Lectio Magistralis di Annalisa Nesi: l’italiano è una lingua giovane

Di Giulia Benedetti

Le parole hanno la capacità di descrivere, spiegare e costruire il mondo, hanno un peso e uninestimabile valore. Probabilmente, nessuno lo sa meglio di Annalisa Nesi, professoressa presso l’Università di Siena e accademica della Crusca, la quale ha tenuto la sua lezione online “Le parole dell’italiano, lingua giovane” all’interno del  secondo webinar interdisciplinare “Parole come descrizione, parole come costruzione” in collaborazione con il gruppo di ricerca TRUST dell’Università degli Studi della Tuscia.

Alla tavola rotonda digitale nel pomeriggio del 16 dicembre si sono susseguiti gli interventi dei professori dell’Unitus Chiara Moroni, Alessandro Sterpa, Alessandro Fusi, Fabio Pacini, Luigi Di Gregorio e Michele Negri i quali hanno illustrato, ognuno dal punto di vista del proprio ambito di studio, i cambiamenti in atto nell’uso delle parole e la loro risonanza sulla società, evidenziando come dietro a termini talvolta semplici e spontanei si possano nascondere dei veri e propri universi culturali.

“In un momento in cui la comunicazione diventa sempre più virtuale” dice la prof.ssa Nesi “il discorso linguistico è un discorso che fomenta e permette le relazioni, per questo conoscerne la storia e le dinamiche attuali è di fondamentale importanza. I nostri atti linguistici sono espressione della necessità di esprimerci, richiedono un’unione di competenza comunicativa e linguistica: saper cogliere le differenze tra scritto e parlato, scegliere i registri linguistici, cogliere gli aspetti pragmatici delle convenzioni comunicative e del linguaggio para verbale. Un complesso di elementi che dobbiamo gestire al meglio e per farlo c’è bisogno di un impegno fin dai primi momenti dei nostri percorsi scolastici.”

Un itinerario che inizia sui banchi di scuola, tra “pensierini” e temi, che cresce, si ramifica, si arricchisce e viene ampliato di termini nuovi, provenienti da luoghi e tempi più impensabili.

“Le parole valgono, pesano: hanno un peso nella realtà di ieri e di oggi. Seguirle è nostro dovere, anche attraverso la necessità di un presidio, ovvero un vocabolario. È un potente alleato che ci aiuta a fare delle scelte, anche sul piano dei linguaggi più tecnici o specifici. Siamo di fronte a un insieme che muta la sua fisionomia nel tempo, la accresce, subisce delle perdite e dei cambiamenti, quindi va sempre monitorato.”

I lemmi stampati tra le pagine dei voluminosi Zanichelli non sembrano più solo macchie di inchiostro inanimate, ma assumono un valore molto più profondo e complesso: sono considerati un vero e proprio patrimonio.

Attraverso le parole della prof.ssa Nesi è possibile comprendere non solo la ricchezza della nostra lingua, ma anche la sua giovinezza.

 

“Dal momento che la nostra lingua attuale è basata sul tipo fiorentino parlato da Dante Alighieri, sembra una contraddizione definirla giovane, tuttavia ancora riusciamo a comprenderla, ad otto secoli di distanza.  Una lingua che ha avuto una sua continuità, evoluzione e, soprattutto, un’affermazione lentissima per tutto il territorio, che gli italiani hanno avuto tardivamente”.

Infatti, l’italiano prima di essere parlato a livello nazionale ha dovuto aspettare la fine della seconda guerra mondiale, ed è questa peculiarità a renderla contemporaneamente una lingua antica e giovane.

“Ma è nel lessico che possiamo che possiamo individuare le sue maggiori trasformazioni e quando una determinata parola comincia a circolare. È l’uso dei parlanti che ne determina il successo di una lingua: se una data parola non viene accolta, non si acclimerà mai”.

Dietro ogni parola vi è una storia, frutto di contatti con altre lingue e cambiamenti sociali e culturali. In esse vi sono frammenti di vita e di società in continua relazione con l’esterno.

“In questo periodo storico il lessico assume una rilevanza nella comunicazione esterna. In questo contesto di pandemia siamo stati esposti ad una serie di termini che prima interessavano solo gli addetti ai lavori, ad esempio anticorpi monoclonali. Ciò è la dimostrazione che il nostro lessico si allarga, attraverso l’ascolto e alla partecipazione a parole che vengono da altri ambienti e che necessitano di essere spiegati e divulgati”.

Parole che devono condivise, creando una sinergia portatrice di benefici collettivi. “Bisogna considerare la ricchezza del proprio lessico tecnico e saperlo porgere quando è il momento di coinvolgere gli altri. Ecco che la rete la sociale diventa più forte, perché più forte è l’intercomprensione tra i mediatori, ognuno della propria disciplina”.

 

 

 

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