Sarà per la luce opaca di questi giorni, sarà per il grigio austero della pietra che compone le quinte di un centro storico ancora addormentato, ma quando si entra nell’Officina d’Arte di via San Lorenzo 69, a Viterbo, l’effetto è quello di un improvviso e benefico shock di colori. L’effetto si completa conoscendo Mariella e Luciana Pasqualetti: umorismo, autoironia, ma soprattutto maestria nell’arte della ceramica. Originarie di Arlena di Castro, ma residenti da tempo nel capoluogo, in età matura hanno deciso di aprire questo piccolo scrigno di meraviglie nel cuore di Viterbo.
«Tutti ci prendevano un po’ in giro, ci dicevano che alla nostra età la gente va in pensione, altro che aprire un negozio… Abbiamo sorpreso un po’ tutti. Però questa passione ci ha dato di nuovo vita, un bel motivo per uscire di casa, ci ha regalato il contatto con le persone. E l’essere insieme rende tutto migliore, ci ispiriamo, ci confrontiamo, ci supportiamo. E’ bello alzarsi la mattina pensando già a un nuovo progetto che ci aspetta». I progetti delle sorelle Pasqualetti sono le centinaia di simpatici e raffinati pezzi in ceramica che ornano il negozio: animaletti, piccole mongolfiere, palloncini, oggetti di arredamento, quadri, zaffere: tutti contraddistinti dalla vividezza cromatica e dalla piacevolezza delle linee. «E’ una gioia osservare i visitatori che vengono, si guardano intorno, apprezzano… Secondo noi è di questo che la gente ha bisogno adesso, di colore, di leggerezza».
Tutto comincia da un corso professionale iniziato tanti anni fa da Luciana, la maggiore. «Ho scoperto per caso questa passione, l’ho coltivata frequentando nel tempo tanti altri corsi in tutta Italia. Per una decina d’anni ho tenuto io stessa lezioni di ceramica e pittura al Murialdo. E’ stato bellissimo vedere ragazzi e anziani che lavoravano l’argilla e soprattutto comunicavano e si scambiavano esperienze. Poi Mariella è rientrata dall’estero, dove risiedeva, e abbiamo continuato insieme», racconta. «Un giorno siamo passate per via San Lorenzo e abbiamo visto questo locale libero», continua Mariella. «All’inizio pensavamo a una sala espositiva, tutt’al più ad un luogo dove aprire una scuola. Ci piaceva tantissimo l’idea di stare nel centro storico, ci sembrava la giusta ambientazione per le nostre ceramiche. E quando abbiamo aperto c’è stato un grandissimo riscontro, anche on line. Le nostre mongolfiere ad esempio hanno avuto un successo enorme, tanto da non riuscire a soddisfare tutte le richieste».
Mentre parliamo il lavoro non si ferma, e sui ripiani del forno situato nel retrobottega prendono posto decine di piccole forme grigie. «E’ il primo step: l’argilla viene prima modellata a mano, lasciata ad asciugare e “spugnata”, cioè passata a spugna per eliminare impurità e imperfezioni. Poi viene messa al forno per la prima cottura a 950-1000 gradi. Con la cottura cambia colore, diventa color biscotto. In seguito decoriamo le forme con gli smalti, pigmenti in polvere che vengono diluiti con acqua. Con la seconda cottura, i pezzi diventano brillanti. Applicando tecniche diverse otteniamo risultati differenti. Ancora oggi in tutti i forni che facciamo mettiamo dentro qualche “prova” sperimentale – perché la ceramica e l’artigianato in genere sono fatti di conoscenza della materia, ma anche di sperimentazione. A volte da quelli che sembravano sbagli da buttare vengono fuori cose meravigliose. A volte invece i pezzi si rompono, perché magari il calore non è stato uniforme. Un po’ come accade in cucina, però qui non puoi aprire lo sportello per vedere come sta andando la cottura!».
Ogni pezzo dell’Officina porta con sé la traccia del tempo e della cura manuale necessari per la sua creazione: è l’anima dell’artigianato. «Ma quello che siamo abituati ormai a vedere nelle fiere è troppo perfetto, patinato, tutto troppo uguale», continua Mariella. «Le cose che noi realizziamo potrebbero avere qualche minima imperfezione, però hanno un altro sapore… Le ceramiche artigianali di un tempo erano così, imperfette, e per questo bellissime. Ci vorrebbe un’educazione all’artigianato, perché non si sa più cos’è. Per gli adulti, perché i giovani invece sanno già capire e apprezzare quando è autentico. Anche se nessun giovane o quasi si azzarda a fare dell’artigianato il lavoro della sua vita. Ed è un peccato». Ci vorrebbe anche un’educazione alla manualità: riprendere confidenza con la materia, da toccare, lavorare con le mani, vedere prendere forma oggetti. Perché lavorare con le mani è una terapia. «La manualità è come andare dallo psicologo», continua Luciana. «Mentre realizzi qualcosa a mano, dimentichi qualsiasi preoccupazione, qualsiasi problema che hai. In fondo abbiamo ripreso a fare ciò che facevamo da ragazze, mai a zonzo, sempre con un lavoro in mano, che fosse cucito, maglia, uncinetto, ricamo… mai senza fare niente, era il nostro motto». Anche se talvolta il tempo a disposizione può mancare. «Siamo nonne: l’impegno principale è quello».
Luciana e Mariella Pasqualetti si innestano nella tradizione tutta al femminile che ha fatto recentemente di Viterbo non soltanto la città dei Papi e di Santa Rosa, ma anche una città della ceramica. Tanto che si può parlare di un ideale percorso che percorre tutto il centro storico, partendo da Corso Italia, passando da via San Lorenzo fino ad arrivare al quartiere di San Pellegrino, quasi che quest’arte rappresenti un’arteria pulsante che vivifica il centro di nuova linfa. «A Viterbo c’è una grossa tradizione alle spalle, con le sue originalità e unicità… La zaffera rappresenta le nostre radici, la nostra storia tramandata dalla fine del Medioevo ad oggi. Le ceramiste viterbesi si sono impegnate tanto e si impegnano per far riscoprire e valorizzare questa tradizione. Sono state brave». Sono storie che meritano di essere raccontate.




























