Nel muoversi tra impegni, incontri e apparizioni pubbliche incontriamo Rosa Maria Purchiaroni in questa pausa pasquale per condividere la sua esperienza di professionista che si occupa di formazione, progettazione e gestione di attività educative per l’infanzia e l’adolescenza. Un dottorato in Scienze dell’Educazione e una specializzazione in pedagogia, un percorso di studi unito a una passione per la materia con un interesse per il mondo educativo da che ne ha memoria, una voce instancabile nel promuovere la cultura della conoscenza e dell’ascolto profondo con la volontà di guidare chiunque abbia a cuore il benessere dei nostri figli in questa contemporaneità che ce li dimostra, totalmente fragili. Rosa Maria, viterbese doc, è una mamma e una nonna felice di due deliziosi nipotini. In un momento in cui l’adolescenza evidenzia un forte disagio cerchiamo con lei di capire cosa significhi essere genitori: dove ritrovare la capacità di guardare il mondo con gli occhi dei piccoli e saper percepire la necessità di proteggere la loro fragilità in un’era digitale sempre più complessa.
Proviamo a farci accompagnare in una riflessione che sappia toccare la sfera genitoriale, anche a seguito dei più recenti episodi di violenza nelle scuole italiane.
Partiamo dai diritti dell’infanzia, a che punto sono?
Persistono, purtroppo, ancora distanze importanti tra teoria e buone prassi. Viviamo un momento sociale delicato che si confronta con disuguaglianze socio-economiche, contesti migratori e tecnologia digitale. C’è ancora da fare affinché i diritti dei bambini e delle bambine si configurino in una dinamicità educativa proficua, che richiede un costante lavoro educativo di sperimentazione e di collegialità sociale, culturale e politico per essere reso concreto nei contesti di vita quotidiana.
Il valore dell’ascolto: ascoltare è un atto d’amore?
L’ascolto, in educazione, è la cornice della “Cura” (la Pedagogia della Cura): implica sospensione del giudizio e riconoscimento dell’altro. Può dirsi un atto d’amore non come semplice posizione affettiva bensì come pratica educativa di miglioramento Significa collocare al centro della comunicazione la persona ed accompagnarla nella relazione lasciandola libera di farlo secondo le proprie potenzialità.
Qual è il contributo urgente alla protezione dei minori?
Operare in ambito educativo con una logica preventiva e sistemica: supportare (soprattutto con la formazione) contesti educativi capaci di individuare precocemente gli indici di rischio. Significa attenzionare la qualità dei servizi e delle progettazioni educative, riconoscere ai bambini e alle bambine il ruolo di soggetti attivi, ascoltati e coinvolti nei processi che riguardano il loro sviluppo evolutivo. La tutela dei minori è un ambito complesso, in cui l’intervento educativo deve tener conto degli aspetti: giuridici, relazionali e delle responsabilità istituzionali, non solo per proteggere ma anche per promuovere il futuro di una società di adulti responsabili e capaci di partecipazione consapevole alla propria quotidianità. Noi pedagogisti e operatori in ambito educativo abbiamo il dovere di rileggere periodicamente le nostre esperienze professionali per ottimizzare i processi di progettazione e i contesti di intervento.
Come mettere in pratica gli insegnamenti nel quotidiano?
Sapendo progettare attività consistenti nel costruire contesti prevedibili e affidabili, riconoscere alla persona la centralità dell’azione educativa, riflettere quotidianamente sul proprio operare educativo (la pedagogia del “fare”). Significa interrogarsi, ogni giorno, mentre si compiono le azioni e dopo averle svolte. In questa prospettiva, la pedagogia del “fare” diventa pratica consapevole sul soggetto coinvolto e in relazione alle sue potenzialità si trasforma in apprendimento.
Il suo lavoro non si è fermato alle pareti dello studio: è arrivato nelle scuole e nelle istituzioni nazionali. A suo parere cosa le istituzioni devono ancora fare? Quali sono le urgenze?
