Pomeriggio nella Sala Conferenze della Fondazione Carivit a palazzo Brugiotti, Viterbo. Giuseppe Catalani, dottore di ricerca in Storia degli Stati Medievali Mediterranei, tiene una lectio magistralis su “Todi nel Basso Medioevo: lo statuto del 1337”. Roba per palati sopraffini, comunque per appassionati ricercatori. A fare gli onori di casa Luca Bruzzese, presidente della Delegazione viterbese dell’Associazione Italiana Cultura Classica (AICC) “Raimondo Pesaresi”, il quasi mitico docente e preside del liceo “Buratti, scomparso tredici anni or sono. Il professor Bruzzese risiede nella Capitale dove insegna Greco e Latino al Classico Dante Alighieri, ma Viterbo è diventata negli anni la sua città di adozione. Precisa: “Sono di madre viterbese, qui ho i miei zii e le mie cugine. Tutte le estati le ho trascorse a Viterbo. Sono socio di questa Delegazione da quando avevo quattordici anni. Mio nonno aveva il privilegio di essere amico del professor Pesaresi. Credo sia sufficiente per spiegare il legame con questa città”. Oggi è impegnato in prima persona, insieme a due figure chiave della locale Delegazione, la vice presidente Maria Teresa Ubertini e la professoressa Maria Grazia Palombi che riveste il ruolo di tesoriere, a far crescere, tra studenti e semplici cittadini, l’amore per gli studi classici, fondamento della moderna cultura europea.

Una mission quasi impossible….
“Intanto due parole sulla Delegazione: è attiva dagli anni Ottanta, costituita dal preside Raimondo Pesaresi, che era anche il segretario generale dell’Associazione di Cultura Classica. Dopo la sua morte è stato faticoso per gli eredi della sua memoria cercare di tenerla viva come del resto hanno fatto i presidenti che mi hanno preceduto. Sono stato nel direttivo dal 2003 e presidente dal 2011. Ora stiamo cercando di accrescere e intensificare la nostra attività. I risultati? Buoni. Negli ultimi anni abbiamo riscontrato un interesse notevole del pubblico. Tanto è vero che abbiamo registrato anche una buona risposta ai corsi di greco per principianti, organizzati dalla professoressa Palombi, e arrivati alla quarta edizione. Siamo riusciti anche a sfruttare in chiave positiva la drammatica vicenda del Covid che ci ha tenuti chiusi, ma ci ha fatto pure conoscere fuori Viterbo attraverso le trasmissioni on line, con l’adesione di tanti soci non residenti nel territorio”.
Quanti sono i soci viterbesi?
“Circa novanta. Tra essi una quindicina di studenti e tanti docenti in servizio, abbastanza distribuiti tra i due sessi. I giovani? Molti. Soprattutto e ovviamente ragazzi del liceo classico, i quali hanno scelto un chiaro indirizzo di studi e che nella Delegazione trovano uno spazio di approfondimento, di crescita e di apertura, proprio perché cerchiamo di collegare la conoscenza dell’antico ai problemi del mondo contemporaneo. Tanto è vero che nel passato abbiamo organizzato anche incontri/dibattito su temi costituzionali, di diritto o di economia”
Viterbo, e la Tuscia più in generale, come risponde?
“Diciamo che risponde sempre meglio, in modo più convinto, anche in ambiti tradizionalmente fuori da quelli scolastici e universitari. L’obiettivo della Delegazione è quello di ampliare la platea dei cultori del mondo classico, non per niente negli ultimi tre anni abbiamo realizzato una iniziativa che si chiama “I classici in biblioteca” con letture, presso la biblioteca dell’università, che coinvolgono studenti del liceo e della scuola secondaria di primo grado”.
Senta professore: quanto l’insegnamento del greco e del latino può contribuire alla crescita di uno studente degli anni Duemila?
“Moltissimo, perché dà quella profondità storica di pensiero che permette di vedere i mutamenti. Dobbiamo avere la coscienza storica di capire come l’Occidente si sia sviluppato acquisendo quindi maggiore conoscenza, che poi ci consente di fare delle scelte più consapevoli per noi stessi e per gli altri”.
Ovviamente, per oggi e per domani. A proposito di scelte e di domani, come vede l’idea del ministero della Istruzione di spostare al quarto anno delle Superiori lo studio dei “Promessi sposi”?
“Credo che si debba dare fiducia alle giovani generazioni e alla loro capacità di leggere e di amare i classici. Per esempio, posso dire in base alla mia esperienza, che il tanto vituperato Dante, è considerato così difficile da non poter essere letto. Be’ ricordo che il mio professore di Letteratura Italiana all’Università, Giulio Ferroni, diceva che la letteratura inglese e francese è ostacolata da una alterità che le due lingue antiche hanno rispetto a quelle contemporanee, noi italiani invece abbiamo lo straordinario privilegio di poter leggere un testo medioevale, come la Commedia di Dante, con relativa facilità. Cioè con un italiano non molto distante da quello che oggi parliamo. E questo è un valore che non va perduto. Le dico che i ragazzi amano Dante più degli scrittori del Novecento. In altre parole, io manterrei I Promessi Sposi dove sono, poi se ci si trovasse di fronte a eventuali difficoltà di una classe a far passare il testo, be’ allora in piena libertà di insegnamento, si potrebbe prendere in considerazione un altro testo”.
Può confermare che le iscrizioni ai licei classici siano drasticamente scese rispetto agli istituti tecnici?
“Sicuramente perché è cresciuta la competitività, in particolare dello Scientifico. Poi se sia un bene o un male non so. Penso che la formazione liceale dovrebbe sempre essere ad ampio raggio e non strettamente legata a una professione specifica. Il classico ha dalla sua parte il forte impianto storicistico che comunque è stato riformato negli anni e adeguato alle esigenze della cultura contemporanea e al momento storico, dominato dall’Intelligenza Artificiale”.
E lei che ne pensa dell’Intelligenza Artificiale?
“Deve continuare ad essere uno strumento, ma è pericolosa. Il liceo classico e gli autori antichi servono a poterla padroneggiare. Cioè la ragione umana deve controllare tutti gli strumenti. L’Intelligenza Artificiale fa paura se non abbiamo gli anticorpi e questi ce li dà una solida formazione umanistica”.
Lei vive a Roma, però ha detto di avere un legame piuttosto stretto con Viterbo. Come vede la città dei Papi?
“Sta cambiando. In meglio. Si sta aprendo. Intanto è più conosciuta di quanto lo fosse tempo fa. I romani, per esempio, prima la ignoravano, ora la frequentano molto di più. E anche i viterbesi vanno più spesso a Roma. Non c’è più la famosa selva cimina a separare le due città. E poi vedo anche un oggettivo fermento nelle attività culturali”.
Che magari può aiutare nella corsa della città alla candidatura di capitale europea della cultura…
“Credo che ne avrebbe tutti i requisiti. Sarebbe un bel risultato che Viterbo merita”.

Cerimonia dell’annullo filatelico dedicato per il concorso – convegno ” La storia ci guida” in memoria del prof Mauro Emilio D’Eufemia.

























