Le Case della Vita. Via San Sebastiano

di Maria Letizia Cerica

E ora io so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino
dovunque conducano il vascello.
(Edgar Lee Master)

LE COSE CHE HO IMPARATO DALL’UOMO COI BAFFI

Dall’uomo coi baffi – uomo assai paziente e anche assai dotato per l’insegnamento – ho imparato tantissime cose, che mi sono tornate utili in molte circostanze della vita:

– a distinguere – secondo il gergo dei velisti – la differenza tra “corda” e “scotta”. A non pronunciare mai la prima parola entro il perimetro di un circolo velico, per non incorrere nelle ironie e nelle battutine degli altri.

– ad ascoltare musica classica sul quarto canale della filodiffusione 

– ad innamorarmi dei quadri, dei monumenti, della sculture, dei restauri, allenando il mio occhio artistico fino a renderlo sufficientemente competente

– ad affrontare, senza mai lamentarmi, i ripidi sentieri di montagna, o le salite innevate con gli sci di fondo ai piedi, essendomi prima preoccupata di infilare nello zaino la giusta dose di biscotti o di cioccolata, per non “restare senza carburante a metà strada”

– a portare una barca a vela, guardando esclusivamente la direzione del vento; a ricordare i nomi delle andature, “bolina”, “traverso”, “poppa”, senza compiere errori grossolani o creare guai durante una regata

– a trascorrere ore poggiata al parapetto di un ponte, nei pressi di un fiume o di un torrente,  per cercare di vedere le “bollate” dei pesci in cerca di insetti sulla superficie dell’acqua

– a frenare solo prima di una curva – “mai a metà!” – per mantenere meglio l’assetto della macchina durante la guida

– a viaggiare accanto a lui – l’uomo coi baffi – tenendo aperti gli innumerevoli atlanti del Touring (uno per regione, in Italia) cercando di dare, velocemente e senza errori, indicazioni circostanziate su incroci stradali, distanze, tipologie delle strade (statali, provinciali, sterrate), salite o discese, per arrivare alla meta nel tempo stabilito e con il minimo disagio possibile

– ad ascoltare in modo corretto i concerti di musica classica, sedendomi possibilmente vicino ai legni (violini, viole…) per assorbire nel modo giusto le vibrazioni, dopo avere imparato ad applaudire solo a movimento concluso e mai durante una semplice pausa, “come fanno gli ignoranti!”

  ad infilare, senza fare tante storie, una tuta da ginnastica o un paio di calzoncini per andare a correre in campagna, senza farmi intimorire dal tempo o dalla paura della fatica, sapendo bene che il punto più difficile, ma in fondo il migliore, è quello della “rottura del fiato”, dopo il quale correre diventa solo una cosa piacevole

– ad ascoltare tutti i “rumorini” che un motore, o una carrozzeria, possono emettere durante il viaggio; a riconoscere subito quelli più inquietanti (una valvola, una vite allentata), imparando a distinguerli da quelli fisiologici, come quello di un oggetto poggiato sul cruscotto, che si mette a vibrare

– a spencolarmi – munita di regolare braga – da una barca a vela, anche con il lago agitato, soprattutto durante una regata importante, evitando di piroettare davanti alla prua trascinata dal vento forte, per non diventare lo zimbello del circolo velico

– ad incrociare le mani sul volante per affrontare nel modo giusto un tornante, senza far perdere l’assetto alla macchina

– ad osservare i punti più nascosti di un fiume o di un torrente per vedere le sagome dei pesci più grandi, che preferiscono nascondersi nelle parti profonde, per non farsi scorgere facilmente dai loro nemici

– ad improvvisare una cena per gli amici arrivati all’improvviso, senza sbagliare tempi, dosi, ingredienti

– a far asciugare una vela al sole, a ripiegarla, una volta asciutta, senza creare “nuove pieghe” su quelle vecchie, una vera iattura per un velista che si rispetti

– a non guardare – mentre si guida di notte – i fari delle macchine che arrivano dalla direzione opposta, per non essere abbagliati, spostando lo sguardo sulla linea che si trova a destra, in modo da mantenere sempre la giusta direzione

– ad avvolgere su se stessa una scotta nel modo giusto, facendo ruotare la fibra, in modo che “non si creino arricciature”, così da riporla in modo ordinato nella sacca di nylon

– ad utilizzare nel modo giusto il “mezzo marinaio” per afferrare la cima dell’ormeggio nel momento delicatissimo dell’arrivo in porto, in modo tale da evitare, come se fosse la peste, ogni possibile e deprecabile sfioramento della barca sul molo

– a rimettere a posto, una volta finito di pescare, le “mosche” – le esche pazientemente fabbricate a mano – nella loro scatolina di alluminio satinato, ben poggiate nel loro alloggiamento di vellutino assorbente

– ad “avere un atteggiamento sportivo” in un rapporto d’amore, a non attaccarsi troppo, cioè, alla persona con cui stai vivendo una storia, evitando in questo modo il rischio che si senta soffocata e scappi.

(Quest’ultima “lezione” non l’ho mai completamente capita, né assimilata, però!)

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