Mentana chiude Caffeina 2019 con i momenti salienti della nostra politica

di Nicole Chiassarini

Si è conclusa domenica 30 giugno la tredicesima edizione di Caffeina Festival, tanti gli ospiti nel corso della giornata. La conclusione della serata è toccata a Enrico Mentana, direttore del TG LA7 ed editore di Open, giornale online da lui stesso fondato. Per la seconda volta ospite del Festival, con ironia e professionalità ha raccontato i retroscena e i momenti cruciali della politica italiana, tra leader, tattiche e difetti come in un lungo viaggio che non trova una destinazione.

Tra i protagonisti del giornalismo televisivo, Mentana ha saputo raccontare e spiegare al meglio elementi oggettivi che contraddistinguono il panorama italiano tra media e campagne elettorali infinite. “La prima volta che sono venuto qui era il 30 giugno 2009, esattamente dieci anni fa e mi intervistò Alessandro Usai – ha iniziato il giornalista. Comincio subito con il boccone prelibato di questa politica: Salvini. Lui ha tutti i fondamentali per durare. Renzi è stato la più forte e più valida espressione dell’ultima fase della vita di un partito democratico di sinistra, mentre Salvini è la prima espressione di una nuova destra senza remore. In qualche modo è paragonabile allo statu nascenti di Berlusconi durato in democrazia almeno 20 anni. Salvini può durare molto perché una serie di fenomeni ci fanno vedere che è arrivato al momento giusto e con le parole giuste, alla fine di un percorso altrui, intercettando il desiderio di chiudere la stagione del politically correct, un elemento forte della nostra democrazia dal ’47 a oggi. È finita questa stagione della democrazia e Salvini ha interpretato il momento nuovo e tutti noi conosciamo delle persone che subito dopo hanno cominciato a dire le cose che forse avevano già in mente ma che non hanno mai voluto dire perché il galateo, la grammatica, la letteratura e la narrativa della politica gli impediva di dirlo”.

Mentana ha proseguito nel suo discorso sulla politica che da un anno e mezzo ha cambiato la democrazia come la conoscevamo e sull’Europa tanto discussa, per poi concentrarsi anche sui fatti recenti e sulla questione immigrazione che tanto sta facendo discutere in questo momento storico. “Vorrei ricordare che nel 2014, quando Renzi prende il 41% alle europee, Salvini neo-leader della Lega prende il 5%. Quattro anni dopo, alle politiche, prende il 17% e in un anno l’ha raddoppiato. Questo è il fenomeno di cui stiamo parlando, è inutile chiedersi dov’è collocato in Europa perché nessuno di noi direbbe che l’importante è avere un bell’ancoraggio in Europa in quanto è lei stessa uno dei problemi, anzi, una delle motivazioni che hanno portato alla vittoria di Salvini, dei 5 Stelle, alla sconfitta del PD. Non c’è persona assennata che non veda che l’Europa ci è stata più dannosa che utile, più sorda che accogliente. Per quanto riguarda la democrazia posso dire che sia diventato un talent elettorale, in cui chi vince governa e chi perde rosica e aspetta il momento in cui governerà lui. Questa non è democrazia, ma alternanza di democratura, dittatura democratica, in cui chi governa fa come gli pare. È la crisi della democrazia liberale. Se voi vedete i mille tweet del Ministro dell’Interno che dicono “questo senegalese, questo congolese, questo nigeriano ha infastidito quella bambina, deve tornare a casa sua”; questo lo può dire un politico di periferia, il Ministro non parla questa lingua. Ma se la parla e nessuno glielo dice, vuole dire che c’è tanta gente che vuole parli così ed è questa l’altra parte della verità. Tra noi c’è tanta gente che per tanto tempo è stata nel recinto della democrazia liberale, ma in realtà molta gente ha sempre pensato così. Quanti ne abbiamo incontrato che dicevano di voler affondare quelle barche con quelli sopra. In Italia si è sfaldato completamente il discorso politico e bisogna prenderne atto e la colpa non è di chi ne ha approfittato, ma di chi è crollato quando in realtà doveva proteggere da tutto questo. Vedendo le periferie, anche quelle sociali, sempre più abbandonate a loro stesse, la gente ha cominciato ad abbandonarsi e lasciarsi sballottare dalle paure e su questo ha reagito andando a rifugiarsi da chi poteva proteggerli rispetto alle paure, ai nuovi ultimi, alla tutela della nostra identità, l’esigenza di sicurezza, del nostro patriottismo. Il crollo dei partiti intesi come elementi portatori di ideologie ha portato la possibilità a ciascuno di essere sdoganato. Questo fa sì che Salvini sia oggi il prodotto vincente di chi vuol dire sui neri e su tante altre cose quello che ben sappiamo. Quindi non lo voglio giudicare, anche se io sono un uomo del Novecento e ritengo importanti i valori dell’accoglienza, che le organizzazioni non governative non siano delle branche di criminali o lucratori sul traffico dei migranti, non voglio però dare un giudizio di valore sul Ministro dell’Interno, ma dire come lui sia effettivamente l’uomo giusto al momento giusto per interpretare una nuova pulsione che sta nella democrazia rappresentativa nel momento in cui crolla la divisione tradizionale novecentesca destra-sinistra”.

L’intervento del direttore è proseguito ancora, sempre su un discorso politico che lui stesso conosce molto bene e che ha aperto ancora una volta gli occhi sulla realtà dei fatti. Mentana non ha voluto nascondere le proprie opinioni, ma con competenza e senza mai annoiare ha raccontato al suo pubblico il dietro le quinte e i momenti salienti della nostra politica, delle sue vittorie e delle sue scelte azzardate. Senza mai abbandonare i panni del giornalista televisivo che riesce ad appassionare chi lo ascolta.

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