Sabato 2 maggio alle 17,30 ,sarà consacrata la promozione dei Lions Alto Lazio in serie A, un dèjà vu alla fine del campionato 97-98. Dopo aver celebrato con i ricordi la promozione del 1962, cerchiamo di ricostruire quella stagione di 28 anni fa.
Il Sandro Quatrini è un tappeto di velluto tarlato da migliaia di tacchetti. Le tribune, tre monoliti di cemento che sembrano usciti da un’architettura sovietica, hanno le fondamenta spellate e le ossa di ferro che riemergono, ferite rugginose sotto il sole. Eppure, quel 3 maggio 1998, sono un formicaio di gente e palloncini verdi. Il cielo è una promessa, il sole si è messo il costume per il gran finale: Viterbo contro Zagara Catania, l’ultimo atto della Serie B.
C’è la televisione, un evento. Tutto va in diretta su TVT, l’ex TeleViterbo che già sente il respiro corto di una balena che si arena – le luci si spegneranno per sempre un anno dopo – ma che conserva ancora la schiena dritta di una provincia che ha deciso di alzare la testa e guardare oltre il proprio confine.
Il 50-5 finale ,per il Catania è solo un rumore di fondo, una nota a margine per le statistiche. La verità, quella vera, era stata scritta sotto azoto liquido due settimane prima, il 19 aprile. Quando il Messina si era arreso al Quatrini e Segni, con un colpo di mano da guascone, aveva ribaltato l’aristocrazia della palla ovale battendo il Benevento. Con quel +5 in classifica a due turni dalla fine, la matematica aveva smesso di essere un’opinione per diventare un destino.
C’era voluto più di un Esodo per tornare lassù, in Serie A. Trentasei anni di deserto, di C, di D, di abissi sfiorati camminando in bilico su sentieri stretti, dove l’unica protezione era tenersi i talloni schiacciati a terra. Ma quella non fu fortuna. Se la promozione del ’62 era stata il lampo di un atto di fede, quella del ’98 è un teorema: il frutto maturo di una programmazione maniacale, l’opera di una dirigenza illuminata, quella “industriale” , da Petroni ad Anselmi a Caparrelli ed a Roberto Pepponi , che avevano imparato a guardare l’orizzonte prima degli altri.
C’era il “rugby green”, il vivaio nato nell’86, e c’era il tocco di Franco Ascantini. Un uomo fatto di pane, mischie e saggezza, uno che aveva respirato l’aria della nazionale accanto a un santone come Pierre Villepreux. Ascantini trovò il suo alter ego in Ruggero Grassotti, allenatore e giocatore di un gruppo che era un mosaico di anime. Tutti viterbesi, gente di terra e di radici, con l’aggiunta di tre innesti romani – Bernardi, Ancellotti, Cesaroni – a dare il sale, l’equilibrio, la malizia necessaria.
E poi c’era lui, l’alieno. Nicola Racean, portato dal Levante. Un uomo da due Mondiali, conosciuto nell’universo ovale grazie ai pixel di Jonah Lomu Rugby, il gioco per Playstation 1 uscito nel ’95 dove era protagonista con la maglia numero 13 della nazionale rumena. Suoi furono i calci, i brividi, la precisione chirurgica contro il Benevento e quel pareggio a Rieti, colto all’ottantesimo, che aveva scatenato l’inferno. A Rieti, i tifosi locali volevano farsi giustizia da soli: la rabbia di chi sa che ha appena visto scivolare via l’occasione di una vita.
Ogni domenica era una trincea. Si vinceva ,spesso di pochi punti, col cuore che batteva contro la gola e la bava alla bocca. I singoli hanno illuminato il buio, certo, ma a sollevare quel peso, a trascinare il Viterbo in Serie A, è stata quella forma invisibile e potente che solo il rugby sa costruire: l’architettura del gruppo.

























