Nicoletta Ronsisvalle, matricola 167: il mio debutto a Viterbo

Nicoletta Ronsisvalle

Una tesi di laurea che ha unito due Atenei: Viterbo e Catania. Ancora oggi ripenso alla parole di mamma e papà in quel lontano 1990 “Abbiamo trovato una stanza per te in un appartamento un po’ fuori dal centro della città”. Io ascoltavo e, grazie ad una certa immaturità tipica di una giovinezza acerba, non mi rendevo ancora conto della svolta che avrebbe preso la mia vita.

Figlia di farmacista con un’azienda avviata, saluto il mio mondo familiare e parto per Viterbo dove si era aperta la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi della Tuscia. Immatricolata nell’anno accademico 1990/1991, ero una delle prime iscritte con matricola n.167 ma con una prima delusione. Sì, perché il primo corso di Laurea in Conservazione dei Beni Culturali, indipendente, finalmente, dalla Facoltà di Lettere, tardava a prendere il suo avvio e il mio primo anno accademico iniziò con molto ritardo. Ho ammirato, da subito, le bellezze di Viterbo; le sue mura medievali che custodivano il cuore antico della città come a volerlo proteggere nelle sue deliziose viuzze e negli angoli quasi nascosti, il delizioso quartiere San Pellegrino, piazza delle Erbe e gli scenari paesaggistici che, splendidi, si aprivano ai miei occhi. A tutto questo ricco patrimonio faceva però da contralto una città poco incline o non abituata ad accogliere, nonostante la presenza di diverse caserme di militari.

Non appena Conservazione dei Beni Culturali ha aperto le sue porte, mi sono ritrovata in un piccolo ambiente universitario quasi familiare sia per il rapporto diretto con i docenti che per quello con i colleghi. La particolarità, rivelatasi da subito positiva, era di potere parlare in modo sereno con i professori; anche personalità già conosciute nel mondo accademico italiano e nell’ambiente giornalistico che non rimanevano “in cattedra”. In casa, dai miei genitori laureati nei duri anni Sessanta, sentivo parlare di professori inavvicinabili e quindi rimasi colpita, da Gaspare Barbiellini Amidei docente in Sociologia della Conoscenza che si è contraddistinto in una facoltà ancora in divenire.

La mia vita era come un’altalena fatta di alti e bassi in una città che non sapeva ancora stringermi tra le sue braccia ed in cui sentivo forte la nostalgia famigliare. A ciò si aggiungevano le voci a me vicine che mi domandavano:” Sei sicura degli sbocchi occupazionali che ti offre questo corso di studi?”. Rimanevo dubbiosa ancor di più, quando con una mia cara collega viterbese, mi andavo ad informare del riconoscimento di questo “giovane” titolo di studi. Tutto sembrava incerto, la mia scelta sbagliata e il pensiero era quello di andarmene via per ricominciare. La voce sempre più incalzante “non troverai lavoro…” mi fece decidere di cambiare indirizzo specialistico e dallo Storico-artistico passai all’ambito Archivistico-Librario riservato all’area della Biblioteconomia.

Fu la svolta della mia vita universitaria che avrebbe segnato il mio sbocco lavorativo e profilo professionale; così mentre la laurea in Conservazione dei Beni Culturali attirava numerosi allievi provenienti dalle più svariate parti di Italia, io conobbi i docenti dell’indirizzo che avevo scelto. La parte teorica delle docenze andava bene mentre un po’ carente, a mio avviso, è risultata la parte pratica che avrei iniziata con la scrittura della mia tesi di laurea. Un professore con esperienza lavorativa in importanti strutture bibliotecarie nazionali, mi ha dato l’opportunità di lavorare ad un progetto di tesi che unì i due atenei, quello della Tuscia e quello di Catania. E da li la perfetta conclusione dopo un sofferto ciclo di studi: in blu il frontespizio della mia Tesi di Laurea dal titolo “Analisi del Sistema Bibliotecario dell’Università degli Studi di Catania”, sotto la guida del Prof. Giovanni Solimine; lavoro sperimentale basato sulle attività di analisi, misurazione e valutazione dei dati informativi, recuperati nelle strutture bibliotecarie dell’Ateneo di Catania, all’epoca numerosissime, in cui ho esplorato un mondo fino ad allora sconosciuto e mi si è aperta, la strada che mi avrebbe portato a vivere la mia passione “biblioteconomica”.

Nell’anno 1997, l’Università di Catania mi propone di continuare la collaborazione, costante e duratura con il Centro Biblioteche e Documentazione di Ateneo per lo sviluppo e la realizzazione di ambiziosi progetti quali la costituzione del Catalogo Unico delle biblioteche di Ateneo con l’entrata a regime del nuovo software. Eravamo alla fine degli anni novanta e la tendenza nazionale verso il recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale coincideva perfettamente con il profilo professionale che mi ero creata con quella tesi di laurea ormai patrimonio dell’Università di Catania. In breve tempo, ho avuto il piacere di diventare punto di riferimento di differenti progetti legati al mondo delle biblioteche di ateneo ed, in più, ero nel mio luogo di origine.

Dal dopo laurea non sono ritornata più ai ricordi viterbesi, ma oggi scrivendo questo “mio pezzo di vita” emerge lentamente la mia vita a Viterbo, piccola e deliziosa città che ha rappresentato per me l’ingresso nel mondo delle responsabilità; città che in quegli anni mi ha adottato dove ho avuto la fortuna di conoscere, nel tempo, gente del luogo che mi ha donato affetto e la cui amicizia o ricordo è vivo ad oggi. L’Università degli Studi della Tuscia mi ha dato l’input per crearmi un lavoro e gestirmi un interessante ruolo professionale; la passione è stata la mia migliore amica e, finalmente, quando si è concretizzato il sogno mi si è reso necessario cambiare situazione lavorativa nell’ambito dell’insegnamento essendomi fatta carico, a suo tempo, di “raddoppiare” nel mio piano di studi alcune materie fondamentali. Ho conseguito due carriere professionali ma, qualche anno fa, ho “dovuto” affrontare la coraggiosa scelta di una sola attività per motivi personali. A distanza di anni, quando sento parlare di Viterbo mi viene il desiderio di ritornare dove si festeggia Santa Rosa e dove mangiavo una buonissima pizza croccante su due piatti… ritornerei, ma questa volta da turista per abbandonarmi finalmente a quell’abbraccio sereno con la città.

 

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