Un cammino esperienziale, il mio di sicuro risultato, vissuto e condiviso nei vari settori di docenza e di pubblica amministrazione che ha segnato il passo. Oggi ritengo urgente che le istituzioni rafforzino interventi integrati anche per l’adolescenza, con percorsi che sostengano lo sviluppo delle competenze emotive, relazionali e metacognitive, favorendo continuità educativa tra scuola, servizi e comunità, così da promuovere una crescita equilibrata e resiliente in questa fascia di età.
Maria Rita Parsi insisteva nel ribadire che essere genitori è una responsabilità civile, prima ancora che privata. Condivide?
Condivido pienamente: essere genitori è una responsabilità civile e morale, perché ogni scelta educativa contribuisce non solo all’evoluzione della persona, ma anche alla costruzione di un tessuto collettivo importante che conduce al benessere della società. La genitorialità, vista in chiave pedagogica, implica un impegno mirato a influenzare il futuro di una comunità in connessione con scuole, istituzioni e contesti sociali (continuità educativa verticale e orizzontale). Il tutto pensato a sostenere minori e famiglie con interventi educativi e opportunità di partecipazione sociale integrati.
Nella vita quotidiana di famiglia, la pressione a “fare tutto bene” può diventare un rumore di fondo costante. Quanto questa pressione è subita dai figli?
Ogni genitore ha delle aspettative spesso molto elevate nei confronti dei propri figli che cercano anche un riconoscimento come “persona” e come “ presenza autentica” dove attenzione, ascolto e accoglienza del loro mondo interiore consiste nel sostenere: fiducia, sicurezza e sviluppo delle competenze sociali ed emotive, ben più di qualsiasi prova o scelta “perfetta” nella vita quotidiana. Non a caso si inizia a parlare di pro socialità fin dalla più tenera età, quando l’adulto è un modello preziosissimo per avviare processi di costruzione della propria modalità di relazione con gli altri.
Cosa serve davvero ai figli per non sentirsi invisibili?
Francesco d’Assisi parlava di creature: ogni essere umano come realtà unica, degna di rispetto, parte di un disegno più grande. Questa visione restituisce profondità antropologica all’educazione. Il ragazzo non è un fascicolo, non è un caso sociale, non è una diagnosi. È una creatura, portatrice di dignità, guardandolo, osservandolo cambia il nostro modo di educare. Significa riconoscere nella Creaturalità anche quella dimensione affettiva della persona. L’educazione deve integrare sapere, saper fare, saper essere.
Qual è il tempo che a bambini e ragazzi comunica valore e spesso diminuisce la necessità di cercare attenzione con comportamenti eccessivi o provocatori?
“Tu conti” è un messaggio emotivo che si trasmette attraverso comportamenti e azioni capaci di comunicare la presenza affettiva dell’adulto nei confronti del minore. Il tempo in cui questo messaggio viene veicolato è qualitativo, cioè di sostanza, più che quantitativo. Ciò che conta non sono le ore trascorse insieme, ma come l’adulto vive quei momenti condivisi, sia con bambini che con adolescenti. Il minore trae da questa condivisione ciò che gli serve per costruire la conoscenza nell’infanzia o per consolidare e ottimizzare competenze già acquisite nell’adolescenza, perfezionando comportamenti e abilità che lo preparano al confronto con la vita.
Cosa dovrebbero imparare i giovani e che ruolo hanno i genitori e gli insegnanti in tal senso?
I giovani debbono essere accompagnati a sviluppare una consapevolezza che li porti a un atteggiamento riflessivo sul proprio agire e a costruire un progetto di vita individuale, sollecitando la capacità di sognare e di progettare il futuro. Spesso, anche studenti universitari non hanno ancora una prospettiva concreta e questo è implicabile a fattori sociali e culturali più vasti: una globalizzazione che enfatizza il consumo “usa e getta”, la pressione dei social, le distrazioni futili e altre fragilità sociali contribuiscono a indebolire la capacità dei giovani di decidere e di progettare in modo prevedibile.
I modelli genitoriali non coerenti rispetto ai bisogni dei figli. La famiglia, ha un ruolo centrale nel fornire sicurezza, attenzione e guida, mentre gli insegnanti hanno la responsabilità di mediare conoscenze, stimolare riflessione critica e sostenere la costruzione di competenze emotive e sociali.
