RACCONTI BREVI/La Luna

LUNA

Il ragazzo dell’incubo cammina nella piazza. È notte. Non c’è nessuno. Le luci nelle case sono tutte spente. Arriva fino al centro della piazza. C’è una costruzione simile a una fontana, sembra un grande piatto di metallo nero con un diametro di circa tre metri. Ci sale sopra e guarda il cielo, non ci sono nuvole ma le stelle non si vedono, la luce della luna le nasconde, pare più grande del normale. Si sente leggero, come se la forza di gravità non esistesse. I suoi piedi si staccano da terra, levita per mezzo metro nell’aria, e ancora su, sempre più veloce. Come se fosse risucchiato. Supera i palazzi, e via, accelerando. La temperatura scende. La luna ingrandisce. In poco tempo arriva molto in alto, non capisce quanto, e allora abbassa lo sguardo. Il mondo da quell’altezza è bellissimo, come affacciarsi dal finestrino di un aereo a bassa quota. Le luci del paese sono accese, vede perfino quelle delle cittadine intorno a chilometri di distanza. Intanto continua a salire. Fa freddo, comincia a gelare. Trema. Ansima. Sbatte i denti. La luna si vede molto bene da questa altezza. I suoi crateri disegnano un viso che sembra cantare, il bagliore che emette sono come note diffuse nell’aria. Abbassa lo sguardo: la piazza è contornata dalle luci del paese, gialli e arancioni artificiali; solo lì è buio, sotto di lui, un buco nero nel mondo. Dei cristalli di ghiaccio crescono sulle sue sopracciglia. Un attimo di vuoto e comincia a precipitare a una velocità impossibile. È un missile. Ora ha caldo, comincia a sudare. Il buco nero si allarga come una macchia di petrolio. L’attrito del suo corpo con l’aria la rende bollente. La piazza non c’è più. C’è solo il buio in cui precipita. Occhi aperti. È sveglio. È sudato. È notte. Una notte cominciata così presagisce brutte sorprese. Chissà dove sono i suoi genitori. Si alza. Toglie il pigiama e indossa una tuta. Mette le scarpe e prende le chiavi di casa. Scende ed esce dal portone. L’uomo ubriaco dorme sulla panchina sotto all’olivo, davanti la tabaccheria. Ha la bocca aperta e russa. Una bottiglia di vino è coricata sul fianco a pochi centimetri dalla sua mano, il braccio calato verso terra. Il ragazzo dell’incubo cammina nella piazza. Ci sono delle persone sedute a terra, altre sdraiate, che dormono ammucchiate davanti i portoni. Alcune luci sono accese negli appartamenti. Le facciate anteriori dei palazzi rientrano di qualche metro a piano terra. I balconi coprono questo spazio sorretti dalle colonne. Il risultato è simile a un corridoio aperto su un lato. Ogni portone si incunea di un altro paio di metri verso l’interno, è qui che dormono queste persone. È il luogo esterno più protetto che ci sia, ha un tetto. Non fa freddo ma dormono vicino per scaldarsi, affastellati, alcuni di loro indossano magliette a maniche corte. Il ragazzo dell’incubo si ferma a osservarli. Avranno mangiato? Quanti di loro si conosceranno? Quanti di loro ricordano i nomi degli altri? Uno di loro è sveglio e lo guarda. – Cosa vuoi? – dice. Riprende a camminare. Questa situazione è più assurda di un incubo. Da mandare in pappa il cervello. Arriva fino al centro della piazza, proprio davanti al piatto nero di metallo. Guarda il cielo: è nuvolo, un tetto plumbeo copre la luna, ovunque questa si trovi.

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