Federica Romiti e Il Liberatorio, lo spazio da condividere in un tempo che dedichiamo a noi stessi

di Donatella Agostini

Se cammini lungo via San Carlo, a Viterbo, i tuoi passi echeggiano lenti sul selciato, e lo sguardo viene inevitabilmente rapito dal profilo imponente della chiesa che domina lo sfondo. E’ il tramonto, e il cielo cambia colore a ogni momento che passa. Un attimo prima di raggiungere quella solennità monumentale, c’è un piccolo locale sulla destra che svela un rifugio intimo e inaspettato. Sulla porta un’insegna in legno porta inciso un nome che risuona come una promessa: Il Liberatorio. Non è solo una denominazione curiosa: in quella manciata di metri quadri, racchiusi dalle mura medievali, qualcuno un giorno ha sognato di spegnere il rumore di sottofondo e i pensieri pesanti attraverso la cultura e la libera espressione di sé. «Il nome rappresenta quello che vorrebbe essere questo spazio: un luogo liberatorio nostro, tuttavia pronto ad accogliere anche le idee degli altri». Federica Romiti ha dalla sua un sorriso e un entusiasmo travolgenti. Proprietaria del piccolo locale nel suggestivo quartiere di Pianoscarano, all’inizio voleva renderlo spazio privato da destinare alla sua creatività. «Doveva essere per me, da condividere con i miei amici. Lo spazietto si è trasformato in divenire».

Già cofondatrice dell’associazione culturale In House nata nel 2025, Federica ha deciso quest’anno di mettere a disposizione il proprio localino per le attività associative.  «Il Liberatorio è stato inaugurato il 3 maggio come piccolo cinema. Avevamo visto a Longone Sabino, in provincia di Rieti, il cinema più piccolo d’Italia. Quel cinemino ci era piaciuto tanto, perché intorno a quel minuscolo spazio si era riaccesa una comunità», racconta. «Ci ha fornito l’ispirazione per fare anche qui qualcosa di simile, anche perché a Viterbo il cinema non c’è… Certo, non è il Genio, però insomma bisogna sempre partire dalle piccole cose!». Al Liberatorio si sono svolte così proiezioni di varie pellicole, di fronte a una platea di sole tredici poltrone di velluto verde. «A cui aggiungiamo delle sedie che eventualmente vengono posizionate nelle serate di maggiore affluenza. Le poltrone ci sono state donate dal cinema di Bagnoregio, il comune si è subito dimostrato molto disponibile. Da lì, piano piano, sono arrivate le varie attrezzature necessarie alle proiezioni, grazie al contributo di persone che, credendo in noi, ci hanno supportato nell’acquisto. Perché in realtà non abbiamo fondi nostri, a parte quelli molto contenuti che provengono dal tesseramento dei soci».

Con il tempo In House si è consolidata e sono arrivati nuovi progetti: dal cinema alle mostre, passando per presentazioni di libri con autori, incontri, workshop fotografici e yoga. «Abbiamo organizzato serate di musica, tra cui il concerto voce e chitarra del cantautore romano Emanuele Galone. Quella sera abbiamo offerto un aperitivo nei locali soprastanti: la gente saliva e scendeva per prendersi da bere, socializzava e ascoltava la musica fuori, seduta sui muretti. Quando Il Liberatorio si riempie così, si creano delle atmosfere particolari, e anche la via ritorna a nuova vita. Sembra quasi di fare un salto all’indietro nel tempo, a quando di sera si scendeva per strada e la si animava con semplicità, stando seduti a chiacchierare sulle scale di pietra. La cosa più bella è che arrivano sempre persone diverse. In genere Viterbo è una città un po’ chiusa, nei soliti posti trovi sempre le stesse facce; da noi invece capita spesso che arrivino persone che non abbiamo mai visto prima!». Il piccolo spazio custodisce un’anima speciale, legata alla musica. «Ha un’acustica straordinaria e tanto tempo fa era la sala prove dei Tellurici, una band musicale viterbese. Ora stiamo provando a farli riunire, per farli suonare di nuovo qui e poter raccontare la storia di ciò che questo posto era e di ciò che è diventato. E poi c’è il teatro: abbiamo ospitato i giovani attori di Quartieri dell’Arte. Dormivano al piano di sopra e di giorno provavano qui, trasformando il locale in una vera residenza artistica. Hanno messo in scena spettacoli bellissimi. È esattamente questo ciò che sogniamo: fare in modo che questo spazio viva di vita propria, anche durante il giorno. In questo percorso, la vicinanza con l’Università della Tuscia potrebbe accendere una bellissima sinergia: vorremmo attivare un tirocinio per permettere ai ragazzi di abitare lo spazio fin dal mattino, riempiendolo di entusiasmo e di senso». Sinergia e condivisione rappresentano un vero valore aggiunto, e spesso riescono a dare risultati sorprendenti. «Penso alle serate dedicate agli scacchi, ad esempio, curate da Roberto Civilotti: un appassionato che riesce a trasmettere l’amore per un gioco capace di unire persone di età diverse, bambini e nonni. Roberto ci sottopone dei casi di studio e tutti insieme cerchiamo di risolverli, imparando le diverse strategie. Alla fine si gioca una vera partita: i bambini si appassionano così tanto che non vogliono più andare via!».

Nel settembre di quest’anno In House si è temporaneamente trasferita altrove, e ha scelto come location una sontuosa dimora settecentesca per una tre giorni chiamata “In – Oltre: la scatola culturale di In House”. La bellissima Villa Muti Bussi, su viale Trieste, con i suoi giardini ombrosi e le sue splendide sale affrescate, ha ospitato mercatini di artigianato, presentazioni di libri, lettura di poesie, danza, sport, musica, talk su argomenti di attualità, fotografia e addirittura un seminario di filosofia. L’evento è stato un successo per affluenza di visitatori. «Crediamo fermamente nel potenziale di questa città e la nostra scommessa ha ricevuto una risposta positiva. Stiamo già pensando alla stagione in arrivo. Sembrerebbe che Viterbo abbia necessità di luoghi del genere: il cittadino viterbese ha bisogno di essere stimolato però poi dopo coglie, raccoglie. Ed è partecipe. Adesso vorremmo provare a partecipare a dei bandi che ci permettano di creare progetti più strutturati e di valore». E sembrerebbe che Viterbo abbia bisogno anche di persone come Federica Romiti, Barbara Roma, Lucia Rossi, Erminia Sezzi e Raffaela Marchi, che un giorno hanno deciso di dare concretezza ai loro progetti a partire da un minuscolo cinemino. «E’ piccolo sì, ma può diventare un grande spazio di libertà. Nella vita noi facciamo tutt’altro. Ma ci siamo trovate, e abbiamo capito che ci piace tanto sognare».

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