Tuscia in pillole. Chiostri salutari

di Vincenzo Ceniti*

padre Graziano - chiostro di Santa Maria del Paradiso

A Viterbo si contano una decina di chiostri, risalenti a un periodo compreso tra l’alto Medioevo (quello di Santa Maria Nuova ci rimanda ad alcuni stilemi longobardi) e il Rinascimento, come quello, solenne e luminoso, del convento degli Agostiniani alla Trinità.  Nel complesso di Santa Maria in Gradi e al Santuario della Quercia ce ne sono addirittura due di epoche diverse. Quelli più vicini alla nostra sensibilità medioevale sono i chiostri del Paradiso, della Verità e quello ogivale di Santa Maria in Gradi. I primi due richiamano gli stili della metà del Duecento coevi alla loggia del palazzo dei Papi, mentre quello ogivale di Gradi rimanda a più marcate influenze gotiche introdotte dai cistercensi.

Di altri chiostri, un tempo più numerosi, non si ha più traccia essendo stati distrutti o trasformati in cortili e giardini interni. In ogni caso ci troviamo al cospetto di luoghi un tempo sacri, destinati a silenzi e meditazioni, dove i monaci trascorrevano diverse ore della giornata in preghiera. Sta di fatto che nello scenario dell’offerta  monumentale di Viterbo i chiostri hanno oggi un ruolo marginale che sarebbe bene ravvivare con iniziative e occasioni culturali più frequenti.

Ci incuriosisce quello di Santa Maria del Paradiso da alcuni anni destinato a spazio  ricreativo della omonima scuola paritaria “Paradiso” che con il Dipartimento di area economica dell’Università  della Tuscia occupa e anima alcuni ambienti  del convento.

L’intero complesso duecentesco,  già  frequentato in passato da alcuni ordini religiosi, anche femminili (cistercensi), ha ospitato nel tempo vari personaggi illustri, come  il pontefice Pio II, e fu anche destinato ad hospitale, lazzaretto, caserma e ricovero di mendicità. Dal 1500 alla fine dell’Ottocento, l’adiacente chiesa del Paradiso ha custodito la tavola della Flagellazione commissionata intorno al 1525 a Sebastiano dl Piombo da mons. Botonti.

Il chiostro, con la base in terra in leggera pendenza, da cui affiorano spezzoni di lastroni di precedenti pavimentazioni, risale agli ultimi decenni del XIII sec. Lungo il porticato sono visibili lacerti di affreschi seicenteschi, martoriati dal tempo e dall’incuria, attribuiti al viterbese Angelo Pucciati, con raffigurati la vita e i prodigi di Sant’Antonio da Padova, insieme a effigi di santi degli ordini francescani.

 Quello che vediamo oggi è una approssimata ricostruzione delle strutture (archi e colonnine) in seguito ai bombardamenti dell’ultima guerra. Intorno ai primi anni Sessanta del secolo scorso, l’edificio ha accolto  una comunità di frati  Minori Osservanti di San Francesco impegnati anche in attività parrocchiali.

Fra loro si faceva apprezzare padre Graziano da Giove in Umbria (1914- 1983) che viene ricordato per la competente attività di erborista. Il suo liquore amaro “Balsamo francescano che ti sana” si rifaceva a un’antica formula quattrocentesca di frate Didaco (San Diego d’Alcalà) da lui rielaborata.

Si ravvivò, così, nell’antica città dei papi, la tradizione plurisecolare del monaco-speziale volta non solo alla cura di anime, ma anche di acciacchi e malesseri in herbis salus, in herbis vita. Prima di padre Graziano, il convento del Paradiso vantava un altro guru dell’erboristeria, padre Antonio da Salle in Abruzzo (1882- 1953), popolare per i suoi rimedi efficaci, soprattutto negli anni della guerra.

Le  erbe  naturali di p. Graziano venivano dagli stessi giardini del convento ed anche da molti paesi, soprattutto dell’est europeo, a dimostrazione dei cordiali  rapporti che il padre francescano intesseva col prossimo, grazie alle sue innate doti di simpatia non rilasciava ricette “Per questo – diceva – c’è il vostro medico. Io mi limito a distillare le erbe”.

Numerosi, peraltro, i contatti epistolari con colleghi e pazienti affetti da malanni di ogni genere che la medicina tradizionale non sempre sapeva risolvere senza fastidiose contro-indicazioni.  Il suo studio-laboratorio che si affacciava sul chiostro del convento era un viavai di amici e curiosi di tutte le età, ognuno con un acciacco o un malanno.

I suoi balsami per la pelle e i decotti erano il toccasana per disturbi digestivi, bronchite, arrossamenti di gengive, mal di denti, ferite, stitichezze, forfore, foruncoli e altro. Ricordiamo con nostalgia il suo volto sereno e rassicurante. Era sempre pronto a dare consigli col sorriso e la pazienza del monaco.

 

Nella foto, padre Graziano nel chiostro di Santa Maria del Paradiso

 

L’autore*  

ceniti

Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

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