È da accogliere con evidente plauso la recente apertura del nuovo spazio espositivo dedicato all’arte contemporanea ubicato al piano terreno nel Palazzo dei Priori. Tale notizia costituisce uno spiraglio per individuare il luogo ideale di una salda programmazione culturale pubblica che possa portare a pieno titolo tale nome ed essere individuata con tale definizione.
Alcune precisazioni sono tuttavia doverose proprio perché a monte di un’ipotetica stagione gestionale. Affinché gli ambienti in questione, che presentano tutti i presupposti logistici e strutturali per accogliere esposizioni di rilievo, possano affermarsi come realtà significativa, sono necessarie programmazione e selezione.
Un binomio procedurale, questo, ineludibile affinché gli spazi vengano impiegati come realtà alla stessa stregua di altrettanti luoghi pubblici in numerosi centri umbri e toscani, come Palazzo Collicola a Spoleto, il Ciac-Centro Italiano di Arte Contemporanea di Foligno, la Rocca di Narni, solo per citare alcuni esempi tra i più vicini topograficamente.
Auspicabile, ad esempio, una serie di convenzioni con fondazioni culturali che legano la loro attività statutaria alla salvaguardia e memoria del nome di grandi artisti storici del Novecento, per allestire retrospettive tematiche mirate e di durata significativa nel corso dell’anno. A tali mostre temporanee, legate a nomi conclamati quali attanti significativi del recente passato, dovranno essere selezionate soltanto personali e collettive che si leghino alle reali proposte significative del panorama contemporaneo.
Ciò allo scopo di alienare tali sale, per regolamento e conseguente impiego, dall’arrembaggio praticabile da parte di realtà provinciali e localistiche, da gruppi improbabili di presunta innovazione, da allestimenti risibili, da forme qualitative deteriori, da presunti maestri di chiara, appannata o mai raggiunta fama, da curatori di alcuna militanza o militanza meteorica.
Tale conditio sine qua non, in primo luogo, non è una dichiarazione di snobismo, non è un’affermazione élitaria, non è una dichiarazione di presa di distanza quanto invece un’affermazione posizionale nella considerazione del fatto che, ormai smembrate le collezioni del Museo Civico (la cui chiusura per altro permane), sono esposte a pochi metri di distanza, allo stesso piano, opere capitali di Sebastiano del Piombo (La Pietà e La Flagellazione di Cristo se dovesse essere ancora utile ricordarlo), e nello stesso palazzo, al piano nobile, dipinti di Bartolomeo Cavarozzi, di Aurelio Lomi, di Giovan Francesco Romanelli. Si ritiene opportuno ricordare anche l’altrettanto significativa presenza dell’apparato decorativo tardo manierista e primo seicentesco negli affreschi della Sala Regia e degli ambienti di rappresentanza del Palazzo (cfr. attività documentata, tra gli altri, di Tarquinio Ligustri, di Marzio Ganassini, di Filippo Caparozzi).
In ragione di un approccio rispettoso, filologico e metodologicamente irreprensibile, dunque, non dovrà essere contemplata alcuna presenza che invece ravvisi nell’approssimazione, teorica e prassica, la ratio di concezione e allestimento delle esposizioni. Un palazzo pubblico, e in questo caso il Palazzo Pubblico per eccellenza, non potranno quindi essere vandalizzati da iniziative proposte in un clima di “amichettismo”, contiguità politica, affinità di frequentazioni, similarità ideologica, pressioni di vario genere, solidarismo con nomi a i quali non poter dire di no. L’Italia contemporanea è fin troppo ammorbata da questo veleno, nei più disparati contesti concorsuali e di selezione, da questi anti-criteri, da questi anti-valori, anche in quelli dove formazione superiore e divulgazione scientifica della cultura di livello accademico e non, vengono tuttora sottoposti a un mercato vergognoso.
Il primo passo può consistere nella costituzione di una commissione di esperti terza, indipendente, autonoma, non indifendibile, non ricattabile, deputata alla selezione degli artisti, dei curatori, delle gallerie che aspirino, facendone domanda, a esporre all’interno degli spazi in questione.
Soltanto la valutazione comparativa dei curricula, dell’attività pregressa, del valore conclamato e riconosciuto a livello nazionale e internazionale, del peso specifico delle produzioni di quanti faranno richiesta all’Amministrazione Comunale dovrà avere peso e rilevanza.
Procedure in nome della trasparenza dunque.
E se ne abbiano subito a male quanti riterranno di essere esclusi a monte da tali criteri. Con l’auspicio che non tentino alcun percorso di abbreviazione o nessun avvicinamento attraverso le più consuete scorciatoie.
Ciò in ragione del fatto che uno spazio pubblico non può essere considerato una sede privatistica così come quella che di fatto è una sede di partito non potrà, per principio forzato d’estensione, essere considerata uno spazio culturale pubblico terzo e sovra-politico.
I cittadini avveduti non lo meritano ma se ne avvedono.
























