Gianluca Braconcini: “Quelùe ha biùto l’acqua de la Palanzana!”

di Gianluca Braconcini

La Palanzana con i suoi 802 metri di altitudine è da sempre il monte caro a noi viterbesi, il suo immobile profilo pare essere un silente guardiano che per secoli ci ha “offerto” riparo e protezione durante le varie calamità ed è stata testimone di numerosi avvenimenti che hanno accompagnato la storia di Viterbo. Dalle sorgenti che si trovano lungo le sue pendici arriva in città un’acqua fresca e leggera; un vero e proprio vanto per i viterbesi che nei secoli ne hanno fatto un simbolo ed una caratteristica davvero unica. Un tempo era diffusa la credenza secondo la quale un forestiero che avesse bevuto l’acqua della Palanzana non avrebbe mai più dimenticato Viterbo mentre le sue “particolari proprietà” di mantenere giovani a chi ne beve molta, sono evidenziate in uno scherzoso modo di dire popolare: “Quelùe ha biùto l’acqua de la Palanzana!”, per indicare una persona che non si invecchia mai.
Nella notte dei tempi, durante la lunga attività vulcanica si formò il vasto comprensorio dei monti Cimini, (Palanzana, Cimino, Fogliano etc.) e l’alternarsi di stati di attività e di quiete ha fatto in modo che i materiali eruttati e franati si assestassero regalandoci quella pietra unica e caratteristica detta peperino, con la quale i nostri scultori e scalpellini hanno da sempre abbellito Viterbo con palazzi, chiese e fontane. Le immense colate di peperino col passare di moltissimi anni, vennero ricoperte di terra e da una grande varietà di piante dando vita così ad un meraviglioso paesaggio e ad una fitta e intricata ragnatela di alberi, la cosiddetta Selva Cimina, come veniva definita dagli antichi Romani, dove era facile perdersi perché difficilmente si vedeva la luce del sole.
Questa “horrida” foresta fu centro di paurose leggende e misteriose magie, un baluardo invalicabile per gli eserciti romani i quali, muovendosi alla conquista di queste terre abitate dagli Etruschi, credevano che fosse abitata da feroci draghi e da altri terribili animali. Soltanto nel 310 d.C il console Fabio Rulliano riuscì a superare la Selva conquistando così i numerosi centri abitati presenti nel territorio. Intorno al VI secolo dopo Cristo Teodorico, re degli Ostrogoti, concesse le terre della “Massa Palaentiana” a due importanti personaggi romani, Argolico ed Amandiano. La denominazione “Massa” era utilizzata un tempo per significare un accorpamento di terre, poderi e fabbricati rustici compresi sotto un unico nome, il cui antico possessore pare si chiamasse Palentius. Durante il regno dei Goti qui già sorgeva un piccolo abitato di proprietà del re Teodato, nel periodo Longobardo l’Abbazia di Farfa prese possesso di queste terre e le cedette in permuta ad una sorella del re Desiderio, Angilberta, badessa del monastero bresciano di S. Salvatore. Col passare del tempo il piccolo borgo diventò il Vicus Palentiano, ricordato già dal 766, che comprendeva due centri ben distinti: Plebe San Pietro e Plebe Santa Maria in Fagiano con annesse due chiese omonime. Alcuni resti del primo abitato (nominati dallo storico viterbese Pinzi) sono ancora oggi visibili nella località detta “Campo San Pietro”, situata presso l’insenatura settentrionale della Palanzana; dell’altro vico invece, rimangono a tutt’oggi le tracce dell’antica chiesa e del suo monastero, detta poi di Santa Maria della Palanzana, nel fabbricato di epoca successiva chiamato “Casino del Vescovado”, un tempo residenza estiva dei vescovi ed attualmente di proprietà della famiglia Balestra. Nell’ 852, viene nominato anche Vico San Valentino situato nei pressi di Bagnaia e le cui tracce costituite da strade, resti di abitazioni e di un ponte quasi del tutto scaricato sono ancora visibili tra la vegetazione.
Successivamente questo territorio fu oggetto di vari possessori, fino a che, dopo il 1095, divenne un bene del comune di Viterbo e nel 1202 se ne appropriò l’autorità vescovile.

Dopo qualche decennio la Palanzana fu alla base di un clamoroso episodio, il cui ricordo è tramandato dal cronista viterbese Niccolò della Tuccia. Nell’anno1247 nel corso delle ostilità tra Viterbo e Federico II un migliaio di fuorusciti ghibellini rifugiati al castello del Vico San Pietro riuscirono ad ottenere da Federico II un indulto, redatto dal suo cancelliere Pier delle Vigne, che permetteva loro il rientro in città; i cittadini guelfi però respinsero il messaggio ed attaccarono il castello dei loro nemici. In seguito a questo episodio ripresero le difficili trattative tra gli ambasciatori guelfi e ghibellini per far tornare gli esuli in città. Passò un po’ di tempo e finalmente gli esuli riuscirono ad entrare a Viterbo e superando porta San Sisto arrivarono scortati fino al Palazzo dei Consoli acclamati dal popolo viterbese che li accolse gridando: “Pace, pace, pace”…in questo modo la pace e la concordia furono definitivamente ristabilite.
Nella metà del Quattrocento poi questa vasta zona venne trasformata dal vescovo Giovanni dei Caranzoni in Bandita e Riserva di caccia e l’autorità vescovile ebbe la proprietà fino al 1870.
La nostra Palanzana è sempre stata mèta preferita per le scampagnate fuori porta, itinerario un tempo scelto dai nostri nonni e dai nostri genitori per festeggiare la Pasquetta o il Primo Maggio, dove si andava tradizionalmente a roppe la scarzèlla oppure a piantà maggio. Il suo cucuzzolo inoltre nella cultura popolare è un punto di riferimento anche per le previsioni meteorologiche viterbesi, tanto che si usa dire:” Quanno la Palanzana mette la cappa, curréte vitorbése ch’ecco l’acqua!”; “Quanno la Palanzana mette ‘l cappello, nu scappà de casa senz’umbrèllo!”. Una sua visita consente di scoprire angoli inediti, di immergersi in una natura ancora incontaminata per ammirare panorami piacevoli e straordinari. I colori dorati delle foglie in autunno, il silenzio della neve in inverno ed il fresco clima d’estate, danno a questi luoghi un fascino particolare che accompagna i viterbesi nelle loro distensive e riposanti passeggiate tra boschi e sentieri.

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