Il ricordo dello scrittore i Gianni Marchesini, nella sua ironia il ritratto inedito della provincia

Vogliamo ricordare  Gianni Marchesini, giornalista, scrittore, noto a livello nazionale per esser il fratello di Anna, la più grande attrice comica degli ultimi 30 anni. Gianni ha scritto tanti libri, con Zorro edizioni la sua piccola casa editrice dal nome che era tutto un programma, tutti raccontano Orvieto, la sua gens, il suo humor, quello davvero ispiratore di Anna. Un attento osservatore di Orvieto che non aveva mai voluto lasciare, ma pure amante della Tuscia, in cui ha fatto presentazioni a Bagnoregio al castello di Graffignano. Se ne è andato domenica 8 marzo.Vogliamo ricordarlo con un suo racconto che lo rappresenta con quella sua ironia che lo renderà incancellabile.

DAL LIBRO: AH, PIPÌ!di Gianni Marchesini

Scendendo verso casa dall’osteria di Aronne, Settimio Pupo era solito riservarsi un piacere.
Non ne poteva fare a meno nonostante lui lo ritenesse un vizio plebeo che lo allontanava dal tipo di modi cittadini a cui aveva sempre aspirato. In fin dei conti diceva, sebbene fosse consapevole di brigare per procurarsi un alibi, lui era pur sempre un cavarolo e in quel quartiere pisciare all’aperto con la fronte appiccicata al muro, le gambe larghe tirate all’indietro e le braccia a cadere penzoloni e rilassate lungo i fianchi era un rito che si praticava fin da prima che lui nascesse. D’altra parte ciò che in maniera non trascurabile lo riscattava dalle abitudini da quella marmaglia del quartiere e di cui se ne faceva vanto era la sua assoluta avversità a pisciare in quella postura nelle sere sferzate dal vento poiché il mancato controllo del pisello lasciato senza guida e in balia delle raffiche come un batocco di campana restituiva a quelle mezze bestie che uscivano ubriache dall’osteria tutto il liquido caldo addosso ai pantaloni tanto che, secondo Pupo, avrebbero potuto risparmiare l’impiccio di tirarlo fuori.
La “pisciata con l’incanto”, così almeno la chiamava il calzolaio Settimio, non era una faccenda da prendere così sottogamba. Richiedeva perché procurasse quella goduria da tutti considerata impareggiabile, una serie di lavoretti eseguiti con la precisione di un artigiano e con la massima serietà. Ciò che prima di tutto bisognava cercare con attenzione era il luogo che doveva essere quasi buio, illuminato quel tanto che serviva per arrivarci senza procurare fracasso. La luce ideale la davano le sere di luna piena, meglio se condite da un aria leggera, che si affretta a percorrere e lenire i brividi che, immancabili, accompagnano il durante della minzione. La pietra poi. La pietra dove appoggiare la fronte. Una pietra levigata, possibilmente non di tufo increspato. E poiché la regola della Cava non permetteva di andare a pisciare appoggiandosi alla pietra di un altro, ognuno possedeva una pietra di sua proprietà dove era solito dirigersi e quando qualcuno per un’impellenza incontenibile, magari dovuta al vino, aveva fatto il suo bisogno nel posto di un altro, si era arrivati a far luccicare i coltelli. Ogni cavarolo di rispetto si levigava via via con una lima la sua pietra fino a ricavarci un incavo giusto per riposare la fronte.
A Settimio Pupo la pietra gliel’aveva lasciata il Perretti, proprio bella, di travertino bianco che rimaneva caldo del sole d’estate e quando ci appoggiava la fronte e sbracava quelle pisciate lunghe con gli occhi chiusi grazie all’aria tiepida e dolce della notte quasi quasi ci si assopiva.
La pietra stava accanto al portoncino della Cesarina appena sotto il suo balcone. Settimio Pupo una sera, come altre volte per la verità, lasciò una scoreggia poderosa e chissà perché, mentre di solito dopo quei rumori consueti canticchiava a mezza voce : Una pisciata senza peto è come l’insalata senza aceto, quella sera rivolgendosi alla luna chissà perché cantò con impeto Buonasera signora…
Sopra di lui, sul balcone si aprì una finestra. La Cesarina in camicia da notte, mezza scarmigliata, si affacciò e rispose al saluto: “Buonasera Settimio”.

 

 

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