Margherita studentessa all’Accademia di Brera: “L’aria si pulisce dallo smog, ma si sporca di paura”

di Margherita Cafagna*

Mi chiamo Margherita Cafagna, ho 23 anni e studio Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. Ho lasciato i miei affetti più cari nel viterbese, dove ho vissuto all’incirca dieci anni. Attualmente, mi trovo qui, nella città che ho scelto per iniziare a costruire il mio futuro, chiusa nella casa dove si sveglia ogni mattina il mio quotidiano, insieme alla mia coinquilina, con cui condivido un passato di luoghi in comune ed un presente di affetto, il mio cagnolino Winter, e la sua indignata gatta Lou. Poco distante c’è anche mio fratello Tommaso Chef.Una piccola comunità di sostegno reciproco, per conservare in queste mura un equilibrio necessario ad allontanare la noia della stasi. La paura dell’incertezza giornaliera, si affaccia ad ogni finestra, mentre cerchiamo di catturare i residui di sole che filtrano attraverso. L’umore, la psiche, il corpo, vengono bombardati costantemente da agglomerati di notizie contraddittorie, accomunate solamente dalla richiesta disperata di portare pazienza, in una situazione tanto ingestibile quanto invasiva. Tempo, tempo che scorre uniforme giorno per giorno. Milano è vuota, grigia con il sole, grigia con il cielo limpido. La città più cosmopolita d’Italia, che accoglie e raccoglie più interazioni culturali di quante per grandezza potrebbe, è spenta, ferma. Costellata da pattuglie di forze dell’ordine di ogni genere e tipo, intente ad arginare e punire chi ancora si illude di poter avere libero arbitrio, appellandosi al diritto di libertà individuale. L’aria si pulisce dallo smog, ma si sporca di paura. Paura del domani, del cambiamento che continua ad insinuarsi nelle vite di ognuno di noi, di una rinascita troppo lontana da poterla sfruttare come consolazione momentanea a cui aggrapparsi. Una città di cui è rimasto solo lo scheletro ove le sue anime si nascondono e sperano di potersi riappropriare delle proprie vite, prima che ci si possa dimenticare come si stringe una mano con forza, come si abbraccia un corpo con amore, come si accarezza un viso con sincerità. Ed è così che passo le mie giornate, tentando di mantenere una normalità in una realtà che ne è stata privata. Tra una videochiamata e l’altra, nella mancanza di chi amo, mi rendo sempre più cosciente di quanto prezioso sarà l’istante in cui mi troverò nuovamente di fronte ad ognuno di loro, nello stesso spazio, negli stessi occhi. Resisto con precaria ma necessaria pazienza, sostenuta dal pensiero che sia io, come altri 60 milioni di italiani ed altrettanti 7,4 miliardi di persone nel mondo. Ci si ammala di solitudine nell’unicità della contingenza, ma si trova rassicurazione nella circostanza comune. In conclusione, non so dire “perchè”, non so parlare di cause e conseguenze, ma come in ogni storia, in ogni persona, in ogni passato, presente e futuro, continuo a credere fortemente che: “ C’è una crepa in ogni cosa, è da lì, che entra la luce”.

*Studentessa di Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Brera

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