Dallo scorso febbraio è la nuova presidente di Arci Viterbo, una carica che le è stata affidata all’unanimità dal direttivo dell’associazione con cui collabora come progettista dal 2016 e che si affianca al ruolo che da dieci anni svolge nella segreteria organizzativa del Bio-distretto della Via Amerina e delle Forre, fondazione in prima linea contro la realizzazione del deposito di scorie nucleari nella Tuscia, contro la monocoltura del nocciolo e per la difesa e la valorizzazione del territorio. Incarico che Sandra Gasbarri, 44 anni a fine luglio, assume dopo un percorso chiaro e coerente, che inizia fin dal suo iter di studi, culminato con un 110 e lode alla facoltà di Scienze Ambientali dell’Università degli Studi della Tuscia con una tesi sperimentale svolta in Tanzania, dove ha lavorato fino al 2015 nella Cooperazione internazionale.
Ti abbiamo vista spesso nelle piazze di Viterbo e provincia in difesa dell’ambiente, della pace e della giustizia sociale. Qual è il minimo comune denominatore che unisce queste tematiche?
Non vi sarà mai una vera giustizia sociale senza una piena giustizia ambientale e viceversa, tutte le lotte sono interconnesse. Guerra, ingiustizia sociale, il collasso climatico e ambientale sono indissolubilmente intrecciati, sono i frutti avvelenati di un capitalismo che mercifica il vivente, privatizza i beni comuni e usa la guerra per l’accaparramento delle risorse. Questa logica di profitto genera crisi che sono economiche, sociali, ambientali e democratiche e che aprono profonde rotture, alimentando le disuguaglianze e la precarietà nei territori. Davanti a queste fragilità e all’avanzare di un modello fondato sulla prevaricazione, è evidente che tutto si tiene insieme e nessuno si salva da solo. La risposta risiede in una mobilitazione ampia e partecipata che sappia unire le energie e le resistenze della società civile per difendere ecosistema, comunità e diritti. Sono storie diverse che ci raccontano di una società civile che non si è arresa e sta maturando la percezione di potersi sentire nuovamente protagonista. Esiste una domanda di partecipazione, di giustizia e di cambiamento che attraversa il nostro Paese perché quando si affrontano i nodi irrisolti del nostro tempo, precarietà, guerra, genocidio, crisi climatica, razzismo, disuguaglianze, le persone, come abbiamo visto, rispondono e si muovono.
Sia per Arci sia per AUCS, l’Associazione Universitaria per la Cooperazione e lo Sviluppo di cui sei stata presidente fino a pochi mesi fa, l’impegno sociale è la priorità. Cosa significa proporre e promuovere la cultura dell’integrazione, oggi, in una realtà piuttosto ruvida come quella viterbese?
È un’urgenza e una responsabilità a cui sentiamo di dover rispondere con una proposta culturale, progettuale e con pratiche necessarie di resistenza quotidiana che mettano in discussione stereotipi e semplificazioni. Promuovere la cultura dell’integrazione a Viterbo significa prima di tutto contrastare una cultura diffusa nella nostra città, dove quotidianamente assistiamo a discorsi d’odio sui social e nel dibattito pubblico. Una città dove da mesi spicca di fronte a una delle porte principali della cinta muraria uno striscione con scritto “remigrazione” e che non si riesce a togliere, malgrado la pressione fatta da tutte le reti e organizzazioni sociali della città. La nostra responsabilità, in quanto organizzazione che da anni anima il movimento antirazzista e fa dell’accoglienza una pratica politica, è creare spazi di confronto e di dialogo. Promuovere la forma associativa come strumento di emancipazione e conoscenza, fare del contrasto al razzismo e dell’antifascismo una cultura diffusa, costruire un argine all’odio e all’intolleranza sono tutti obiettivi che c’impegnano ogni giorno. E’ fondamentale creare luoghi dove la pluralità non sia tollerata ma desiderata, realizzare sinergia con le reti, le organizzazioni e i sindacati con cui condividiamo principi e idee.
Quanto gli anni vissuti in Africa orientale hanno inciso sulla tua visione di comunità?
Sono stata per la prima volta in Tanzania, dove ho studiato e svolto una ricerca etnobotanica sull’utilizzo delle piante nella cura della salute. Ho poi lavorato nel servizio civile internazionale a sud del paese per poi proseguire il mio percorso come volontaria e cooperante internazionale. Vivevo in un piccolo villaggio rurale, Msindo, dove mi sono occupata di progetti di sviluppo agricolo e di empowerment femminile. Ho sempre lavorato in processi di partecipazione a stretto contatto con le comunità, le istituzioni e le organizzazioni agricole e sociali. Lavoravo in un team multidisciplinare con professionisti tanzaniani, ho appreso lo swahili, partecipato pienamente alla vita del villaggio dove vivevo e lavoravo. È stata un’esperienza che mi ha permesso di conoscere come si lavora nei processi di partecipazione comunitaria. Ho fatto assemblee, riunioni, incontri e appreso cosa fossero i processi decisionali collettivi, mi sono confrontata con una dimensione culturale molto diversa. La mia esperienza in Tanzania è stata essenziale per comprendere cosa sia il lavoro con le comunità locali e come sia possibile e utile confrontarsi con storie e culture diverse. In tanti anni vissuti nello stesso villaggio, sono stata una cittadina al pari di altre e altri cittadini africani, continuo ad avere ancora amici e amiche in quel villaggio. È stato anche molto difficile e complesso vivere in una realtà che mi poneva ogni giorno di fronte al mio previlegio di essere una donna bianca ed europea in un paese che porta ancora oggi l’eredità del colonialismo. Un neocolonialismo, quello dei nostri tempi, che ha alla base l’accaparramento improprio delle terre e il furto delle materie prime. Questa esperienza ha anche consolidato la mia ostilità verso le ingiustizie sociali e mi aiuta a comprendere le ragioni di quanti, fuggendo dai loro paesi, cercano nelle nostre società occidentali una vita migliore e più dignitosa.
