La promozione dei Lions Alto Lazio in serie A onora la storia della palla ovale viterbese iniziata nel 1952

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Con la promozione in serie A centrata sul campo di Civita Castellana lo scorso 29 marzo, la palla ovale viterbese ha toccato uno dei suoi punti più alti. È stata la vittoria di un movimento e di un territorio che, con le insegne dei Lions Alto Lazio, ha raccolto sotto gli stessi colori i giocatori del rugby Viterbo e dell’Amatori Civita Castellana. Un traguardo tutt’altro che semplice, tutt’altro che scontato. Per rendersi conto della portata di quella che può essere definita un’impresa, basta sfogliare indietro gli annali dello sport provinciale: da quando esiste una società rugbistica nel Viterbese, dal 1952 anno di fondazione del rugby Viterbo, solo altre due volte una nostra portacolori è stata promossa in Serie A. La prima volta è un ricordo in bianco e nero e porta la data del 1962. La seconda era arrivata 36 anni dopo, nel 1998. Storie che ripercorriamo in attesa della festa al Sandro Quatrini di sabato 2 maggio quando i Lions ospiteranno l’Olbia nell’ultima partita di un campionato dominato. Mondi diversi, identico l’odore dei sogni e di terra bagnata.

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È il 6 maggio 1962, a Livorno, sul campo, c’è un rumore sordo di tacchetti e ossa, di mischie che sanno di terra e di lealtà. La Viterbese Rugby batte i Sorci Verdi di Prato, 6 a 3. Una meta di Biscetti, un piazzato di Collettini, è il pass per la Serie A, è il varco che si apre verso l’élite a quasi 10 anni dalla prima storica partita giocata al campo della Palazzina, il 4 novembre 1952, contro il Cus Roma. Ma in quel momento, quando almeno una gazzosa andrebbe stappata, nessuno pensa ancora ai salotti buoni della capitale del rugby. C’è da pensare al pane, perché il rugby, in quegli anni, non è uno sport: è un atto di resistenza. È l’Italia che sta imparando a correre col boom economico, ma che a Viterbo ha il fiato corto, la provincia che osserva il benessere passare da lontano. La squadra è un’epopea di dilettantismo quasi francescano. Per le trasferte, la logistica è una faccenda di contorsionismo: cinque uomini in una Fiat 500, una scatoletta di sardine che macina chilometri, sospesa tra le nebbie del mattino e l’odore della benzina. Il tesoriere, Onesimo Milioni, ogni domenica, ha un mantra che vale più di un contratto collettivo: “Portatevi cinquecento lire, se no non mangiate”. Poi, come amava ricordare Checco Oliva, uno dei fondatori del rugby Viterbo, per andare a L’Aquila bisognava prendere il traghetto, non erano stati ancora ricostruiti tutti i ponti distrutti dalla guerra. Non ci sono magazzinieri, non ci sono divise tecniche. Si gioca, qualche volta, con le maglie smesse dal CUS Roma, rammendate con la cura di chi ripara una bandiera. E se le scarpe da rugby non ci sono, se il numero non torna, pazienza. Fulvio Carabelli, seconda linea, civitonico, scende in campo con le scarpe da pugile. Un rugby tutto cuore capace non solo di stupire, ma di lasciare il segno e colpire l’immaginario collettivo. Dopo il trionfo di Livorno la Viterbese gioca il titolo di campione d’Italia serie B contro i Chicken Milano e Messina. La prima partita è a Firenze contro i meneghini: 500 km tra andare a tornare, colazione, pranzo e cena chela società e le tasche dei giocatori non sono in grado di sostenere. È lì che succede il miracolo laico. La città, quella Viterbo isolata ancora più di oggi, si mobilita. Un giornale lancia una colletta. Non è pietà, è appartenenza. Il risultato è una commovente contabilità del cuore: 49.900 lire e 100 litri di benzina. Il combustibile per far girare i sogni. A Firenze i ragazzi vincono 9 a 0, un trionfo che sa di riscatto. Poi, il 20 maggio, la sconfitta a Napoli contro il Messina, 6 a 3. Ma non importa. La classifica finale, sommando quei frammenti di stagione, incorona la Viterbese: Campione d’Italia di Serie B. Alla fine, arrivano le medaglie d’oro, il trofeo, i diplomi consegnati dal sindaco Smargiassi. Il “notaro” Rossetti, presidente col pedigree, elogia lo spirito dilettantistico. Ma la vera gloria non è in quell’oro che brilla sul petto. La vera gloria è in quei cento litri di benzina, in quelle scarpe da pugile, in quei chilometri mangiati stretti in una 500. Era un’epoca in cui la passione non si misurava in ingaggi, ma in quanto eri disposto a dimenticare te stesso per far correre la palla ovale verso la linea. Era un gioco di specchi, di astuzia e di legami indissolubili.

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