Nel suo secondo appuntamento sullo stradario antico di Viterbo, Noris Angeli scrive di piazza Campoboio, l’area retrostante palazzo Santoro che si affaccia su piazza Verdi. Secondo lo storico Cesare Pinzi, in periodo medievale essa era conosciuta semplicemente come “Orti di Sant’Angelo”. Il nome forse deriva dalla parola, tutta viterbese, “gojo” o sta ad indicare un luogo buio. Comunque nei secoli piazza Campoboio è stata sede di filatoi e concerie, con al centro una fontana. Sparita. Oggi è monumento all’incuria: sporcizia, erbacce, parcheggio disordinato, regno di topi, riferimento per lo spaccio. Macerie di una dimora sono lì a ricordare i bombardamenti alleati di 80 anni or sono. Altro che giardino e spazio sociale della rinnovata Biblioteca degli Ardenti, immaginati dal commissario Paolo Pelliccia. Il degrado resiste ed anzi si accentua, i lavori della Biblioteca sono invece fermi da tempo. (L. C.)
Piazza Campoboio
Da Santoro a via Campoboio.
Il Bianchi nella sua Istoria definisce questa la contrada Campidoglio e la inserisce nel Fano di Volturna. Nella sala regia del Palazzo dei Priori di Viterbo il Capitolium (sec.XVI) è riprodotto a fresco in forma di piccolo tempio prossimo alle rive del fiumicello Urcionio. Padre Pio Semeria trattando del Capitolio di Viterbo afferma che esso corrisponderebbe al palazzo dei Nini in oggi Fretz e la contrada in cui è situato tale edificio è detta ora correttamente Campogoglio mentre negli antichi e moderni istromenti vi è Capitolium. Lo storico Francesco Mariani riferisce che esso era non lungi dalla casa del cardinale Santoro, vicino all’Alcionio (Semeria IV, cc.72,73). Il termine volgarizzato Campogoglio e Campogoio presume che goio, secondo l’idioma viterbese, stia a indicare un individuo particolarmente scherzoso, goliardico. Campoboio, titolo odierno, fa supporre uno spazio boio, cioè buio, quasi che la luce naturale vi arrivasse soltanto di riflesso. Il 16 febbraio 1693 le religiose del monastero di Santa Caterina concedevano in enfiteusi al capitano Domenico Ciofi una loro casa con dietro e avanti la piazza detta di Campogoglio ( Instrumenta, A.D.V.). In un atto del 24 aprile 1746 risulta la denominazione Campo D’Oglio (Buzi, notaio). In questa zona nei secoli passati esistevano filatoi per la lavorazione della canapa, locali predisposti al trattamento delle pelli di animali, ovvero concerie, un macello, detto il Macelletto, con magazzino e corte, gestito nel 1818 da Giovanni Ciofi, prossimo alla sua dimora quasi contigua a palazzo Nini. Ancora il 16 ottobre 1827 compare in atti il Macello dei Ciofi con magazzini, posto nella piazza detta di Campogoglio (L.A.Stefani, notaio). Al centro della piazza sorgeva una preziosa fontana che a dire di alcuni storici godeva di particolare attenzione e sorveglianza da parte degli abitanti e delle varie amministrazioni (Galeotti). Al 1° novembre 1823 risale la richiesta di un suo restauro da parte dei fratelli Jannuccelli, proprietari di concia nei pressi, cui faceva seguito il 6 dicembre l’autorizzazione all’intervento e alla costruzione di un lavatoio contiguo, il tutto a loro spese. Il 5 aprile 1826 Francesco Lucchi, architetto comunicativo, presentava alla Delegazione Apostolica un progetto per incanalare l’acqua della sorgente di Campo Goio e spostare la fontana (Deleg.Apost.1783-1882,cc.118-120-157). Al termine di via della Sorgente nel 1818 erano in piena attività le conce di Agostino Frontini di Bartolomeo Jannuccelli e di Cecilia Franzosini.


























