RACCONTI BREVI/Lividi

donna

È seduta sulla tazza del cesso. I lividi sulle ginocchia e sulle braccia sembrano acquisire ampiezza col passare dei minuti. Ci poggia il pollice, applica una leggera pressione, scompaiono, la pelle torna al suo stato originario, poi tornano a galla; più grandi. Fanno male. Si alza ed apre l’armadietto dei medicinali, prende l’acqua ossigenata, ne cosparge un po’ su dell’ovatta, la passa sui tagli che ha sul collo. Fanno male più dei lividi. È strano come non appena ci si accorga di non essere di vetro si abbia come l’impressione di poter sopportare di tutto. Guarda il corpo segnato davanti allo specchio, non c’è una sola parte del suo corpo pronta a ricordale se stessa. Un foglio di carta sfregiato con un coltello da un sadico, strafatto di coca tagliata malissimo. Questo le pare di cogliere.  

Inizia a togliere il trucco dal viso. Sono settimane che va avanti con gli antidepressivi, aiutano giusto il tempo di inghiottirli, subito dopo l’impressione di aver compiuto un’azione necessaria si frantuma. Le frasi che sottolinea sui libri hanno smesso di darle sollievo. Con la mano scorre nella rientranza sul petto, sente che deve vomitare. Avvinghia le mani ai bordi del lavandino, china la testa, non le esce niente, neppure un lamento. Apre la bocca, struscia la mano sui denti sfregiati, sulle gengive colme di sangue. Le toccherà inventarsi un’altra scusa in ufficio. Prima lavorava per un’agenzia immobiliare, prima ancora come venditrice di cialde da caffè. Quando la passava a prendere dopo il lavoro la portava al mare, soprattutto in inverno. Trascorrevano intere serate sui sedili della 127 azzurra che a lui avevano regalato dopo la laurea. A vicenda, immaginavano su come sarebbe andata a finire tra loro due. 

Conosce il suo male, ci dorme vicino ogni notte e, ogni notte, a venti centimetri di distanza, piange in silenzio per non svegliarlo. C’è chi le crisi domestiche tenta di risolverle procreando, chi assettando viaggi in luoghi esotici, chi affidandosi alla cieca intuitività dei terapisti di coppia. Torna in camera,  si infila sotto le coperte, le lacrime che ormai sgorgano autonome scivolano sulle ferite. Bruciano e corrodono. Domani mattina saranno già cicatrici. Pensa che ognuno  si cura alla maniera che può, che sono le 2:47 e che non prenderà sonno. Pensa che in fondo, le ferite, non facciano poi così male. Rotola lo sguardo verso il carnefice. Ognuno tenta di curare il proprio male alla maniera che può. 

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