Storie di lavoro d’altri tempi: Radames l’ultimo tornaro

di Gianluca Braconcini

Gianluca Braconcini come esempio di lavoro in questo 1 maggio si affida alla storia, ricordando la figura di Radames Menghini un artigiano viterbese scomparso , cliente della sua  barberia ed “amico di mio padre”. Un piccolo mondo quello di Radames che non esiste  più e  che per questo appare ancor più lontano, che bisogna rievocarlo se non altro per valorizzarnee l’esempio di amore di dedizione al lavoro nel giorno in cui ne celebriamo la Festa.

Il tornio di Radames, dopo tanti anni, ha smesso di girare…e così anche l’ultimo Tornaro rimasto a Viterbo se n’è andato e con lui un’altra pagina del libro dei ricordi della nostra città si è voltata. Ora gli scalpelli, mazzuoli, squadre, compassi e tanti altri attrezzi rimarranno per sempre appesi al loro posto.

I meno giovani se lo ricorderanno bene Radames Menghini: classe 1927, piccolo di statura, una vocina stridula, dall’andatura lenta, un tipo un po’ curioso, con uno humor tutto su, un artigiano   “che sapeva fa’ l’òcchie pure a le purci”,  tanta era la sua abilità nel lavorare qualunque tipo di legno e nel creare qualsiasi oggetto nella sua piccola bottega in Via Mazzini 62.

Avendolo incontrato poco tempo fa, proprio per avere memoria di un mestiere ormai scomparso, mi invitò nella sua bottega e ripercorremmo insieme un periodo storico durante il quale il legno era uno dei materiali più usati per la realizzazione di arnesi ma soprattutto di oggetti necessari alla vita quotidiana, spodestato in poco tempo dalla plastica.

Entrando nel suo laboratorio le cose che subito mi colpirono furono l’intenso odore del legno che copriva tutti gli altri e la bellezza di trovarmi in una bottega d’una volta dove sembrava che il tempo si fosse fermato. In una “finta” e caratteristica confusione di attrezzi, disegni, ricci di legno, oggetti sparsi in giro, ho fermato lo sguardo su una vecchia foto appesa alla parete che ritraeva Radames alla fine degli anni Trenta, fuori la bottega del Tornitore Tondi, situata ai tempi in Via Saffi,  nella quale  lavorava come maschiètto de bottega.

Osservando quel vecchio scatto in maniera più particolare, rimasi sorpreso nel vedere la grande  quantità di oggetti e utensili in legno che si trovavano appesi in bella mostra fuori la bottega pronti per essere acquistati.

Per sapere cosa fossero e a cosa servissero alcuni di loro, ho dovuto chiedere spiegazioni a Radames, perché molti di questi oggetti sono ormai sconosciuti alla maggior parte di noi “viterbesi moderni” , come i verricelli o birèlli per i tiranti dei carretti, le parti che componevano i vecchi filarelli a pedale e i rocchetti scanalati utilizzati dai Funai nella realizzazione delle corde.

Il Tornaro infatti era colui che produceva una miriade di oggetti commissionati anche da altri artigiani come ad esempio i mozzi delle ruote dei carretti, i cosiddetti barili nei quali i Facòcchi inserivano successivamente i raggi; le zampe e i finalini di mobili e sedie che Falegnami e Sediari commissionavano su misura. Realizzava anche i cunei scanalati o quadrèlli usati dal Funaro per la commettitura delle corde ed  inoltre tantissimi altri  utensili, usati in cucina: mestoli, cucchiai, spianatore (tavole sulle quale si lavora la pasta fatta in casa) pale da forno, schifétti  (contenitori rettangolari con i bordi rialzati usati per cernere i legumi e, in piccoli dimensioni, come piatti per mangiare la polenta); nell’agricoltura (gioghi, sezioni d’aratri, manici per attrezzi). Anche nell’arredamento non mancavano produzioni del Tornitore: candelieri, attaccapanni, basi per tavoli  e poi oggetti d’uso comune come fusi per filare, cipìgnoli (salvadanai), uova per rammendi e vari tipi di giocattoli, come ad esempio il ruzzolone: una girella di legno delle dimensioni di una caciotta nostrana che viene lanciata utilizzando una funicella arrotolata lungo la circonferenza. Va ricordato che per ogni oggetto il Tornaro sceglieva ed utilizzava il legno adeguato a seconda dell’uso a cui il pezzo era destinato, nonché alla bellezza ed all’estetica dell’oggetto stesso.

