Nel tredicesimo secolo Viterbesi si poteva diventare per nascita, per merito o su domanda

di Luciano Costantini

Non ci sono notizie demograficamente certe anche se non si va molto lontano dal vero nell’affermare che Viterbo nel tredicesimo secolo poteva contare su una popolazione intorno alle ventimila anime: poco più di un grosso borgo dei giorni nostri, una grande città per quei tempi. Per assurgere al ruolo di metropoli era sufficiente arrivare magari a quota trentamila, o giù di lì. Viterbo era centro di riconosciuta importanza tanto da venire scelta come residenza papale e imperiale. Viterbese si poteva diventare per nascita, per merito o semplicemente su domanda. Non era facile. Certo era impossibile per i nemici. Chi voleva ottenere la cittadinanza doveva innanzi tutto comperare una “bella casa entro città” o “ridurre tale una o più casipole” entro il termine temporale di un mese dalla richiesta. Lo Statuto del 1251 stabiliva altresì che l’immobile fosse distante “meno di un trarre di sasso” dalle mura. Comunque fuori dalla cerchia anche se oggi sarebbe improprio parlare di periferia. La casa acquisita non poteva assolutamente essere venduta in quanto doveva fungere da garanzia rispetto alla città e a chi vi risiedeva. Eventuali misfatti o comportamenti non corretti del proprietario avrebbero infatti implicato automaticamente la confisca della dimora e, nei casi più gravi, perfino l’abbattimento della stessa. E’ noto che nel medioevo tante torri venivano innalzate a altrettante venivano diroccate. Dalla loro altezza si misurava lo status economico, politico e sociale delle famiglie. Radere al suolo una casa o un castello significava abbattere il nemico e ciò che esso aveva rappresentato. E’ quello che, per esempio, avvenne con il cardinale Raniero Capocci che fece spianare il palazzo di Federico II di cui restano poche pietre lungo la statale Cassia, presso porta della Verità. Secondo qualche storico il colle del Duomo, prima della caduta dell’Imperatore, contava addirittura una dozzina di torri, poi cancellate con la sconfitta dello Svevo. Per tanti anonimi cittadini che potevano contare soltanto su un misero tetto la cittadinanza costituiva un titolo che offriva lustro insieme a qualche concreto vantaggio. Per esempio, l’esenzione dal pagamento dei pedaggi che, ovviamente, era estesa ai neo viterbesi i quali però avevano l’obbligo di dimorare in città (insieme a tutta la famiglia) per almeno tre mesi all’anno. Altrimenti addio cittadinanza e privilegi. Viterbo era il centro e al centro, non soltanto simbolico, dell’interesse collettivo. Tanto è vero che il Comune talvolta si sentiva autorizzato ad entrare direttamente nelle questioni private. Il Podestà in alcuni casi aveva la facoltà di bandire da Viterbo colui che scialacquava denaro e dilapidava le proprie sostanze. Insomma, che si dava alla pazza gioia senza preoccuparsi del futuro suo e, di conseguenza, anche del futuro della collettività di cui faceva parte. La condanna non si limitava al semplice “esilio”: era vietato a tutti avere rapporti negoziali e stipulare “contratti” con il reo. Violare la norma significava veder annullato il “contratto” e incorrere in una multa di 100 lire. Persino all’oste, magari amico di un tempo, era vietato servire un bicchiere di vino, o un piatto di fagioli, o una coppia di dadi, a chi veniva colpito dall’interdizione pubblica. Bere, mangiare, giocare impunemente poteva significava per il taverniere perdere il guadagno previsto e buscarsi una ammenda di 100 soldi. Il prodigo non veniva però abbandonato a se stesso: l’amministrazione comunale gli metteva a disposizione un assistente volontario o, in mancanza di questo, obbligava un familiare a occuparsi del recupero dell’assistito. Che non era necessariamente un giovane se è vero che lo Statuto prevedeva anche l’emancipazione dei figli dall’autorità di un padre, il quale magari non era più in grado di svolgere correttamente le proprie funzioni. In quel caso era il Consiglio Speciale, deputato a discutere le varie situazioni, a prendere le decisioni ritenute individualmente più idonee, ma anche più convenienti per la collettività. Una volta deliberata l’emancipazione, con un rito celebrato dinanzi al giudice competente, la sentenza veniva ufficializzata e resa nota in tutta la città attraverso i banditori comunali. Perché tutti sapessero: padri, figli, amici e nemici. Nell’interesse dei viterbesi tutti: vecchi e nuovi.

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