Specchio di cielo o distesa brumosa, il lago di Bolsena regala sempre una quiete profonda, insondabile, nella quale si muovono lenti i pescatori che prendono il largo e ripetono i loro gesti millenari. Su queste sponde il passato si sovrappone al presente, sfumando i confini tra storia e leggenda. Lo sa bene Paolo Fanelli, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Luis Contenebra, con il quale ha firmato undici romanzi dedicati ai misteri della Tuscia. Per lui, “pescatore di storie e di pesci”, le onde non sono solo un lavoro, ma il luogo ideale in cui riflettere, attendere e tirare a riva le prossime avventure da scrivere. «Non sono io che cerco le storie, sono loro che trovano me».
Originario di Marta, il “borgo dei pescatori” della Tuscia, Contenebra ha scritto romanzi che spaziano tra storia, giallo, archeologia e mitologia. «Per me il concetto fondamentale è la continuità della memoria», esordisce. «Mio padre era uno storico del luogo, fin da piccolo ho respirato l’importanza di documentarmi negli archivi locali e di tramandare storie che riguardano noi e il nostro territorio». L’incontro con il mondo dei vecchi pescatori del lago ha poi fatto la differenza. «Ho conosciuto un punto di vista del tutto nuovo. Loro hanno un linguaggio, concezioni e modi di vivere completamente diversi dai nostri», racconta. «Quando è brutto tempo ci riuniamo in vecchi magazzini con i soffitti pieni di reti dormienti – artavelli soprattutto, che sono le reti speciali per la pesca dell’anguilla. Ci mettiamo seduti come antichi romani ad un banchetto. C’è quasi sempre un camino acceso, e quasi sempre qualcuno ha fatto una piccola spesa dal pizzicagnolo. Cuociamo due salsicce, beviamo un po’ di vino e gli anziani iniziano i racconti. È uno degli aspetti che amo di più di questo lavoro. Ma il tempo passa, purtroppo, e anche i pescatori». Sono sempre meno, infatti, coloro che scelgono questa strada, perché faticosa e poco remunerativa. «È da un po’ che non frequento il lago come vorrei, anche se ne sento la mancanza. Prendere il largo non è soltanto una questione di lavoro. Allontanarsi dalla riva è prendere le distanze dai problemi del mondo. Penso a Buzzati e al suo deserto dei Tartari. Il lago è il mio deserto». Tanto anacronistico è ormai il sedersi intorno al fuoco e ascoltare qualcuno che narra una storia, quanto lo è il trascorrere ore e ore in silenzio, circondati soltanto da acque tranquille. «Faccio la pesca al coregone, in mezzo al lago, distante da tutto e da tutti. A volte mi sembra di essere in un’altra epoca. Penso, medito, circondato da bellezza e da spunti storici, come le due isole, la Martana e la Bisentina. Ascoltando gli antichi racconti dei pescatori e documentandomi, ho scoperto storie affascinanti».
Come la presenza nel tempo di donne carismatiche che hanno lasciato la loro impronta terrena, spirituale e simbolica nella storia, a consacrare il lago al femminino sacro. «E’ significativa la croce formata da santa Cristina di Bolsena, santa Maria Maddalena di Gradoli, santa Margherita di Montefiascone, e santa Marta del nostro borgo», continua Luis. «Poi Matilde di Canossa, feudataria dell’ampio territorio della Tuscia, che nel 1084 sbarcò sull’isola Martana e fece trasferire i resti di santa Cristina a Bolsena. E la regina dei Goti Amalasunta, che arrivò sull’isola con il suo numeroso seguito. Perché sono venute sull’isola, queste donne?». Di Amalasunta, la storia ufficiale parla di un tradimento da parte di suo cugino Teodato, che voleva impadronirsi del trono, tanto da segregarla sulla Martana e da commissionarne l’assassinio nel 535. «Procopio di Cesarea scrisse di una decisione autonoma da parte della regina, che certamente non si fidava più del cugino. Però i Goti avevano una passione particolare per le reliquie. Perché allora Amalasunta, tra le tante alternative possibili, scelse proprio la Martana come rifugio? Magari perché qui c’era una reliquia di inestimabile valore?».
Luis lascia per il momento il racconto in sospeso, per spiegare il motivo del suo “nickname”, ovvero Contenebra, che in etrusco significa “accampamento di guerra”. Tra Marta e Tuscania, tra moderne pale eoliche e ricoveri per il bestiame, esistono le rovine di due avamposti, Castell’Araldo e Contenebra. Mentre quest’ultimo faceva parte di un’antica città fortezza etrusca situata nel territorio di Tarquinia, espugnata dai Romani nel 388 a.C., e per questo ormai quasi del tutto distrutto, il vicino sito di Castell’Araldo è oggi meglio conservato. «E’ storicamente attestato che nel XIII secolo Castell’Araldo fosse un insediamento fortificato templare, a salvaguardia delle vie di comunicazione. Era un punto di fondamentale peso strategico per l’intero Ordine del Tempio. Ma non solo: il priore capo di stanza a Castell’Araldo, Bencivenni da Assisi, si trovava proprio qui anche per un compito di primaria importanza. Forse la salvaguardia della reliquia di inestimabile valore custodita sull’isola Martana?».
L’identità della reliquia è stata oggetto nel tempo di versioni romanzesche e cinematografiche, che hanno rielaborato la tradizione provenzale secondo cui la Maddalena, in fuga dopo la morte di Gesù, trovò rifugio sulle coste francesi. Luis ne offre una sua suggestiva versione nel romanzo “L’isola di Maria Maddalena”, ampliando la vicenda fino a raggiungere la nostra Tuscia. Quello che è certo, è che nei millenni, le forme di venerazione legate alle acque del lago sono sempre state declinate al femminile. «Del resto, Marta è luogo di apparizione», aggiunge Luis, riferendosi alla Grotta in cui nel 1948 la Madonna apparve a tre bambine del luogo. Il racconto di Contenebra continua, toccando i temi sviluppati negli altri romanzi, come il mitico mondo di Agarthi, regno sotterraneo il cui accesso si troverebbe sulla Bisentina, e che sarebbe stato oggetto di attenzioni da parte dell’Ahnenerbe, lo speciale reparto occultista di Hitler. L’ultimo romanzo, “Storie di Tuscia” è una raccolta di racconti che hanno come protagonisti tre ecclesiastici detective, che cercano la verità in tre differenti circostanze avvenute storicamente nella Tuscia, tra cui un drammatico attentato accaduto a Valentano nel 1602.
«Per scrivere le mie storie faccio domande a chi è competente, per me la testimonianza orale è fondamentale. Cerco di assorbire quelle informazioni, soprattutto con i pescatori, depositari di antica memoria. Il mio scopo è quello di prendere per mano il lettore e fargli vedere la storia in un altro modo, fargli rendere conto di come la Tuscia sia un contesto incredibile. E per fare questo uso il suo stesso linguaggio. Del resto io sono una persona semplice, non ho particolari titoli di studio. Cerco di rappresentare questo mondo con semplicità, con umiltà. E’ l’insegnamento più profondo di mio padre. La mia è una sorta di missione che sento sulla pelle, non perché abbia studiato, ma per la passione che mi guida, e che vorrei tanto trasmettere».



