Secondo te, Viterbo e la Tuscia di cosa avrebbero urgente bisogno per uscire dalla pigrizia intellettuale che spesso le caratterizza?
Ci sono aspetti importanti che possono essere funzionali alla rivitalizzazione e rigenerazione culturale. In primo luogo il sostegno e la co-progettazione di spazi sociali aggregativi inclusivi, utili a promuovere produzione e animazione culturale dal basso. Mancano completamente luoghi pubblici in cui le organizzazioni, le persone possano incontrarsi. E’ necessario avere uno spazio fisico dove fare assemblee, iniziative e eventi culturali. Non abbiamo un cinema il che ha significato, dopo la chiusura del Lux, anche il ripensamento della rassegna storica Immagini dal Sud del Mondo promossa da AUCS. Per incontrarci anche con le altre organizzazioni ci barcameniamo tra le sedi associative o dobbiamo chiedere le sale a Comune e Provincia, sperando nella gentile concessione. Abbiamo anche assistito recentemente alla chiusura e riassegnazione diretta dello Spiffero con l’esclusione delle associazioni giovanili che nell’ultimo anno lo avevano fatto vivere. Sarebbe bene promuovere dinamiche pubbliche e trasparenti per progettare insieme spazi di aggregazione, anche perché nelle nostre città l’aggregazione è assolta quasi esclusivamente dai luoghi commerciali.
Archiviato Resist, attualmente è in corso EstasiArci e a breve è in programma la 32ma edizione di Immagini dal Sud del Mondo, che quest’anno coincide con i 40 anni di AUCS. Quale pensi sia il contributo essenziale degli eventi targati Arci nel tessuto culturale locale?
Ogni manifestazione di Arci e dei suoi circoli ha una sua specificità e nasce con obbiettivi differenti e negli anni hanno cambiato forma, anche a seconda delle persone e dei soci che le programmavano, delle opportunità di finanziamento e delle collaborazioni attivate. Sono manifestazioni che hanno vissuto profonde evoluzioni anche perché sono tutte manifestazioni storiche. Se prendiamo ad esempio Immagini dal Sud del Mondo, che è promossa dal circolo AUCS e ad oggi, con la direzione artistica di Letizia Lucangeli, è una rassegna nata nelle aule di Agraria 32 anni fa per portare il cinema degli autori del sud del mondo e ha attraversato negli anni tutti i cinema di Viterbo dal Trieste al Trento, al Lux per poi trasferirsi in mancanza di spazi cinematografici in piazza. Una storia che riguarda tante persone e tanti soci del circolo e che continua a vivere con forza. Sono progetti dinamici che coinvolgono organizzazioni e persone diverse negli anni. Resist per esempio vive della collaborazione storica con ANPI e della rete dei circoli Arci in provincia, che ogni anno si attivano insieme per mettere al centro il 25 aprile e la Resistenza, la Liberazione italiana dal nazifascismo ma anche parlare delle resistenze e dei movimenti attuali. Estasiarci, che nel tempo ha cambiato forma, ma l’obbiettivo è quello di portare la diversità musicale nei circoli e nelle piazze ed è il festival della musica dal vivo di Arci. Ma ci sono anche le proposte dei circoli in provincia che lavorano sempre con eventi sia cinematografici sia musicali, così come tutte le iniziative di integrazione che promuove Arci Solidarietà nella provincia e nei comuni Sai. In questi giorni, il circoli Arci di Vignanello il Cantinone e il circolo la Poderosa di Vasanello stanno promuovendo una serie di concerti a sostegno di un progetto musicale a Gaza oppure la “Città dei Narratori” promosso dal circolo Arci Ponti di Memoria di Biacchessi. Gli spazi e le attività culturali che Arci promuove lavorano tutti in una prospettiva promozionale della cultura, della giustizia sociale e all’impegno civile.
Hai in mente un progetto che in futuro ti piacerebbe realizzare nel corso della tua presidenza ad Arci Viterbo?
Crediamo che l’Arci, così come i corpi intermedi della società, abbiano una grande responsabilità in questa epoca di crisi alla partecipazione democratica, questione su cui ci interroghiamo ormai da anni. Il sostegno ai circoli, la partecipazione alle vertenze territoriali, ai movimenti sociali sono pratiche essenziali per promuovere protagonismo civile e partecipazione sociale. Il terzo settore, il mondo delle associazioni e quindi anche l’Arci ha davanti a sé una grande sfida: quella di colmare la distanza tra i processi delle istituzioni e le comunità avendo ben chiaro che una nuova e reale partecipazione dei cittadini deve avere al centro tre grandi questioni: il rifiuto della guerre come soluzione per affrontare problemi e conflitti nel mondo, un contrasto senza incertezze alle grandi diseguaglianze sociali, la salvaguardia degli ecosistemi e un nuovo equilibrio sostenibile fra uomo e natura.




























