TFF: L’affascinante ritratto di Sergio Leone in un tributo emozionante

di Nicole chiassarini

“Ciò cui Sergio Leone teneva di più era il film. Era che il film venisse realizzato come lui lo voleva, cioè con realismo, smitizzando le figure dei western americani. L’atteggiamento di Leone nei confronti del western americano non si limitava però a questo progetto di demitizzazione e di risarcimento realistico. Dai migliori western americani, Leone seppe trarre la lezione del gusto del particolare, della ricostruzione fedele, della resa in termini di azione. Il cinema di Sergio Leone costituisce un fenomeno di immensa portata, esso è il primo tentativo di un cinema critico non più in presa diretta con la cosiddetta realtà”.
È iniziata così la terza serata del Tuscia Film Fest dedicata a Sergio Leone, in ricordo della sua scomparsa trent’anni fa. A condurre Franco Grattarola, grande studioso di cinema e ideatore di “Tuscia Terra di Cinema”. Ospiti Franco Ferrini, uno dei maggiori collaboratori del regista e sceneggiatore di “C’era una volta in America” e Francesco Pannofino, tra i più popolari protagonisti del cinema italiano e straordinario doppiatore. Un inizio che ha lasciato senza fiato, un’interpretazione da parte del famoso attore impeccabile, che, leggendo un passo del saggio scritto dal Ferrini, ha immediatamente attirato l’attenzione del pubblico, portandolo all’interno di quel mondo creato da un regista che amava veramente il cinema e che ha lasciato un’impronta indelebile nella sua storia.
“Sono stato praticamente il primo a scrivere qualcosa di positivo su questo regista, biasimato e vituperato perché all’epoca il cinema commerciale veniva trattato così – racconta Franco Ferrini. Sono stato un pioniere nel parlare di un regista geniale, uno che aveva passato tutti gli stadi del cinema, facendo anche la fame. Dalla comparsa in “Ladri di Biciclette”, fino ad arrivare ai 36 milioni di dollari di “C’era una volta in America”. Mi disse che ero sprecato, che avrei dovuto lavorare nel cinema. Inizia come sceneggiatore, feci la gavetta. Ho fatto altri film prima, finché non c’è stata la chiamata di Sergio, aveva i diritti del libro di Harry Grey per il film. Così partimmo all’avventura di “C’era una volta in America”. Una serata interamente dedicata alle opere e alla vita di Leone, un susseguirsi di racconti, ricordi, testi, hanno omaggiato uno dei più grandi registi italiani che ha saputo affascinare il mondo intero con i suoi western, ma soprattutto il suo genio artistico.
“Mi ricordo perfettamente i film di Sergio Leone – è intervenuto Pannofino. Ero un ragazzino ed erano quelli che mi facevano sognare al cinema. Ed è stato quello che ha portato il sogno in quegli anni, perché in quei film ci si immedesimava, in quelle facce, in quelle voci, in quella tecnica cinematografica che rapiva, era difficile distrarsi durante un film di Sergio Leone”. E ha continuato leggendo un altro pezzo, dichiarazioni del vero regista romano, rapendo un pubblico già affascinato ed emozionato: “nel 1950 ho partecipato a “Quo Vadis” di Mervyn LeRoy, servivano molti assistenti per occuparsi delle comparse italiane. Avevano bisogno di una quantità enorme, circa duemila comparse al giorno. Il mio compito era quello di preparare le scene di massa e di battaglia. Non ebbi alcun contatto con LeRoy. Ma con “Elena di Troia” fu diverso, divenni amico di Robert Wise. Voleva imparassi l’inglese, desiderava lo accompagnassi in America e che continuassi a fargli da assistente nei suoi lavori successivi. Mi era riconoscente per avergli risolto tanti problemi con le comparse”.
Tra le altre cose, Leone fu uno dei migliori aiuto-registi degli anni ’50. Prima dell’inizio nel cinema western vero e proprio, ci fu l’esperienza fondamentale della Hollywood sul Tevere, nel momento in cui, grazie ad una legge di Andreotti, le produzioni americane potevano investire in Italia. E Leone, lavorando in molte di queste produzioni, si fece strada e diventò uno dei più bravi di quel periodo. Fino a diventare il regista che conosciamo oggi, pioniere del western all’italiana, punto di riferimento per le generazioni cinematografiche successive (tra i quali lo stesso famoso Quentin Tarantino), uomo rude ma estremamente puro. Un regista che con il cinema ha raccontato l’America, la sua America, figlia di una visione eroica dai tratti invecchiati e nostalgici. E che lo stesso Ferrini ha omaggiato: “al cinema di Leone si potrebbe applicare questa frase di Paul Valéry: le belle opere sono figlie della loro forma, che nasce prima di esse”.
La serata si è conclusa con la proiezione del documentario “Sergio Leone: Cinema, Cinema”. Un racconto inedito, un affascinante e ricco ritratto del famoso regista romano ideato da Carles Prats e Manel Mayol, uscito nei cinema italiani lo scorso aprile. Il film in poco meno di due ore racconta il genio e ripercorre vita, cinema e il cammino del regista, attraverso voci, volti e momenti.

COMMENTA SU FACEBOOK

CONDIVIDI