La scuola lavora già su queste tematiche con progetti, collaborazioni con le famiglie e la rete dei servizi territoriali, ma permangono difficoltà nella comunicazione e nell’allineamento tra genitori, insegnanti e istituzioni. È fondamentale rafforzare la formazione degli insegnanti sulla comunicazione con le famiglie e consolidare la collaborazione tra scuola e servizi sociali.
L’autorevolezza è una guida ferma e insieme affettiva capace di tenere la rotta?
Assolutamente sì, ritengo che l’autorevolezza sia una guida ferma ma al contempo affettiva, capace di tenere la rotta. Infanzia e adolescenza hanno bisogno dei “no”, che non sono semplici divieti, ma strumenti che permettono di crescere. I divieti, spiegati senza coercizione ma con attenzione protettiva, aiutano i ragazzi a comprendere le alternative possibili e le conseguenze dei propri comportamenti. Nei primi anni di vita, questo processo introduce i primi rudimenti della regola e della responsabilità. Con l’età scolare, tali esperienze vengono elaborate a livello concettuale e astratto: i ragazzi sviluppano metacognizione, flessibilità cognitiva e capacità di riflettere sul proprio agire, l’autorevolezza non è solo controllo o imposizione, ma guida alla costruzione di autonomia, consapevolezza e competenze emotive e cognitive, fondamentali per la crescita armonica del minore.
Dalla sua esperienza maturata come funzionario al Comune di Viterbo e come docente nell’area di Ricerca Infanzia e Adolescenza, come è lo stato dei nidi e delle scuole a Viterbo e provincia, tenendo conto di una scuola sempre più multiculturale…
Esiste una solida base di servizi educativi e figure professionali impegnate, ma permangono sfide strutturali e culturali. In una scuola sempre più multiculturale, l’accoglienza e l’inclusione non possono essere considerate solo da un punto di vista normativo, ma devono diventare progettualità redatte su criteri fondanti che necessitano di un cambiamento su più fronti, a partire dalla formazione fondamentale per un cambiamento declinato sulla pratica. Si palesa l’esigenza utile a sviluppare un’intenzionalità educativa omogenea sul territorio, attraverso il contributo di tutte le strutture educative coinvolte.
I figli osservano molto più di quanto ascoltino?
I figli percepiscono e sentono, i loro comportamenti filtrano attraverso ciò che vedono e ricevono dall’adulto: gesti, atteggiamenti, modalità di relazione e coerenza tra parole e azioni. L’esperienza diretta diventa così uno strumento potente per interiorizzare regole, valori e modalità di interazione, mentre la verbalizzazione, se coerente con l’agire dell’adulto, rafforza la comprensione e accompagna il bambino o l’adolescente verso la consapevolezza di sé.
Il messaggio finale è chiaro: “Il tempo che conta non è quello che resta”…
Il messaggio è semplice ma essenziale: ai nostri figli va dedicato “il tempo che conta, non quello che resta”. Allo stesso modo, la chiarezza dei ruoli e la collaborazione tra le figure professionali sono il cuore di un’educazione efficace, capace di affrontare le sfide contemporanee e di arricchire la didattica senza impoverirla.
Quale sarà il suo prossimo intervento in cui poterla ascoltare?
Il mio prossimo intervento si terrà il 13 aprile presso l’Aula Magna dell’Istituto Universitario Progetto Uomo (IPU) a Montefiascone, nella sede aggregata dell’Università Pontificia Salesiana, durante il convegno su: “Funzioni esecutive e processi metacognitivi nell’adolescenza: prospettive evolutive, emotive e preventive”. Si tratta del seguito del convegno che avevamo organizzato lo scorso 31 gennaio sull’educazione nella fascia 0/6 anni, con il tema “0/6: il sistema integrato e oltre… cosa accade dopo i 6 anni?”, approfondendo le ricadute di un’educazione affettiva significativa nei primi anni di vita e come queste si declinano nell’adolescenza. La partecipazione è libera.
Ciò che viene dato ai bambini, i bambini lo daranno alla società. (Karl A. Menninger)




























