Via Cesare Battisti: La prima volta in cui ho visto Roma

Maria Letizia Casciani

Le case della vita torna arricchendo i Racconti del Giovedì con l’inedito “La prima volta in cui ho visto Roma”.

Di sicuro avevo meno di dieci anni. Prima di allora non avevo mai visto Roma.
Ero una bambina che non aveva fatto viaggi, ma questo, in realtà, in quegli anni capitava alla stragrande maggioranza delle persone che conoscevo, cioè, a tutti i miei compaesani.
Quelli che lasciavano il paese per andare da qualche parte come turisti erano pochissimi: la famiglia del farmacista, i nobili e pochi altri.
Nessuno di noi in paese aveva i soldi per farlo, non si era ancora diffusa la moda del turismo di massa.
Il consumismo, in questo senso, era ancora lontano dalle nostre vite.
Ho quindi trascorso in paese la grandissima parte della mia infanzia: sono riuscita a vedere il mare per la prima volta, solo durante una gita scolastica, alle scuole medie.
In parte quest’ultima cosa è giustificata dal fatto che noi, in paese, abbiamo un lago grandissimo: che bisogno poteva mai esserci, allora, di andare a vedere il mare?
Acqua era quella, acqua era questa! Meglio stare a casa, dunque.
In paese, invece, i turisti arrivavano.
Il nostro lago ne attirava, già allora, parecchi. C’erano molti bar e ristoranti, degli alberghi, dei camping; mio padre, d’estate, gestiva uno stabilimento balneare, che, per l’epoca, non era niente male.
In quegli anni – intorno al 1968 – il babbo non aveva ancora preso la patente e gli spostamenti della mia famiglia, fino ad allora, erano stati veramente limitati.
Qualche volta capitava di fare una capatina con il pullman nel capoluogo della provincia, Viterbo, quasi sempre quando io dovevo fare i prelievi di sangue per le analisi, visto che ero una bambina “linfatica”, come si diceva allora.
Di quelle incursioni nella città vicina al paese ricordo in particolare una piccola gioia che me le faceva apprezzare: proprio all’inizio del corso si trovava una gelateria, famosa per la qualità della panna che vi si trovava, dato che era legata ad un negozio lì accanto, che produceva mozzarelle e formaggi.
Dopo aver effettuato il prelievo di sangue, la mamma mi portava subito in quella gelateria a mangiare un maritozzo con la panna, per farmi riprendere dal lungo digiuno che avevo dovuto sopportare e per rimediare alla sottrazione di preziosi globuli rossi.
Ho ancora ben netta la sensazione che mi davano i pezzetti di zucchero della glassa del maritozzo, che restavano appiccicati sulle mie dita e che, finita la delizia del dolce (sempre troppo piccolo per la mia grande fame), assaporavo tutta felice, per prolungare quella goduria.
Le occasioni “extra” di gustare dolci non erano così frequenti a quei tempi, tutto sommato ancora assai spartani: dunque era necessario goderle fino in fondo. Magari, leccandosi anche le dita.
Essere una bambina linfatica – tutto sommato- presentava anche dei vantaggi!
Il capoluogo della mia provincia, dunque, era stato, fino a quel momento, il punto più lontano, rispetto al paese, nel quale mi ero spinta.
Un bel giorno, Lóla e sua figlia chiesero alla mamma il permesso di portarmi a Roma: avevano una casa dalle parti di Piazza Bologna e volevano farmi conoscere la città.
“Roma?! Oh mio Dio! Roma!” – mi pareva un sogno!
Il permesso fu accordato.
Partii dunque per il mio primo, vero viaggio. In autobus. Percorremmo la via Cassia per intero, fino a raggiungere la Capitale, di cui avevo sentito parlare così spesso.
Per strada, per la prima volta in vita mia, scoprii le delizie del mal d’auto: vomitai, ma in un modo molto elegante: l’autista mi diede un sacchetto di carta da tenere aperto davanti al viso e la cosa mi sembrò molto buffa. Comunque, vomitai di brutto, ma non mi sembrò un grosso problema.
Tutto, pur di vedere Roma!
Mancava poco a Natale e per la prima volta andavo in una grande città. Non sapevo che sarebbe stata un’esperienza elettrizzante! Ho ancora impresso nella memoria lo splendore incredibile di via Nazionale, addobbata nella sua interezza di luci scintillanti: delle grandi renne luminose.
