Chiusura incontri II° corso della Scuola “Mario Fani”, “Città Cultura Comunità“un seme fecondo di bene e di civiltà”

Venerdi 3 aprile, coincidente al Venerdì Santo,  sarà il primo dopo la chiusura degli incontri del II corso della Scuola “Mario Fani”, “Città Cultura Comunità”.
Sono state sei settimane volte a recuperare la neccessità di essere comunità che vince sulla solitudine, attraverso relazioni che si mettono in rete per costruire fiducia reciproca e capitale sociale; e quindi essere “un seme fecondo di bene e di civiltà”.
Come ha ricapitolato l’ultimo appuntamento in calendario lo scorso 27 marzo presso la Sala Conferenze della Provincia (gentilmente messa a disposizione dal presidente Romoli), aperto dal saluto della Sindaca di Viterbo, Chiara Frontini, che ha elogiato il ruolo svolto dalla nostra Scuola nell’educazione alla Cittadinanza Responsabile.
Quindi, la prof.ssa Barbara Giovanna Bello che ha introdotto temi e ambiti del prendersi cura di una città. Una città non è solo un insieme di infrastrutture o uno spazio economico, ma è luogo relazionale, di scambio simbolico costruito insieme; ma pure morale, dove condividere valori ed emozioni in cui ci identifichiamo, a cui apparteniamo. La città è spazio di prossimità per ogni individuo – che siano residenti e no – può essere spazio di ospitalità e accoglienza, oppure di esclusione.
La Cura si lega poi al concetto di vulnerabilità intrinseca di persone e spazi, che richiedono manutenzione. L’Art. 3 comma 2 della Costituzione chiede una comune responsabilità, a partire dalla governance locale. Anche considerando una prospettiva di genere. O il patto generazionale, che tenga conto di bambini e giovani.
In questo senso è importante abbracciare punti di vista diversi sugli spazi urbani, non neutrali, ma che tengano conto delle diverse esigenze.
È da notare anche come ci sia un’esperienza estetica della città: in Italia (e a Viterbo stessa) siamo abituati alla bellezza, a secoli di storia, a stratificazioni di stili e architetture. Prendersi cura degli ambienti in tal senso vuol dire aiutare la relazione. Perché la bellezza è anche il riconoscimento della digintà.
L’Ambasciatore Pasquale Ferrara ha saldato insieme le prospettive di una cittadinanza locale e globale. Nel quadro internazionale, c’è una generalizzata convinzione di arrivare alla pace attraverso la forza. Ma pure c’è la privatizzazione della sovranità: i capi delle aziende big tech hanno più influenza della Casa Bianca, agendo da “neo feudatari”.
Eppure il territorio resta oggetto di appetiti e tentativi di appropriazione (Ucraina, Groenlandia, Taiwan), il tutto senza tener conto della popolazione che li abita. La tendenza alla “weaponization of everything” segna un ritorno alla guerra totale, di cui fanno la spesa territori, civili e città.
Ritornano attuali le parole di Giorgio La Pira: è necessario salvaguardare le città. Hanno forse gli Stati diritto di uccidere le città, comunità viventi, tessuto intero della civiltà umana? Va da sé che la risposta è no.
Le guerre dei nostri giorni ci richiamano a quanto scriveva Kant nel 1795, Nel suo Progetto di pace perpetua: la violazione di un diritto in una parte del mondo viene sentita in tutte le altre parti (come dire che esiste un diritto pubblico dell’umanità).
La comunità internazionale fin qui conosciuta era un modo per stare insieme, il problema era la mancanza di ubn’entità di ultima istanza per far rispettare le regole; eppure le regole c’erano, violarle era una scelta.
L’urgenza è passare dal warfare a un welfare globale.
Come ricorda il neuroscienziato Stefano Mancuso, la Terra è la casa comune della vita. Quindi chi ha rappresentanza politica rappresenta anche un mondo che non vota: piante, animali, territorio.
Da qui la necessità del “pensare localmente e agire globalmente”: a livello dei territori nascono le idee di vita comune da portare alla ribalta globale per costruire una pace che non è semplice assenza di conflitti, ma più ancora organizzazione strutturale (sanare ingiustizie), e poi culturale (società inclusiva).
Insomma siamo chiamati a resistere alla prepotenza, a un mondo di bullismo globale. E ci si riesce togliendosi dall’isolamento: l’incontro con i nostri simili, vivere quante più esperienze possibili in presenza, ci protegge da semplificazioni. Abituiamoci a resistere al cinismo. Anche perché la storia dimostra che le cose sono destinate a cambiare.
Infine il dott. Franco Vaccari ci ha portato a conoscere la risposta data da Rondine, Cittadella della Pace: un borgo in provincia di Arezzo che raduna giovani provenienti da aree in conflitto per costruire nuovi dialoghi. Un percorso ancora più difficolo oggi che la guerra ha cambiato pelle, anche nell’universo finanziario delle nostre vite: i nostri soldi in un attimo possono finire in mano a banche o aziende che sostengono gli impegni bellici.
Ripartire dalle relazioni vuol dire far rinascere la fiducia, come pure dall’educazione, dal tempo condiviso. La dimensione locale è l’unico grandissimo antidoto a fronte di un sistema che vuole sostituire le relazione con le connessioni.
C’è da riformulare una nuova cultura della pace, con un’obiezione di coscienza non solo militare, ma anche ai tempi della connessione digitale.
L’esperienza di Rondine dice che l’incontro come prima cosa ti mette in crisi: come i giovani che accettano la sfida di condividere due anni di vita tra “nemici”. Ognuno ha un sé individuale e un sé sociale: per vivere devo appartenere (a famiglia, scuola, lavoro, gruppo…). Solo dando spazio al sé individuale si può rompere la catena dell’odio, col riconoscimento e il rispecchiamento vicendevole.
È questo che possiamo riprodurre nella nostra vita, da liberi e responsabili, altrimenti la nostra storia diventa l’alibi per non cambiare mai.
L’ultimo appuntamento è stata anche l’occasione per la consegna degli attestati ai partecipanti che hanno seguito con passione e costanza il II corso. Ma la Scuola resta attiva e già c’è una nuova data per la prossima iniziativa: sabato 30 maggio.
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