Costanza David, memoria viva dell’antifascismo a 80 anni della Repubblica

di Paola Maruzzi

Costanza David-ILT

Soriano nel Cimino, 2 giugno 1946. In paese c’è aria di festa, un insolito via vai colora le strade. Passa e suona la banda: c’è chi si affaccia alle finestre per salutarla, chi le corre dietro. Tra i tanti, anche gli occhi allegri di Costanza catturano la nascita della Repubblica. All’epoca era una bambina e oggi, mentre si appresta a spegnere le sue prime 90 candeline, rivive con lucido ricordo una pagina per lei doppiamente significativa perché famigliare e collettiva al tempo stesso. “Per anni ho convissuto con una certa resistenza nel raccontare le sofferenze del regime e della guerra, ma da un po’ di tempo ho scoperto l’urgenza di testimoniare”. In un lunedì di fine maggio, la voce di Costanza David scivola morbida senza che intorno voli una mosca, accerchiata da sguardi attenti. Intorno a lei le ragazze e i ragazzi della classe II B del Liceo Linguistico dell’istituto Carlo Aberto Dalla Chiesa di Montefiascone: oggi a insegnare, a lasciare il signum, è la voce viva della memoria.

Lei nasce nel 1936, nella fase apicale del fascismo. Che ricordi ha della sua infanzia?

Forse oggi riuscirà difficile da comprendere, ma quando ero piccola non c’era la liberà di parola, di espressione e d’informazione. I giovani erano pilotati, studiavano su libri che inneggiavano al duce. A scuola si andava in divisa, che serviva per rendere tutti uguali: più ci si somigliava e più si era obbedienti. Ricordo le adunate e il saluto fascista prima di entrare in classe. Ma della mia vita da bambina ricordo soprattutto l’esempio di mio padre, Settimio David, che non ha mai piegato la testa. Per questo motivo è stato perseguitato.

Costanza David-bambina
Costanza, bambina staffetta

Cosa comportava vivere al fianco di un marito e di un padre che ha sempre orgogliosamente rifiutato la tessera del partito fascista?

Sapevamo che era “marchiato”: sulla sua carta d’identità campeggiava la scritta “pericoloso in linea politica”. Ogni tanto capitava che venisse arrestato per motivi precauzionali. È stato recluso a Viterbo, a Regina Coeli e in altre città. Era un continuo entrare e uscire di prigione. Ci raccontava che era solito varcare la cella fischiando le note di “Vissi d’arte” di Puccini in modo che gli altri compagni potessero riconoscerlo. Era il suo il modo acuto e leggero per opporre resistenza, per dimostrare al regime che potevano piegarlo ma non si sarebbe mai spezzato. A casa vivevamo momenti di angoscia perché nessuno poteva sapere se e quando sarebbe ricomparso. Quando tornava, mia madre lo aitava a lavarsi e a togliersi di dosso i pidocchi. Dopodiché riprendeva la sua vita come se nulla fosse, più testardo di prima.

Durante la guerra che piega ha preso questo suo chiaro temperamento disobbediente?

Mio padre ha scelto di mettere a repentaglio la sua e la nostra vita dando asilo a un gruppo di prigionieri, tra cui alcuni soldati alleati, degli ebrei e dei disertori italiani. Per mesi queste persone si sono nascoste all’interno di un nostro casolare di campagna, in prossimità della strada provinciale che collega Soriano a Orte. L’obiettivo era aprirgli la strada per Roma, dove avrebbero raggiunto Città del Vaticano. Offrire loro rifugio era molto rischioso perché a due passi sostava l’autocolonna tedesca. Mio padre, con la complicità di mia madre e poi di mio fratello maggiore, non hanno mai smesso di prestare aiuto finché un giorno anch’io realizzai cosa stava succedendo: fu allora che iniziai a fare la staffetta.

Il padre Settimio David

Una bambina caparbia con un segreto forse più grande di lei…

Quando dissi ai miei genitori che avevo scoperto dell’esistenza dei prigionieri mi spiegarono con fermezza la grande responsabilità del nostro segreto. Poi mi condussero al casolare: ricordo che tutti mi vollero abbracciare perché inteneriti dalla mia piccola età. Da quel giorno fui io l’incaricata a portare regolarmente i viveri: una bambina non avrebbe destato sospetti nei tedeschi. Sentivo di avere sulle spalle un peso enorme. Sentivo la grande responsabilità del compito che durò mesi, finché non arrivò il fatidico 9 giugno del 1944.

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Cesto per portare il cibo ai rifugiati

Che immagini suscita la Liberazione negli occhi di una bambina?

Alla notizia dell’arrivo degli alleati mi misi a correre gridando che io e la mia famiglia avevamo salvato delle persone. Colsi delle rose e le portai ai rifugiati in segno di festa. Vedere la porta del casolare aprirsi fu un’emozione fortissima. Capii il valore dei sacrifici e dei pericoli affrontati. Eppure il dolore e la devastazione della guerra non si cancellano in un giorno: eravamo stati liberati ma tutt’intorno c’erano macerie e morte: il 5 giugno Soriano era stata bombardata dagli alleati con l’obiettivo di bloccare la ritirata dell’esercito verso nord. Noi, insieme a tanti sorianesi, andammo a vivere per un po’ nelle gallerie dei treni.

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Soriano dopo il bombardamento del 5 giugno 1944

Le donne italiane hanno conquistato il diritto di voto da 80 anni, lei ne ha qualcuno in più. Dall’alto del suo vissuto cosa si sente di dire alle giovani di oggi e di domani?

Non c’è cosa più immensa che potersi esprimere liberamente. Il fascismo ha provato a rendere la donna ancora più succube e abbiamo il dovere di conoscere il passato per non perdere ciò che è stato faticosamente conquistato. Abbiamo il dovere di seguire l’esempio di chi, con la sua disobbedienza civile, ci ha aperto gli occhi.

 

L’11 giugno prossimo Costanza David compirà 90 anni, gli Auguri e il nostro Grazie per averci consegnato molto più di un racconto di guerra. La sua voce è la nostra libertà.

(Foto courtesy di Gianmaria Oroni)

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