In tutta la mia vita non avevo mai visto strade così grandi, io, che ero abituata alle stradine del paese, che erano anche poco illuminate.
Quella che avevo di fronte, guardando da Piazza dell’Esedra, era una via che si srotolava all’infinito, bellissima, con tutte quelle luci, da una parte e dall’altra!
Fu un vero e proprio imprinting: le luci di Natale, per me, conservano ancora oggi intatto il fascino che hanno esercitato su quegli occhi di bambina.
Durante quella prima, breve, incursione nella Capitale sbocciò anche un altro dei grandi amori della mia vita: quello per i Grandi Magazzini.
Dalle parti della casa romana di Lóla, infatti, c’era una filiale di Upim.
Le porte che si aprivano da sole mi fecero quasi impazzire dalla meraviglia. Sgranai gli occhi, poi, quando vidi tutte quelle belle cose messe in bell’ordine sui ripiani degli scaffali.
Ci si poteva avvicinare, toccare le cose , misurarle e, alla fine, avvicinarsi a quello strumento buffo, carico di tasti, che si chiamava “cassa”, per pagare.
Ne usciva uno strano nastro di carta, sul quale erano stampati dei numeri: il conto, lo scontrino.
Fu entusiasmante!
Lóla e sua figlia ridevano tra loro della mia meraviglia incessante.
Presi per la prima volta il tram. Guardavo a bocca aperta quella specie di autobus che si muoveva sulle rotaie ed osservavo quel buffo gancio, il pantografo, che lo collegava alla linea aerea da cui era alimentato. Era tutto meraviglioso, ai miei occhi di bambina.
Nella casa vicino Piazza Bologna potei osservare da vicino anche una vasca da bagno.
Ero abituata a farmi il bagno in una tinozza. Il bagno di quella casa era grande quasi come la nostra sala da pranzo e quella vasca troneggiava al centro.
Pensai addirittura che quello che sentivo chiamare da tutti “telefono”, fosse un vero telefono e così, durante la giornata, passavo tanto tempo, seduta sul bordo della vasca a fare telefonate immaginarie alle mie compagne di scuola, alla mamma, a mia sorella.
A casa dei miei, il vero telefono sarebbe arrivato solo quindici anni dopo, la vasca da bagno riuscimmo ad averla poi nella casa di via dell’Orticello, ma non riuscimmo mai ad utilizzarla, perché non avevamo l’acqua calda, visto che non c’erano né una caldaia, né i termosifoni.
Come sempre, anche a Roma, trovai il modo di farmi viziare da Lóla: la mattina facevo colazione con le rosette, le “ciriòle”, come le chiamavano lì, dei panini lievitati, vuoti all’interno.
A quei tempi si consumavano anche gli avanzi e quello era pane raffermo.
I pezzetti di rosetta, immersi in una tazza di latte, erano buonissimi: quel doppio sapore, dolce e salato, mi sembrava la fine del mondo.
Qualche giorno dopo tornai in paese, sentendomi ormai un po’ cittadina: mi dicevo che da grande sarei andata di certo ad abitare a Roma!
Tornata nella realtà quotidiana, iniziai, come era prevedibile, a guardare con un certo disprezzo tutto ciò che fino a quel momento aveva fatto parte in modo stabile del mio orizzonte quotidiano: il paese. Ormai ero cittadina!
Mi sembrava tutto così poco bello, così poco elegante. La mia casa, con i suoi mattoni sconnessi, senza riscaldamento, senza caloriferi, con le finestre che si chiudevano a malapena, con il letto in sala da pranzo, quella casa, insomma mi pareva davvero orribile!
In breve tempo rientrai nei miei binari, ma ancora una volta si presentò quella sensazione di “essere fuori posto”, di non sapere con certezza quale fosse la mia dimensione, quella che mi avrebbe permesso di sentirmi perfettamente a mio agio.
La metabolizzai e, apparentemente, la mia vita riprese senza grossi scossoni.
Quello che non potevo ancora capire, era che, per la prima volta nella mia breve vita, avevo fatto esperienza del diverso, della novità e questo sarebbe dovuto essere un incentivo all’apertura, alla curiosità verso il mondo. Lo fu solo in parte.

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