Il Premio Strega, che quest’anno ne fa Ottanta, ci tocca dal vivo, in quanto nel 1948 venne assegnato a Vincenzo Cardarelli (1887-1959), originario di Tarquinia, con il romanzo “Villa Tarantola” (Ed. della Meridiana). Una sorta di premio alla carriera per la sua lunga attività di superbo scrittore-poeta del Novecento italiano.
Quella del ’48 era la seconda edizione di una rassegna che all’indomani della guerra, con le macerie ancora fumanti, venne pensata e realizzata da Goffredo Bellonci alla testa di un manipolo di letterati riuniti negli “Amici della Domenica”, di cui faceva anche parte Guido Alberti, patron del liquore Strega.
Per la cronaca, la prima edizione del 1947 vide sul podio un giovane Ennio Flaiano con “Tempo di uccidere”. L’ottantesimo compleanno del Premio è ricordato in questi giorni al Macro di Roma con una mostra rievocativa curata da Maria Luisa Frisa e Mario Lupano (fino al 30 agosto 2026).
“Villa Tarantola”, dalla dichiarata venatura autobiografica, come lo sono del resto le sue liriche, ebbe la meglio su una ventina di opere, con 92 ok su 190 votanti. A Cardarelli (a quel tempo 60 anni) andarono le 300mila lire messe in palio dagli organizzatori. Tra i concorrenti di quell’edizione c’erano tra gli altri Curzio Malaparte (“Il sole è cieco”), Cesare Pavese (“Il compagno”) e il “nostro” Bonaventura Tecchi (“La presenza del male”).
In quel romanzo c’è dunque la sua vita, tendenzialmente triste, mai gioiosa, priva di affetti familiari (figlio illegittimo cresciuto senza genitori), dagli anni della gioventù, quando appena ventenne emigrò a Roma da un paese a lui ostile, a quelli trascorsi qua e là (Firenze, Ferrara, Recanati, anche la Russia), vagabondando in varie testate giornalistiche più o meno convenienti. Ne fondò una tutta sua, “La Ronda”, ritenuta una delle riviste letterarie più à accreditate di quegli anni. I ricordi e le esperienze personali, documentano in “Villa Tarantola” gli aspetti più confidenziali, i primi amori, la volontà caparbia ad una formazione “fai da te”, le adesioni e le delusioni, gli amici veri e quelli improvvisati, un pessimismo viscerale che lo fa accostare a Leopardi.
L’ultima stagione della sua vita lo vede come un intruso tra i fragori di via Veneto, seduto con sciarpa, cappotto e lobbia (anche d’estate) al caffè Strega (uno dei “rifugi” della Dolce vita felliniana) o a quello di via del Corso, cliente assiduo del Caffè Aragno, insieme a Giuseppe Ungaretti, Ardengo Soffici, Emilio Cecchi, Antonio Baldini, Amerigo Bartoli. Se ne stavano rintanati nella saletta del cosiddetto “Sancta Sanctorum” a chiacchierare di letteratura, politica, poesia.
Polemico, scontroso, severo con gli altri e con se stesso, conversatore brillante, ironico e sferzante, ha attinto sapienza e umori da maestri come Baudelaire, Nietzche, Pascal e lo stesso Leopardi, da cui ha mutuato equilibrio e razionalità.
Certamente più poeta che scrittore, tanto che nei primi anni Sessanta del secolo scorso il suo paese natale – come riparo a una inqualificabile negligenza – gli dedicò il “Premio di Poesia Tarquinia- Cardarelli” con giurie stellate di cui hanno fatto parte nelle varie edizioni intellettuali di prima fascia, come Ungaretti, Quasimodo, Repaci, Sinisgalli, Piccioni, Tecchi, Boneschi, Bigiaretti. E fu proprio Libero Bigiaretti, fra gli amici più cari (a cui dava del Lei), a sostenerlo nei momenti finali, in condizioni fisiche precarie, quando parlava a stento e diceva di non temere la morte purchè non l’aggredisse e si fosse annunciata.
E’ sepolto, come voleva, nel cimitero di Tarquinia accanto alla tomba etrusca dell’Orco dove riposa da secoli la fanciulla bellissima dei Velca, icona della civiltà rasenna. Non posso fare a meno di chiudere questa “pillola” con l’attacco dolce e struggente di “Passaggio notturno”, la poesia scritta dopo aver scrutato di notte dal finestrino di un treno, che lo portava chissà dove, il suo paese natìo. “Giace lassù la mia infanzia/ Lassù in quella collina/che riveggo di notte/passando in ferrovia,/segnata di vive luci…”.
L’autore*
Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.


























