Moai assente ingiustificato

di Vincenzo Ceniti*

Ve detto. Vitorchiano potrebbe fare di più per inserire il Moai (realizzato sul posto nel 1990 da alcuni abitanti dell’Isola di Pasqua) nel piano di marketing turistico del borgo che vanta, tra l’altro, l’asterisco di “Bandiera arancione” del Touring Club. E’ quanto emerso venerdì scorso nel chiostro longobardo di Santa Maria Nuova a Viterbo a margine di un vivace incontro guidato con garbo da Giuseppe Rescifina per la presentazione del romanzo “Il mistero del Moai” di Raffaele D’Orazi (Serena Edizioni) sostenuto da Amerigo Bazzoffia e Silvia Somigli. In apertura il console del Touring Vincenzo Ceniti – autore peraltro di un articolo sul Moai con foto di Sergio Galeotti apparso sulla rivista di giugno del Tci  – ha ricordato le vicende della sua realizzazione in gran parte dovuta a Renzo Anselmi, titolare dell’omonima cava, che in quegli anni mise a disposizione il blocco di peperino e i suoi impianti.

Gli appeal per Vitorchiano ci sarebbero tutti, soprattutto se si facesse buon uso delle leggende su alcune iatture che il monolite arrecherebbe a chi si azzardasse di rimuoverlo dal sito dove dopo era stato inizialmente collocato. E nel piccolo paese della Tuscia è accaduto proprio questo,  poiché dalla primitiva sistemazione di fronte a porta Romana venne spostato e piazzato nel’area camper di largo Salimbeni lungo la strada per Grotte Santo Stefano. Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Arrecherebbe felicità accarezzandogli l’ombelico. Messaggio turistico da non trascurare.

Vitorchiano farebbe bene, dunque, a creare un “caso Moai” per potenziare le sue attrazioni storiche e monumentali. Ricordiamole. Abitato di impianto medievale ben ordinato, cinto da mura castellane, abbarbicato con le unghie ad uno sperone tufaceo a strapiombo su due orridi; un titolo  nobiliare di rango come “Fedele” a Roma in seguito a lotte fratricide contro Viterbo (Romano imperio summa fidelitas); il  santuario campestre del patrono San Michele; un archivio storico esclusivo con documenti risalenti al Duecento;  la Chiesa di San Nicola affollata da sorprendenti affreschi a più mani di varie epoche; la casetta dove  Santa Rosa visse in esilio. Se poi ci sediamo a tavola in una delle trattorie del posto, dobbiamo ammettere che i “cavatelli”, sorta di  spaghettoni  acqua e farina tirati a mano e conditi con salsa di pomodoro fresco, aglio, olio, peperoncino e finocchio selvatico (meglio con uno spolvero di pecorino romano) sono un’autentica specialità

Alla fine non conta dove il Moai è posizionato. Malefici a parte – come sostenuto da Renato Petroselli tra il pubblico –  quello che realmente vale è una sua più convinta utilizzazione nel  brand di Vitorchiano.

ConsoleTouringClub Viterbo                                                                                                                                  

 Nelle foto, Renzo Anselmi e un  momento dell’incontro

 

 

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