Ogni mattina scruta lo sfavillare di Bolsena dall’alto, percorrendo un tratto di Francigena. Ogni tanto, acqua alle caviglie, cala il cavalletto nel lago per cogliere la sua “verità luminosa”. Michael Franke è il pittore tedesco itinerante – da Bonn all’Olanda – che ha fatto della Tuscia il suo atelier dell’anima. Qui ha trovato il suo “àntron”, un incavo pittorico in dialogo con l’oltretomba e la mitologia etrusca. Dagli anni ’80 a oggi, le sue opere hanno girato mostre prestigiose, da San Pietroburgo ad Atene. Tra i suoi ultimi lavori, partorito proprio sulle sponde di Bolsena, un ciclo pittorico ispirato all’universo immaginifico della Divina Commedia ed esposto a Roma, a Palazzo Firenze, presso la sede della Società Dante Alighieri, in occasione del 700° anniversario della morte del poeta.
Come sei approdato a Bolsena?
Sulla scia di Goethe, in particolare grazie a una mia mostra a Castel Sant’Angelo curata da Claudio Strinati che avevo dedicata al tema del viaggio in Italia dello scrittore tedesco. Questo primo aggancio mi ha portato successivamente ad esporre a Siena e a scoprire il mondo etrusco al confine tra Lazio e Toscana: è stata una rivelazione artistica.
In che senso?
Le vie cave di Sorano, Sovana e Pitigliano risuonavano nella mia pittura già prima di conoscerle. In qualche modo le avevo dipinte senza volerlo, senza averle mai viste. Ho sentito di avere una forte connessione con questa parte di passato che per me rappresenta un nuovo rinascimento. Tramite amici ho trovato uno studio nei pressi del lago di Bolsena che da tredici anni è diventata il mio luogo d’elezione.
Quanto di simbolico c’è nell’impronta etrusca che si ritrova nella tua pittura?
La mia ricerca ha sempre aleggiato attorno ai temi del varco, del passaggio e degli antri scavati che sembrano condurre a mondi sotterranei, nel mistero del grembo della terra. Le forre etrusche sono la materializzazione di una ritualità che va ben oltre la loro funzione pragmatica. E infatti sono collegate al culto dei morti. Altro aspetto affascinante è il loro profondo legame con i corsi d’acqua, pensiamo al Fiora o al Lente.
Nel 2021, in occasione 700° anniversario della morte del poeta, hai presentato un ciclo pittorico in mostra a Palazzo Firenze, nella sede della Società Dante Alighieri a Roma. Come ha influito il paesaggio bolsenese su questo lavoro?
I paesaggi danteschi sono espressione di una topografia dell’anima, di una morfologia simbolica fatta di percorsi iniziatici e rituali che ritroviamo anche nei santuari etruschi. Osservare il paesaggio della Tuscia e il suo caleidoscopio di morfologie e di riflessi nel lago, è stato determinante per dare un’interpretazione visiva alle tre cantiche. Questi luoghi sono bagnati da una luce inebriante, eterea. Dedico molto tempo allo studio delle mutazioni della luce nell’arco della giornata. A volte dipingo in acqua, immergendo il mio cavalletto a qualche metro dalla riva.
In questo senso ti definisci un pittore paesaggista?
Il mio ultimo lavoro sta andando in questa direzione: mi sto dedicando alle suggestioni dell’aurora. Mi alzo presto la mattina per cogliere le magie degli azzurri, il passaggio dal mondo notturno al chiarore dell’alba. Il lago di Bolsena non è cambiato, a mutare è l’intervento dell’uomo che oggi molto più facilmente trasforma questo paesaggio così vulnerabile. Avverto Il mio ruolo di artista proprio in questo: rinnovare lo sguardo e risvegliare la consapevolezza dell’incredibile meraviglia che è la natura e di ciò che si è sviluppato in milioni di anni.
Che valore aggiunge l’artista al tema costituzionale della tutela del paesaggio?
Rimarca che appartiene anche a coloro che non ne traggono un ricavato, un profitto. Il paesaggio è soprattutto di coloro che vi trovano un rifugio, un po’ come ho fatto: pur essendo nato altrove e rimando in perenne viaggio tra Bonn, le Fiandre e l’Olanda, ho scelto come patria dell’anima il lago Bolsena. La Tuscia è uno degli ultimi paesaggi europei che riesce a mantenere un legame ancestrale con il passato, con la mitologia e la sua intrinseca bellezza. È uno dei pochi a rivelare ancora la sua magia nel silenzio. L’artista prova a dargli voce.


























