Romano Pucci, da cantante in erba a Flauto Magico della Scala

di Luciano Costantini

Romano Pucci con Riccardo Muti

Il prossimo appuntamento è un tour nella terra del Sol Levante. Come tutti gli anni. “Un piccolo trio, assolutamente singolare, non ce ne sono altri al mondo. Flauto, chitarra e un clarinettista che suona anche il mandolino”. Romano Pucci presenta così il cartellone della sua tournée in Giappone. “Dove amano la buona musica e la nostra proposta musicale”, spiega il “Flauto magico” della Scala di Milano e viterbese doc. Natali a Fabrica di Roma “dove qualcuno mi ricorda come Romanino in quanto madre natura con me ha risparmiato in altezza”. Una chiacchierata avvincente che è un percorso senza ostacoli seguendo la traiettoria di una vita movimentata per quanto suggestiva, sicuramente non in linea con le suadenti note dello strumento. Una narrazione che merita di essere svolta in presa diretta.

“Sono nato in casa come avveniva una volta. A Fabrica di Roma dove vive ormai soltanto mia sorella, dopo la morte dei genitori e dei miei tre fratelli”.

Come è spuntato l’amore di Romano Pucci per la musica?

“Grazie alla conoscenza di un avvocato del Paese, tale Migliarini, che per la musica aveva una grande passione. E aveva un figlio, Piero, che studiava violino al conservatorio di Santa Cecilia, Foro Italico Roma. L’istituto ospitava ragazzi che pagavano la retta e ragazzi che erano lì semplicemente perché vincitori di borse di studio. E’ proprio l’avvocato a convincere mio padre Bruno a tentare la strada di una borsa di studio. Mi presento per una audizione e canto Granada, cavallo di battaglia di Claudio Villa. La commissione giudicatrice rimane letteralmente impressionata perché non si aspettava un bambino che cantasse tanto bene”.

Un momento… Un momento. Romano Pucci flautista nasce allora come cantante.

“Proprio così. A cinque, sei anni, già mi esibivo nelle piazze dei paesi intorno a Fabrica, nei ristoranti, in occasione di matrimoni, cresime, comunioni perché mio padre si arrangiava facendo il cameriere, suonando il mandolino e la chitarra. Fece anche il pizzettaro. Mi metteva su un palco o su un tavolo, io cantavo e lui mi accompagnava. Insegnò a suonare la chitarra anche al maestro Otello Benedetti, una illustre figura storica della Tuscia. L’idea di papà è comunque di farmi entrare al conservatorio per allenare la voce e studiare contemporaneamente la musica. La commissione giudicatrice evidentemente vede in me, ragazzino di appena undici, del talento e pensa però che magari nell’arco di qualche anno possa cambiare voce ed allora decide che sì, è meglio associare al canto l’uso di uno strumento”.

Il flauto è stata una sua scelta?

“No, a quel tempo per me uno strumento valeva un altro. Prima dell’audizione papà mi raccomanda: se ti chiedono quale strumento vuoi suonare, tu rispondi il clarinetto. All’esame mi mettono in mano un clarinetto, ma ho le mani talmente piccole che non riesco a tappare tutti i buchi. Provano con il corno, mi fanno sedere su una sedia però con i piedi non tocco neppure per terra. La commissione allora va per esclusione, l’unico strumento che mi si adatta è il flauto perché riesco a chiudere i tasti. E da lì inizia tutto anche se nel frattempo suono in un complessino di Fabrica, “I Naufraghi”, tanto per non perdere il contatto con la musica”.

E poi?

“Comincio gli studi, entro in collegio. Con il trascorrere degli anni il flauto va bene, la voce invece comincia ad abbandonarmi. Associo la scuola alla musica. Alla fine di ogni anno è necessario presentare la media di otto e mezzo per poter riavere la borsa di studio. La cosa mi responsabilizza molto. E poi a scuola c’è la piscina, c’è la palestra, si può giocare mentre a Fabrica non c’è nulla, a casa poco. Una volta si andava in collegio per punizione invece per me fu il paradiso. Dopo sette anni di flauto mi diplomo con il massimo dei voti al conservatorio e entro nella banda della Guardia di Finanza, sempre su sollecitazione di mio padre, che da giovane aveva fatto il cuoco nella caserma di Catanzaro. Un maestro della banda di Finanza mi fa fare un provino a casa di un amico di mio padre a Fabrica. In breve, vengo arruolato riservandomi però la libertà di fare concorsi. E lì nasce una storia un po’ particolare”.

Siamo qui per ascoltarla.

“Vinco il concorso per diventare finanziere effettivo, un sottufficiale. Passano tre, quattro anni e nel 1972 esce un concorso, un altro, per entrare alla Scala di Milano, dopo che mi era stata già bocciata dal comando militare una prima domanda per lo Scarlatti di Napoli. Temendo un nuovo rifiuto mi rassegno a fare il sottufficiale, quando un amico, Sandro Verzari coniuge della grandissima soprano italiana Mariella Devia, mi convince a non mollare, tanto che invia la domanda a mio nome. Dalla Scala mi convocano per presentarmi un martedì mentre il mio giorno di riposo è il lunedì. Be’ allora arrivederci e grazie. Invece, qualche giorno prima della data fissata per l’audizione, il giorno di riposo, causa un’emergenza improvvisa, viene spostato al martedì. Scappo di notte, senza permesso e fuori presidio per raggiungere Milano”.

Concorso vinto, ovviamente.

“Ovviamente. Così entro come secondo flauto e, dopo due anni, divento il primo fino alla pensione”.

La Scala, ma non soltanto.

“Mi sono esibito in concerti da solista o insieme ad altri un po’ in tutto il mondo. Orchestre, gruppi musicali. Ho vinto un concorso, l’ennesimo, importante a Lugano con l’orchestra della Radio della Svizzera italiana. Un posto dove si guadagnava quattro volte di più che alla Scala”.

Flauto magico e concorsi a ripetizione.

“Sì tanti e li ho tutti vinti. Mi conceda la battuta, non c’era più gusto e non li ho fatti più”.

Tanta musica, tanti musicisti e tanti artisti.

“Inevitabile. Ho conosciuto e lavorato con moltissimi direttori d’orchestra come Muti, Bernstein, Kleiber, Morricone, Bacalov, Abbado. E fuoriclasse come Carla Fracci, Nureyev, Pavarotti. Posso dire di aver girato tutto il pianeta”.

Però non dimentica le sue radici…

“Come potrei? A Fabrica di Roma, ma anche a Vallerano dove ho una casa, a Viterbo e a tanti altri centri della Tuscia sono indissolubilmente legato. Per tanti sono ancora un ottimo flautista, per alcuni continuo ad essere e voglio restare per sempre Romanino”.

Romano Pucci con Claudio Baglioni

 

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