Per il quarto anno consecutivo alla direzione artistica del Teatro San Leonardo (in quest’ultima in collaborazione con Giuseppe Berardino), Simone Precoma – regista, attore e curatore d’arte – gode di un osservatorio privilegiato per dire la sua su come si stia evolvendo il complicato rapporto tra la vivacità culturale di provincia e il nostro pubblico. Lasciando da parte qualsiasi tentativo di imparzialità ed esaustività, parole quanto mai lontane dalla drammaturgia contemporanea, Precoma ci invita ad allargare lo sguardo anziché giudicare le cose in termini meramente quantitativi. Diresti che ha viaggiato molto chi per un’intera vita è stato sbattuto di qua e di là da una tempesta, senza uscire dal perimetro del porto, si chiede Seneca nel “De brevitate vitae”? No, risponde il filosofo. Allo stesso modo, possiamo reputare che uno spettacolo navighi nel tempo semplicemente contando le teste in platea? Per Precoma la profonda permanenza del teatro non è facilmente misurabile, bisogna andare oltre le prevedibili apparenze e saper guardare con occhi nuovi l’orizzonte allargato di un pubblico frastagliato che, a piccoli passi, premia il teatro di ricerca.
Siete nel pieno di una stagione che, con il suo mix classici e sperimentalismo, proseguirà fino a maggio. È prematuro fare bilanci, proviamo però a capire se la direzione intrapresa sta rispondendo alle attese.
Partiamo da una premessa: in questi anni abbiamo lavorato per creare e sensibilizzare un pubblico che amasse la ricerca come la vedo io. Al di là dei tanti eventi ospitati dal San Leonardo, è il taglio artistico del cartellone teatrale a fare da cartina di tornasole in tal senso, a rivelarci il grado di penetrazione della qualità di spettacoli che, per loro natura, non sono di facile sold out. Dopo il Covid siamo ripartiti con un obiettivo: persistere. Se quattro anni fa contavamo su uno zoccolo stabile di 50-70 spettatori, oggi siamo arrivati a 150. C’è stata una crescita significativa non tanto per il numero in sé ma per un dato nascosto, che bisogna saper interpretare: c’è un pubblico che continua a durare, che lentamente si sedimenta. Ed è nella lentezza che va trovata la chiave della lunga durata. Il linguaggio sperimentale di un certo teatro sembra allontanare il cosiddetto grande pubblico, in realtà accade esattamente il contrario, crea identità.
Festina lente (affrettati lentamente) è il claim della stagione teatrale in corso. Qual è il senso di questo paradossale invito?
Il teatro rallenta la falsa frenesia imposta dai nostri stili di vita ma, al tempo stesso, è il luogo in cui la mente corre veloce. Umberto Eco diceva che leggere è immortalità all’indietro: ci permette di attraversare secoli, di vivere mille vite. La stessa cosa avviene quando assistiamo a uno spettacolo dal vivo. Il teatro non ci allunga l’esistenza, fa qualcosa di più: ci permette di allargarla. Inoltre il teatro accade, non può essere ripreso in alcun modo, l’unica testimonianza che lascia è il racconto dello spettatore che traduce in parole l’esperienza in cui si è rispecchiato. Questa ritualità, che chiamiamo catarsi, permette di scoprire se stessi nell’altro.
Pubblico è una parola vasta. Entriamo un po’ più nel dettaglio. Chi traina e chi è ancora indietro?
Per quanto riguarda la fascia over 60, Viterbo continua a portare avanti la sua grande tradizione: questa fascia di pubblico è solida e ben riconoscibile. Molto recettivo è anche il target a cui si rivolge la rassegna “A teatro in famiglia”: negli anni si è sviluppata la buona abitudine di portare bambini e ragazzi a godere della magia degli spettacoli dal vivo. Le fasce meno rispondenti sono quelle dei giovani adulti e dei 40-50enni. Per andare incontro a nuove esigenze, quest’anno stiamo sperimentando un nuovo orario, gli spettacoli iniziano alle 19 e non alle 21 come in precedenza.
Viterbo, con i suoi quasi 7 mila studenti fuorisede, è una città universitaria eppure si ha la percezione che sia un target fantasma. Concorda con questa osservazione? Perché l’offerta culturale non riesce a intercettare i bisogni dei giovani universitari?
Io credo che proprio un certo approccio “tecnicistico” al teatro, così come all’arte contemporanea, da parte degli ambienti accademici, abbia trasformato il teatro in un terreno di studi specifico e particolare, riservato agli addetti ai lavori. Penso invece che il teatro sia una ritualità, un mezzo per comprendere la realtà, un’abitudine che arricchisce l’anima, lo spirito e l’intelletto di chiunque, qualunque sia il suo interesse specifico di studio. Quest’anno il Teatro San Leonardo gode del patrocinio dell’Università degli studi della Tuscia e sono convinto che questo possa incuriosire gli studenti… la magia dello spettacolo dal vivo farà il resto.
Con la prima edizione del Teen Theatre Festival, il San Leonardo sembra voler rimarcare la sua vocazione per il mondo dell’adolescenza. Si tratta di un’apertura importante. Cosa si aspetta?
Il Teen Theatre Festival, che ho diretto insieme alla collega Valentina Cognatti di Margot Theatre, è andato in scena lo scorso novembre, ed è stato il primo festival nazionale dei laboratori teatrali professionali dedicato al teatro giovanile. La manifestazione ha portato più di 100 giovani artisti under 18, provenienti da tutta Italia, a confrontarsi sul nostro palco con i propri spettacoli. Ma soprattutto i ragazzi hanno potuto partecipare con i propri coetanei in una serie di tre workshop tenuti da Gian Maria Cervo, Manuela Athena e Martina Grandin. In cantiere c’è già la seconda edizione che mi auguro possa vedere rinnovato l’impegno dell’amministrazione comunale e delle tante realtà private che ci hanno sostenuto, consce del ruolo sinergico che il teatro ha nella crescita dei giovani e, soprattutto, del ruolo che questi avranno nella sopravvivenza e nella crescita del teatro del futuro.

























