Se papa Paolo III sapesse che fine ha fatto il palazzo di famiglia a Viterbo

di Pietro Boschi

«Farnese»: basta solo pronunciarlo il nome di questo potente casato ed è subito storia. Il Rinascimento stesso, volendolo immaginare alla stregua d’un corpo antropomorfo, sarebbe zoppo al netto del suo operato politico e culturale. Tanto per intenderci, senza i Farnese: Ignazio di Loyola non avrebbe potuto fondare la Compagnia di Gesù; il Giudizio Universale di Michelangelo non esisterebbe; niente Concilio Tridentino e Inquisizione Romana; Annibale Carracci mai avrebbe ricevuto la sua consacrazione artistica nella Città Eterna, mentre architetti come Giuliano da Sangallo il Giovane e Vignola avrebbero mancato l’occasione di esprimere a più riprese il loro genio; a Napoli, il Museo nazionale di Capodimonte e il Museo archeologico Nazionale sarebbero profondamente ridimensionati perché privi dei loro più importanti nuclei collezionistici.
Anche a Viterbo il contributo farnesiano è stato fondamentale. Il riassetto urbanistico-rinascimentale della città è infatti frutto del diretto interesse di Alessandro Junior, nipote di Paolo III, cardinale colto e potente al quale si deve pure l’edificazione della sontuosa residenza a Caprarola. Decisamente meno imponente ed assai più sobria, ma non per questo priva d’interesse storico-architettonico, è la dimora che Ranuccio il Vecchio (capostipite della famiglia) acquistò nei primi anni trenta del Quattrocento nella Città dei Papi. Ed è in questa residenza, oggi connotata da una caratteristica commistione di stili gotico e rinascimentale, che Alessandro Senior (futuro Paolo III) passò alcuni sporadici momenti della propria infanzia. Momenti verosimilmente spensierati e giocosi.
La magnificenza dei Farnese fu tale da rendere la Tuscia intera costellata di rocche, castelli e – appunto – palazzi. Anzi, si può persino suggerire agli amministratori del territorio dell’Alto Lazio un itinerario farnesiano ad hoc, concepito e massimamente ottimizzato per incentivare il turismo culturale. Un itinerario vero però, non fittizio e risolto quasi esclusivamente sulla carta.
Proviamo allora ad immaginarla una parte di questo percorso, magari concependola come una sorta di macroambiente museale a tappe interconnesse (cui altre avrebbero ben diritto di aggiungersi): un museo all’aperto fatto di centri urbani collegati tra loro, anziché di stanze. Poi immaginiamo ancora: lungo il cammino, una segnaletica appropriata e integrata da dispositivi multimediali mette in grado il turista di fruire in modo agevole d’ogni evidenza storica ed artistica pertinente al percorso intrapreso. Ora si parta zaino in spalla, come a voler percorrere un piccolo pellegrinaggio in pochi giorni! Dopo aver visitato l’imponente casa-torre a Canino dove Alessandro Senior nacque, una tappa potrebbe essere quella della Rocca Farnese a Valentano, struttura che dal 1996 ospita il Museo della preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese. Altra tappa Gradoli, centro in cui Antonio da Sangallo il Giovane progetta un palazzo sede del Museo del Costume Farnesiano a partire dal 1998. Da Gradoli si giunge presto a Farnese (l’antica Farneto), borgo in cui ammirare non soltanto un’altra residenza della famiglia ma anche, e grazie al mecenatismo di questa, dipinti di Giovanni Lanfranco, Orazio Gentileschi (il cui San Michele Arcangelo e il diavolo, collocato nella chiesa parrocchiale del S.S. Salvatore, lascia a bocca aperta) e Anton Maria Panico. Da qui si potrebbe giungere alle rovine della città di Castro, capitale del primo Ducato farnesiano interamente progettata secondo la più raffinata estetica rinascimentale da Antonio da Sangallo il Giovane e purtroppo rasa al suolo dalle truppe di Innocenzo X Pamphili. Benché avvolte da una fitta vegetazione, o forse anche grazie ad essa, le rovine di Castro continuano a raccontare una bellezza fatta di suggestioni archeologiche, naturalistiche ed artistiche. Ancora un’architettura di Antonio da Sangallo il Giovane svetta a Capodimonte; la sua possente forma ottagonale, circondata da un giardino pensile, rende inconfondibile il paesaggio della sponda occidentale del Lago di Bolsena: è il palazzo-fortezza che Paolo III fece edificare ampliando un edificio preesistente. Il percorso potrebbe avere il suo culmine estetico a Caprarola. Qui svetta una delle più note e pregevoli dimore farnesiane, vero e proprio gioiello d’architettura tardo-rinascimentale che per incanto cancellerebbe la stanchezza del viandante, rilluminandone lo sguardo. Ideata soprattutto da Jacopo Barozzi da Vignola, la residenza è decorata da importanti esponenti del manierismo pittorico tra i quali Taddeo e Federico Zuccari, Raffaellino da Reggio, Antonio Tempesta, Jacopo Zanguidi detto il Bertoja.
E Viterbo? Sì, certo…Viterbo. Si diceva dell’impianto rinascimentale che il cardinale Alessandro Junior diede alla città; non può inoltre essere dimenticato tutto l’oro che ricopre il soffitto ligneo della chiesa-santuario della Madonna della Quercia: dono di Paolo III. E poi il palazzo, quel palazzo. Spesse volte – è legittimo supporlo – la dimora viterbese dovette tornare alla mente del papa originario di Canino quando, col sopraggiungere delle preoccupazioni dovute all’adultità e al potere, la sua memoria recuperava i ricordi più lontani. Poteva quindi accadere, sia pure per un istante, sia pure col solo ricordo, che quell’uomo rivivesse una serenità antica e chissà, forse del tutto perduta(del resto, egli stesso definì Viterbo «patria diletta»).
Oggi, e ormai da molti anni, il Palazzo Farnese di Viterbo versa in uno stato di semiabbandono. Lontano da ogni concreto progetto di recupero e valorizzazione, in più d’uno dei suoi vani è offeso da una coltre di guano. Così un casato intimamente connesso alla più significativa storia rinascimentale, oggi, in via san Lorenzo, poco oltre il ponte che conduce alla piazza omonima e dunque al Palazzo dei Papi, sembra abbinarsi al guano. Triste, doloroso e inaccettabile aprosdoketon. Soprattutto perché a rimetterci è l’identità storica di Viterbo e la collettività cittadina, alle quali Palazzo Farnese appartiene.

Per saperne di più sulla committenza farnesiana in territorio di Tuscia è consigliabile consultare il volume di Salvatore Enrico Anselmi intitolato In Lilio Decor – Committenze farnesiane in Tuscia tra XVI e XVII secolo (Campisano Editore, Roma, 2008).

Pietro Boschi storico e critico d’arte laureato in Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali presso l’Università della Tuscia. Svolge attività di consulenza storico-artistica per il Consorzio delle Biblioteche di Viterbo Insegna discipline storico-artistiche all’ABAV – Accademia di Belle Arti Lorenzo da Viterbo

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