Tuscia in pillole. Primo Maggio, tra bandiera rossa e bianco fiore

di Vincenzo Ceniti*

comizio 1956

Avanti o popolo alla riscossa
bandiera rossa bandiera rossa
Avanti o popolo alla riscossa
bandiera rossa trionferà.

E’ il ritornello dell’inno che nel 1945 dette voce alla classe operaia aderente al Pci. Veniva cantato in occasioni di raduni di partito, comizi, ricorrenze, feste popolari e soprattutto il Primo Maggio, giorno consacrato ai lavoratori. La Dc rispondeva con “Bianco fiore” il cui ritornello suonava così:

O bianco fiore
simbol d’amore,
con te la gloria
della vittoria.
O bianco fiore
simbol d’amore
con te la pace
che sospira il cor.

Picche e ripicche infinite, venate da sana nostalgia, che ci rimandano a Giovannino Guareschi con i suoi intramontabili don Camillo e Peppone. “Avanti popolo” cadenzato in modo gagliardo e rabbioso. “Bianco fiore” con altrettanta enfasi, ma più rivolto alla pace e all’amore.

A Viterbo gli scenari delle contese politiche erano piazza del Plebiscito e piazza delle Erbe che alla vigilia delle elezioni si animavano di operai, impiegati, professionisti, preti, curiosi e agnostici per ascoltare i comizi dei vari politici di turno.

Tra i big c’erano De Gasperi, Togliatti, Nenni, Almirante, Malagodi, La Malfa …, affiancati da schiere di attivisti, panchinari e simpatizzanti. In attesa del leader, che generalmente veniva da Roma, gracchianti altoparlanti stordivano i presenti con musiche enfatiche e gli inni di cui dicevamo. I momenti di tensione del 14 luglio 1948 dopo l’attentato a Togliatti non ebbero conseguenze drammatiche, sia per espressa volontà dello stesso Togliatti, che per le notizia del giorno seguente sul trionfo di Gino Bartali al Tour de France che rasserenò gli animi.

Grande interesse anche per i comizi affidati ai politici delle retrovie, sia “rossi” che “bianchi”. I loro discorsi, specialmente se improvvisati, erano una miniera di spunti e riflessioni per sociologi, giornalisti, registi e vignettisti. Molti viterbesi d‘antan si ricordano la folla di piazza Fontana Grande per assistere nel 1956 al comizio di Annibale Salcini. Era un simpaticone della Viterbo di allora che con voce appassionata, dall’alto di un balcone, promise di riparare le strade della città per impedire alle signore di inciampare coi tacchi.

Ai cortei con le bandiere rosse per rivendicare “pane e lavoro” secondo il copione di quegli anni, la Democrazia Cristiana contrapponeva lunghe processioni che uscivano dalla chiesa di San Ignazio a via Saffi  in quanto la Cattedrale era ancora danneggiata dai bombardamenti. Nessuna bandiera, ma crocifissi, madonne, ostensori, reliquari, lampioni, candelabri ed altro. Molti di questi arredi sacri sono oggi riuniti nel Museo del Colle del Duomo di Viterbo.

Al Primo Maggio, festa dei lavoratori, la Chiesa tentò di contrapporre con scarso successo il Primo Maggio, festa di San Giuseppe lavoratore che venne proclamata da Pio XII nel 1955. Niente da fare. I lavoratori “rossi” erano più compatti e agguerriti. Il loro fervore si manifestava di buon mattino di quel fatidico giorno, quando insieme alla famiglie si recavano armati di viveri e bocce di vino fuori delle mura cittadine verso la Palanzana, il parco di Villa Lante a Bagnaia, il fontanile di Fiescoli, la Bronca sulla Cimina e altrove per la tradizionale scampagnata.

Primo maggio
Primo Maggio, scampagnata alle porte di Viterbo

Tutto nella normalità, seppure durante l’intera giornata del Primo Maggio quelli del “Bianco fiore” se ne stavano prudentemente rintanati a casa, pensando magari a qualche contromossa. Quale meglio occasione della Peregrinatio Mariae del 1948-4949, quando la tegola della Madonna della Quercia venne portata in processione tra tutte le parrocchie della città e dintorni? E allora fu rivincita…

 

Nella foto cover: Viterbo, un comizio a piazza Fontana Grande nel 1956

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