore sboccia tra due uomini, uno israeliano, l’altro palestinese: il primo non conosce la differente etnia sociale al quale appartiene l’altro poiché l’ultimo conosce molto bene la lingua ebraica e riesce a nascondere la sua vera identità; quando viene scoperto i rapporti tra i due si complicano, si separano e coinvolti in una serie di attentati da parte di entrambi i fronti nemici, alla fine decidono di effettuare l’ultima estrema azione nel deserto, dandosi un ultimo bacio e facendosi esplodere insieme. Un amore tragico, soffocato dal sangue e privato della sua semplicità.

Per quanto riguarda invece il problema religioso, il teatro per eccellenza è Gerusalemme; questa mia città è famosissima; è il punto di riferimento per le tre grandi religioni monoteiste e proprio qui il problema della sopravvivenza è più forte, crudo e concreto.

Al di là delle trame difficili e sconcertanti che vi ho appena narrato e, lo ammetto hanno sconvolto anche me, c’è una possibilità di rinascita per i giovani che nel mio paese vorrebbero diventare registi o sceneggiatori e, spero che le tematiche con il tempo migliorino e mostrino un lato di me più positivo. Questa affermazione fa un po’ sorridere, lo so, eppure io sono sicura che nel buio più totale ci sia uno spiraglio di sole, e se c’è sole allora c’è vita. La scuola di cinema dell’università di Tel Aviv è molto importante, chi l’ha frequentata dice chiaramente che essa non dà solo una preparazione tecnica agli studenti, ma fornisce anche materiale culturale e storico; inoltre i ragazzi sono ben seguiti ed i professori aiutano volentieri i futuri cineasti o sceneggiatori alla produzioni dei loro filmati.

LEGGI LA PRIMA PARTE

Elisa Scorsini, studia al liceo Colasanti di Civita Castellana. Questo è il testo (che noi pubblicheremo diviso in 6 puntate)  con cui ha partecipato al concorso: “Alla scoperta d’Israele” nel quale i partecipanti attraverso una tematica a scelta (economia, storia e letteratura..) dovevano “interpretare” la realtà di questo popolo e Paese. 

COMMENTA SU FACEBOOK
CONDIVIDI