La Casa di Via San Sebastiano. La suocera dagli occhi azzurro cielo

di Maria Letizia Casciani

Ero molto intimorita dall’idea di conoscere la mia futura suocera, perché, da quello che mi aveva raccontato l’Uomo coi baffi, sapevo che avrei avuto di fronte una donna molto elegante e raffinata e temevo che, già al primo sguardo, avrebbe potuto ritenermi non all’altezza di suo figlio.

Il mio senso di inferiorità era ancora un giudice troppo severo, rispetto a me stessa, ed avevo rimandato in ogni modo le presentazioni ufficiali. 

Il caso, però, per una volta decise al posto mio.

Un cugino dell’uomo coi baffi stava per sposarsi ed egli, che pure detestava i legami familiari troppo stretti e soffocanti, stabilì che lo avrei accompagnato alla cerimonia ed al pranzo di nozze. Non solo, dunque, avrei conosciuti i suoceri, ma mi sarei trovata al centro dell’attenzione di un vero e proprio clan.

Nelle settimane precedenti fui torturata dall’ansia: avrei dovuto conoscere e salutare una miriade di parenti, giunti in città da ogni parte d’Italia per l’occasione, curiosi di conoscere la nuova arrivata! 

Cosa avrei fatto se non mi avessero accolto bene ed intorno a me ci fosse stata freddezza? Il solo pensiero di quel giorno, che si avvicinava velocemente, era sufficiente ad agitare i miei sonni.

Scoprii ben presto che le mie paure erano infondate: non solo quel giorno ebbi l’onore di un’accoglienza calorosa, ma lei – la mia futura suocera – fu molto, molto carina con me. 

Quello fu l’inizio di un amore reciproco. Quella donna divenne in breve tempo uno dei pilastri della mia esistenza.

Era una persona minuta, dalla voce flebile e delicata. Sul suo viso era sempre in agguato l’inizio di un sorriso, velocissimo a concretizzarsi, poiché esso derivava dalla buona disposizione che quella donna possedeva nei confronti del prossimo. 

Portava un elegante taglio a caschetto sui suoi capelli sale e pepe. L’espressione simpatica da ragazzina era accentuata – in quel volto un poco appuntito – dal magnetismo dei suoi occhi azzurri, che possedevano delle tenui velature grigie.

Quegli occhi riuscivano ad essere persino la cartina al tornasole del suo stato di salute. Mia suocera soffriva, infatti, di terribili emicranie, che a volte la costringevano a restare chiusa in camera per giorni e giorni e, quando la crisi si annunciava, quegli occhi – di solito così intensi – si velavano, come coperti da una nube improvvisa.

Aveva un innato senso dell’eleganza e, indossato da lei, qualsiasi abito acquistava un tono particolare.

Possedeva una vera passione per i cappelli, che amava portare in ogni occasione. Più di una volta l’accompagnai in un piccolo laboratorio in cui una graziosa vecchietta ne produceva da alcuni decenni ed era apprezzata da tutte le signore della città. 

Si trattava di un negozio particolare, seminascosto all’interno di un vicolo in cui si giungeva subito dopo aver superato un piccolo arco di pietra. 

Entrare lì e restare a bocca aperta era tutt’uno: sul bancone, sui ripiani, ovunque, c’erano cappelli di tutte le fogge, nei materiali più disparati. La prima volta ne restai incantata e mi divertii a provare e riprovare molti modelli.

Non ne comprai nessuno, perché ero convinta che i capelli non facessero al caso mio.

“Sbagli, mia cara!” – mi disse mia suocera – “Indossare un cappello è facilissimo: devi solo dimenticati di averlo in testa!”

Le sue massime, da quel momento in poi, divennero per me delle leggi, di cui facevo sempre tesoro.

Era una donna dai mille interessi – un po’ come suo figlio – tutti legati al mondo femminile.

Amava cucinare e cercava sempre nuove ricette da sperimentare, che trovava su riviste illustrate di cucina, che, da quel momento in poi, divennero la mia nuova Bibbia.

Era una fanatica delle pulizie di casa e da lei imparai l’importanza di possedere un Folletto e di frequentare con regolarità le riunioni della Stanhome, che ci proponeva sempre qualche diavoleria per combattere la guerra perpetua contro lo sporco, o quelle della Tupperware, che ci incantava con i suoi contenitori supercolorati, da riporre ordinatamente sui ripiani del frigo. 

Queste riunioni erano organizzate di volta in volta in case diverse, in quegli incantevoli salotti borghesi in cui venivano approntati dei piccoli rinfreschi, che mi consentivano di conoscere persone diverse ed interessanti, anche se tutte molto più grandi di me. 

Praticava con passione il giardinaggio e da lei appresi l’arte di coltivare nel modo giusto i gerani, che accudiva con amore nelle sue terrazze, al quinto piano di una magnifica casa, e le rose, che curava nella casa di campagna, insieme al suo adorato orto.

Amavo molto i momenti che trascorrevamo io e lei da sole, quando iniziava a raccontarmi i momenti dell’infanzia di suo figlio: da quei racconti traspariva con chiarezza il grande affetto che provava per lui ed essi erano per me un modo di conoscere meglio il carattere dell’uomo con cui vivevo.

Non ci fu mai competizione tra noi, ma sempre grande complicità e fu per me una madre ed un’amica, di certo non la suocera indisponente alla quale fanno di solito riferimento i luoghi comuni.

Una della nostre passioni era uscire a metà mattina per negozi, oppure andare a curiosare in un grande magazzino o al mercato. Avevamo i nostri piccoli rituali: il negozio dove acquistare il formaggio particolare, oppure quello in cui eravamo solite mangiare un magnifico maritozzo con la panna – che poi era il medesimo in cui mi avevano portato da bambina, quando venivo in città per le analisi di controllo. L’eterno ritorno delle cose.

Ci scambiavamo spesso – da appassionate lettrici di libri quali eravamo – consigli di lettura e lei mi trasmise anche la passione per i fumetti di Asterix, che non avevo mai letto.

“Se li osservi bene, soprattutto ad una lettura successiva, coglierai una miriade di particolari che ti erano sfuggiti e capirai anche quanta cura del dettaglio storico sia presente in quelle tavole!”

Negli anni successivi mi dedicai alla lettura sistematica della collezione delle storie di Asterix che lei possedeva – collocate in ordine di uscita sui ripiani della libreria. Le trovavo spassosissime e non smettevo mai di tornare a quello che era il mio volume preferito, “Asterix  e la pozione magica”, uno dei migliori di sempre, a mio avviso.

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