Mentre le note “Dieci domande sui restauri PNRR a Villa Lante” rimangono ancora inevase da parte delle autorità alle quali sono state sottoposte (https://www.cyranofactory.com/dieci-domande-sui-restauri-a-villa-lante-bagnaia/;https://artslife.com/2026/06/30/villa-lante-lettera-aperta-sui-restauri-dieci-domande-agli-enti-responsabili-dei-lavori/), mentre il dibattito sulla pulitura radicale del peperino ha raggiunto diffusione internazionale, anche in concomitanza con la petizione change.org sulla necessità di effettuare monitoraggi continui presso lo stesso sito (https://www.change.org/p/effettuare-monitoraggi-costanti-a-villa-lante;https://www.finestresullarte.info/attualita/villa-lante-bagnaia-emergenza-restauri-petizione-per-chiedere-monitoraggi-su-lavori), l’indagine sul patrimonio storico-artistico di Viterbo e della Tuscia si sposta al Palazzo Farnese di Caprarola.
Stando alle comunicazioni ufficiali della Direzione Regionale dei Musei Nazionali del Lazio e della Direzione delle Ville Storiche della Tuscia, due milioni di euro dei finanziamenti PNRR sono stati impiegati per rendere più efficienti gli impianti di riscaldamento, per recuperare il cosiddetto Giardino dei Fiori nella sezione più a monte del parco, per reimpiantare il Giardino delle Rose, allestire un sistema di illuminazione per le visite serali. I restauri sono stati inaugurati nello scorso mese di maggio. Evidenti, in senso positivo, gli esiti del recupero nel giardino fiorito, voluto dal cardinale Odoardo Farnese, visibili gli apparti illuminotecnici che è auspicabile permetteranno la sistematica estensione degli orari di visita in notturna, e il supporto didattico dei pannelli esplicativi.

In concomitanza con tali apprezzabili aspetti, tuttavia, persistono numerose criticità.
Allo stato attuale tre distinte cromie sulle facciate, attestano tre diverse fasi di intonacatura e relative forme di deterioramento. Fessurazioni diffuse insistono sulle superfici e profonde soluzioni di continuità nelle murature. I parapetti delle scarpe nel registro inferiore, che conferisce all’edificio il caratteristico aspetto di fortilizio, sono erose in più punti dagli agenti atmosferici, frammenti di apparati espositivi pregressi e arredi di servizio, in uso per trascorsi convegni, rimangono alla vista dei visitatori, in alcuni ambienti interni.

Le problematicità più macroscopiche, tuttavia, permangono negli spazi esterni. La pietra delle fontane è invasa da muschi e incrostazioni, lacune evidenti si aprono nelle decorazioni dei giardini superiori, il ninfeo della Fontana del Bicchiere, detta anche dei Fiumi, è utilizzato come deposito per materiale di risulta e di manutenzione del giardino (cancellate in disuso, tubi, pancali, colonnine di dissuasione all’accesso e relative catenelle), altro materiale analogo (secchi, assi di legno, tubazioni) è abbandonato in prossimità dei pilastri decorativi dei giardini superiori e nell’area di collegamento verso l’antico barco. Evidenti lacune nel manto erboso e piante secche nel Giardino delle rose recentemente reimpiantato. Acqua putrida ristagna nelle vasche, depositi di aghi secchi di pino si sovrappongono al muschio e alle piante infestanti nei sedili perimetrali del Giardino delle Cariatidi.
Il loggiato a monte della palazzina dei Piaceri è stato schermato da cristalli fissati con elementi metallici di snodo e commettitura, nonché maniglioni verticali tubolari che stridono, per brillantezza e carattere contemporaneo, con l’iconografia complessiva della struttura. La porta a vetri, per altro, nel corso del sopralluogo svolto nei giorni scorsi, poteva essere aperta da chiunque avesse voluto, dopo aver superato facilmente le transenne, in quanto le chiavi sono state lasciate infilate esternamente nella toppa della serratura.
I gigli farnesiani che costellano l’estensione dei giardini presentano diversi elementi di degrado. Fratturazioni, quelli delle paratie che inquadrano, a corsi bugnati e roccaglie, la catena d’acqua. Muschi e piante spontanee coprono gli altri intagliati a tuttotondo che punteggiano i giardini superiori. L’acciottolato delle pavimentazioni, in questa area progettata da Giacomo Del Duca, è manchevole in più punti.
Si ricava un’iconografia che denota la necessità di interventi manutentivi consentanei alla tutela dell’intrinseca, storica pregevolezza del complesso dove è stato compiuto il connubio tra declivi, natura naturale e natura piegata al gusto scenografico della committenza nonché dell’estro manierista. In tal senso sarebbero compiutamente rispettate le originarie istanze colte e citazioniste dell’antico, (vedi la grandiosa Fontana del bicchiere che parafrasa il celebrato Cratere Medici), e il disegno progettuale finalizzato a squadernare, nell’ottica della meraviglia, quinte sceniche in costante mutamento in concomitanza con gli spostamenti del riguardante.
A tale intrinseca compiutezza storica, progettuale e formale, si affianca la contemporanea difficoltà di coordinare la manutenzione secondo uno standard qualitativo degno del sito che continua a richiamare illustri visitatori, studiosi, e appassionati cultori dell’architettura nonché delle opzioni decorative inerenti la pittura di secondo Cinquecento, dai fratelli Zuccari, a Jacopo Bertoja, a Raffaellino da Reggio, a Giovanni De Vecchi, a Bartholomaeus Spranger, al Vanosino, ad Antonio Tempesta. L’attuale e percepibile cortocircuito contraddittorio si estende tra la precarietà nella quale si trova una parte del complesso e le sezioni che hanno beneficiato dei recenti stanziamenti PNRR.

Forse sarebbe stato più opportuno destinare in primo luogo al restauro dei gruppi scultorei e delle fontane, al risarcimento delle soluzioni di continuità e all’uniformazione delle difformità riscontrabili negli intonaci, al consolidamento delle componenti architettoniche lapidee, senza che il visitatore avveduto debba ora soffrire ad evidentiam per il disattendimento del principio di conservazione e tutela dell’unità architettonico-decorativa di Palazzo Farnese?
Forse è lecito e auspicabile attendersi nel breve periodo la prosecuzione dei restauri alle sezioni che necessitano interventi tempestivi grazie allo stanziamento di finanziamenti provenienti da cespiti altri rispetto a quelli del PNRR?
Oppure ci si dovrà rassegnare nei prossimi anni a dover constatare la coesistenza di aree risanate accanto ad altre deplorevoli disiecta membra?

L’autore
Salvatore Enrico Anselmi, storico e critico d’arte, scrittore, docente MIM, è dottore di ricerca in Memoria e materia delle opere d’arte, Università degli Studi della Tuscia.
Studioso delle committenze nobiliari di età barocca in area centro-italiana, con particolare riferimento alle famiglie Giustiniani, Farnese e Maidalchini-Pamphilj, ricerca in collaborazione con la cattedra di Storia dell’Arte Moderna.
Alla ricerca affianca la scrittura con particolare dedizione per la narrativa storica e d’introspezione.






























