La recensione/La grazia il film di Sorrentino che racconta la leggerezza di una politica lontana

di Rosella Lisoni

Lagrazia

“Perché si sta lasciando morire?” chiede Mariano De Santis, Presidente della Repubblica a fine mandato, al detenuto al quale dovrebbe concedere la grazia. “Per tornare leggero e tornare a vivere”, risponde Cristiano Arpa, il detenuto.

Un elogio della leggerezza, il nuovo film di Sorrentino, leggerezza che ha molto a che fare con la grazia, uno stato d’animo che riconcilia col mondo, come lo stesso Sorrentino afferma. “Uno stato d’animo pacificato che non prevede troppe nevrosi, troppe ambizioni. Devo dire piacevole. Arriva un momento nella vita in cui si gode nel fare un passo indietro, dopo tanto tempo passato a cercare di farne sempre in avanti. Questo ti pone nei confronti della vita in modo più sereno!”.

La grazia non è un film politico, ma restituisce un’idea di politica che oggi non sembra appartenerci più, all’interno della quale alberga il dubbio, la ponderatezza, la pacatezza, la riflessione. Quasi un elogio alla burocrazia che impedisce di prendere decisioni affrettate e costringe a tempi lunghi.

“Rispetto ad un modo di decisioni affrettate [….] sarebbe prezioso che tornasse quella che abbiamo sempre criticato come burocrazia”, afferma il Presidente, uomo rigido, tutto d’un pezzo, soprannominato “cemento armato”, soprannome che lo fa riflettere e un pò lo turba ma che lo conduce lungo il terreno del dubbio, del significato profondo della vita, del lasciarsi andare dell’essere leggero, come mai è stato.

Il film racconta anche della grazia che il Presidente deve concedere sia a Cristiano Arpa, colui che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer, che a Isa Rocca, colei che ha ucciso il marito violento nel sonno.
Il focus del film è anche sulla grazia come stato d’animo, come sentimento, come talento naturale che rende più soave la vita.
Il Presidente la grazia la nega perché chi avrebbe dovuta riceverla non era sincero, non amava davvero la moglie. Il metro di giudizio è l’amore.
Quell’amore che Adele, l’amata moglie di Mariano De Santis, ha sporcato tradendolo, lasciandolo inquieto e sgomento, in preda del dubbio atroce sul significato dell’amore.
Quel dubbio che lo stesso Papa, nel film un Papa di colore che si allontana sul motorino, chiede al Presidente di accettare “perché da grandi si impara a convivere con i dubbi”.

L’altro dilemma che assale il Presidente è firmare o meno la legge sull’eutanasia, legge che firmerà sollecitato dalla figlia, Dorotea, giurista anche lei, che per tutta la vita affiancherà e supporterà la figura paterna per abbandonarla alle soglie delle dimissioni.
Mariano De Santis, non concluderà il mandato, si dimetterà per votare il prossimo Presidente della Repubblica.

Sorrentino tratteggia un Presidente, un uomo, con molti dilemmi, debolezze, paure, ma che, a fine mandato, cerca di assaporare la vita, facendosi avvolgere dalla leggerezza, smettendo i panni del giurista rigido, abitato dalla verità, dal rigore per vestire i panni di un uomo pronto ad accettare la leggerezza, ad abbandonarsi ad un coro con gli Alpini, a concedere la tanto agognata intervista a Vogue, a mangiare la pizza nel cartone.
Bellissimi i primi piani, i primissimi piani, le inquadrature dall’alto, i giochi di luci e ombre.
Altrettanto belli e vitali i personaggi.
Al severo e legnoso Presidente fa da sponda Coco Valeri, l’artista, l’amica del cuore della moglie, vitale, passionale, vera, sincera, che profuma di verità, contraddittoria come solo la vita sa essere.
Ironica, simpatica, invadente a volte, mai scontata.
“Solo gli stronzi sono simpatici – dirà -, una certa dose di cattiveria contribuisce a creare simpatia”.

Colei che alla fine del film rivelerà il nome dell’amante della moglie del Presidente, senza però riuscire a sciogliere i suoi dubbi sulla veridicità del nome.
Vitale, emozionante, simpatica, trasuda di vita vissuta.
La figlia Dorotea, una splendida Anna Ferzetti, che affianca il padre nel lavoro di giurista, consigliera fedele e fidata, ligia al dovere e rigida quasi quanto il padre.
Sarà la visita alla carcerata in attesa di grazia ad aprirle gli occhi, a farle decidere di abbracciare la vita vera e allontanarsi dal padre.
Il fidato corazziere pronto a elargire consigli al Presidente che, di fronte alla sua affermazione: “la verità è una montagna difficilmente raggiungibile” congedandosi da lui lo invita a “non cercare sempre la verità”.

Un film vero, emozionante, intriso di lacrime, in cui la memoria gioca un ruolo chiave nelle frasi non dette, nelle cose non fatte, nei silenzi, nei ricordi nelle ossessioni, che rimandano con una certa malinconia alla condizione umana.

COMMENTA SU FACEBOOK

CONDIVIDI