Durante il mio incontro mi ha raccontato che iniziò a lavorare a otto anni, utilizzando un vecchio tornio a pedali più grande di lui, svolgendo questo lavoro sempre con passione e con tanto sacrificio. Mi ha poi mostrato i vecchi attrezzi (alcuni dei quali inventati e forgiati da lui), nominandomeli anche in gergo del mestiere: mazzuoli, compassi, lime, raspe, delle specie di coltelli col manico ad occhiello, i fèrri, utilizzati per fare manici di zappe, picconi, pale; una lunga sega detta sciabolòtto, scalpelli o pedane con lame di varia grandezza e spessore grazie ai quali realizzava sia i perni nelle zampe dei tavoli, nei pomi per le testate dei letti, che oggetti lisci come i lanzagnòli (mattarelli).

Inoltre un particolare scalpello detto cartòccio con il quale creava i fori nelle cannelle per botti e tini; le sgorbie o sgùbbie con forme e dimensioni diverse: con quelle a lama larga sbozzava il pezzo di legno, mentre con quelle più strette e fine produceva oggetti incavati come ad esempio i mortai da cucina, i cosiddetti pistasale e tanti altri attrezzi da riempire una parete intera.

Oltre a questi oggetti il Tornaro era l’artigiano che costruiva, per il divertimento dei ragazzi d’una volta, il famoso stornavèllo, una piccola trottola di legno con la punta di metallo con il quale i ragazzi organizzavano gare e tornei di spaccarèlla per i vicoli o negli spiazzi della città.

Il gioco consisteva nel colpire con il proprio stornavèllo, lanciato con una funicella, quello di un compagno estratto dopo una conta, che veniva posizionato a terra; si mettevano delle monete come posta e chi vinceva, si prendeva tutto. Un anziano amico di Radames che intanto si era fermato all’interno della bottega a farci compagnia, mi raccontava:

“Quann’adèro fijo le stornavèlle le facìvono le tornare, io annàvo su da Tondi ‘n via Saffe (Saffi), ‘ndo’ ce lavorava Radamèsse e pòe co’ l’amìce giocàomo a Sallupara a spaccarèlla o a riga.

      A spaccarèlla se mettìvono ‘n po’ de sòrde per’uno, pòe facève la conta e man quello che je toccàva mettéva lo stornavèllo a  terra; quell’antre, uno pe’ vòrta lo lanciàvono e l’évono da chiappà e spaccà. Chi vinceva pijàva su tutte le sòrde.  C’adèrono fije chi facìvono cèrte piante quanno je se roppéva lo stornavèllo, che de le vòrte ce l’ìvono fatto d’ormo (olmo) o d’abbéto (abete), chi massimamente costàono poco ma adèrono leggère e se roppévono sùbbeto, ‘nvece quelle fatte de cèrqua (quercia) o de crògnolo (corniolo) costàono mezza lira  ma adèrono tòste come la bréccia”.

Poi con orgoglio ha voluto farmi vedere come lavorava e così accendendo il tornio, ha infilato tra i perni un quadrello d’abete ed impugnando uno scalpello, ha iniziato a “sfiorare” il legno con accurata precisione ed un’apparente disinvoltura tale, che in poco tempo ha realizzato una zampa da tavolo così perfetta e variamente tornita che sembrava essere uscita da una fabbrica…come se l’oggetto fosse già memorizzato nella sua testa.

Finita la nostra lunga chiacchierata con amarezza mi ha confidato che avrebbe volentieri voluto insegnare a qualcuno il suo lavoro, per tramandare il suo mestiere, ma in tutti questi anni non è riuscito a trovare nessuno. Così dopo qualche foto ricordo, prima di salutarmi, ha voluto regalarmi uno stornavèllo con tanto d’autografo.

 

*Cultore del dialetto viterbese, conoscitore della cultura popolare

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