La cartolina narrata dell’estate della scrittrice MariaTeresa Muratore ha i colori e le tradizioni forti calabresi.
“Il profumo del pane appena sfornato, il profumo buono del pane, quello del pane buono, riempiva la chiesa, almeno l’area dei primi banchi, invece che l’incenso ed era proprio piacevole.
Sotto l’altare infatti c’era una cesta piena piena di vaccarelle di pane ed altre erano nei sacchi del fornaio ai piedi della statua di San Nicola, di riserva.
La Calabria domenica scorsa mi ha fatto un altro regalo, a me come a tutti quelli che partecipavano alla Messa delle 10,30 a Spadola.
Spadola è un piccolissimo paese vicino a Serra San Bruno, in montagna, talmente piccolo insieme ai due paesini vicino, Brognaturo e Simbario, che dice un proverbio che cadde un piccolo pagliaio dal cielo e li coprì tutti e tre.
Domenica festeggiavano San Nicola, protettore del paese.
La chiesa era piena di bambini di tutte le età.
All’inizio non ce ne eravamo accorti, eravamo andati un po’ prima per trovare posto seduti, e ci eravamo messi al primo banco perché sapevamo esserci una festa tradizionale e non volevamo perderci niente, girandoci indietro abbiamo visto al banco dietro di noi una bambina molto piccola con un bel vestitino bianco e un fiore in testa, “è un battesimo?” abbiamo chiesto pronti a spostarci indietro e cedere la prima fila, “no no, state state” hanno risposto, e in effetti nell’altra fila di banchi c’era un’altra bambina di pochi mesi vestita più o meno nello stesso modo. A un certo punto della Messa i più piccoli sono stati spogliati dalle loro mamme e, lasciati col solo pannolino addosso, sono stati sollevati e avvicinati uno per uno, da un signore bello alto che stava lì apposta, alla statua del santo fino a toccarla col proprio corpicino. Ho contato ventuno bambini, uno addirittura di soli venti giorni. Con le espressioni più buffe ma per lo più sorridenti, qualcuno un po’ perplesso e mi pare che nessuno abbia pianto.
I bambini vengono spogliati dei loro abitini perché possano essere “vestiti della protezione del Santo”; i loro vestitini, riposti in un sacchettino col loro nome, vengono deposti in dono ai piedi della statua di San Nicola e poi verranno “ricomprati” dai genitori e il ricavato verrà speso per comperare vestiti ai bambini poveri. Ci è voluto un po’ naturalmente perché tutti i bambini fossero benedetti e c’era una bella “confusione” davanti all’altare di mamme e papà che si davano il cambio per portare e riprendere i loro bambini, con gioia e un po’ di apprensione specie quando dovevano affidare i più piccoli.
È stato bellissimo e molto, molto commovente partecipare emotivamente a questo momento magico.
Dopo la comunione una decina di bambini più grandi si sono radunati e seduti sugli scalini sotto l’altare: con una media intorno ai dieci anni, anche molto diversi tra loro con già le loro caratteristiche definite, era bello osservarli con le loro mossette da bambini, i loro sguardi di intesa, i loro sorrisi e provare a indovinarne l’indole e immaginare come sarebbero diventati da grandi.
E poi c’ è stata la corsa ridente a prendere la vaccarella di pane, una per ogni bambino, e loro sembravano moltiplicati, arrivavano da tutte le parti della chiesa, tornando vittoriosi e soddisfatti stringendosi al petto il dono come un piccolo trofeo.
Impossibile non pensare in questa atmosfera di fede e gioia a quegli altri bambini, quelli di Gaza.
Con il loro destino segnato, colpevoli solo di essere nati in un posto sbagliato, in un momento sbagliato.
Bambini effimeri, evanescenti, perché diventano ombre, anime. Bambini reali, pesanti come pietre, come massi, se ci lasciamo coinvolgere, perché gridano mute le loro foto tremende, ma noi restiamo insensibili, impassibili, non ci scalfisce la loro tortura.
La fame e la sete che li divora da dentro, piano piano, inesorabilmente.
I loro occhi spauriti, smarriti, vuoti, non ci abbandoneranno mai.
Quando
scoprimmo
l’Olocausto
ci chiedemmo come fu possibile che nessuno sapeva che nessuno si accorgesse di niente che NESSUNO FECE NIENTE per fermare il genocidio, la barbarie, l’umiliazione e l’annientamento di un popolo.
Ora non abbiamo scuse perché il massacro studiato e perpetrato è sotto gli occhi di tutti ma, ancora, NON FACCIAMO NULLA per fermarlo”.
























