Sola e scalza. Due ore sul palco. Un monologo ininterrotto in dizione perfetta, non sbaglia una parola, sussurra, urla in napoletano, si cambia di abito e danza, si muove mentre sembra guardare proprio te che sei seduto in platea e mentre senti il suo respiro che si fonde con il tuo, ti chiedi “Ma come fa?”
Se volete capire cos’è un’attrice che incanta con il proprio stile andate a vedere Silvia Santagata, che ha fatto innamorare tutti della sua persona e della sua arte, nello spettacolo da lei immaginato, scritto e diretto Io ti riabilito, in tour nei teatri italiani dal 2020.
La incontriamo in un caldissimo pomeriggio davanti ad un gelato, con ancora viva l’emozione vissuta durante la sua ultima performance del 17 Maggio al Teatro San Leonardo. E’ così che scopriamo il significato della sua arte espressa nella danza.
“Io amo l’Arte e la creatività, questo è quello che subito mi viene da dire per raccontarmi. Sin da molto piccola ho sempre avuto molto chiaro quello che volessi fare e un’ attrazione magnetica per il palcoscenico, soprattutto per la danza classica, ma non ho avuto la possibilità di studiarla.”
Oggi Silvia è un’insegnante di danzaterapia di Spazio Interno a Piazza della Rocca a Viterbo e una ballerina di Fantasia Flamenca, la compagnia viterbese della Maestra Laura Stella, a conferma che il mondo si fa da parte per chi sa dove vuole andare.
Ripercorriamo con lei il suo inizio…
Silvia comincia prestissimo a levare la sua voce. Appena adolescente, ha cominciato a calcare le tavole del palcoscenico; entra nella Compagnia teatrale di Torre del Greco, la sua città, debuttando con “L’ultima violenza”, un testo di Giuseppe Fava, giornalista e regista ucciso da Cosa nostra. Da lì non ha più smesso e viene scritturata da professionisti del teatro; a ventitré anni lavora con Teatro Segreto di Ruggero Cappuccio e gira anche un film nel 2004, “Il sorriso dell’ultima notte”. Collabora poi con il regista teatrale Armando Punzo della Compagnia Della Fortezza nello spettacolo “Naturae” insieme a detenuti attori, “i migliori perché non sono viziati da alcun cliché teatrale e sono liberi, selvaggi.”
Qual è la lezione più importante che ha appreso da questi grandi Maestri?
Sicuramente “la presenza”, la capacità di stare al centro e prendersi la scena; nel laboratorio dinamico che Armando Punzo, grande Maestro per me, tiene all’interno del carcere di Volterra, ho imparato prima di tutto a riconoscere l’urgenza che urla dentro di noi e a leggittimarla. E poi l’importanza di riuscire a rimanere tanto sugli argomenti, grazie alla lettura profonda e continua, a mantenere una posizione di ascolto in un processo creativo anche quando sembra non stia accadendo nulla, e invece sta già succedendo tutto. E’ come essere insieme in un filo rosso, una sorta di contaminazione, Armando Punzo insegna anche solamente con il suo essere lì, senza dettare tecniche. E’ la bellezza di stare nel processo, anche con la frustrazione, senza per forza dover trovare una strada. E’ questo che poi, una volta rimasta sola, mi ha portato ad avere la capacità di ascoltare la mia urgenza e a partorire il mio progetto.
Io ti riabilito è un’opera completamente Sua … come nasce questo testo intimo dal ritmo così serrato, e quanto c’è di autobiografico?
Dall’amore per la scrittura. Ho scritto Io ti riabilto nel 2020, ma molto tempo prima, nel 2009 nasce Mirta, un monologo che è stato anche un corto teatrale. Non è un testo autobiografico, ma parte di questa storia, non so da dove viene. La storia dell’incesto non è la mia, ma appartiene al mio lignaggio femminile, quasi una costellazione …ho sentito un giorno che dovevo essere portavoce di qualcosa, ma l’ho sentito proprio nel corpo, un’emozione intensissima, che sapevo non essere mia, ma che viveva nel tempo e nello spazio.
Era “l’urgenza” di cui abbiamo parlato?
Si.Quella che mi ha fatto prendere la penna e come sotto dettatura ha portato alla luce Mirta, avendo ben chiara la visione del luogo, della casa, delle persone, la madre e la figlia. E’ uscito tutto come un fiume in piena e mi sono fermata solo quando è finita la dettatura.Da questo monologo si sviluppa poi Io ti riabilto che tratta vari temi del femminile, e la fatica, i pesi che le donne di ogni tempo devono portarsi addosso.
E chi riabilita ?
Io riabilito mia madre. Adriana. Lei è morta di malattia a quarantatre anni, giovanissima, avendo subito un’ingiuistizia molto grave. Se noi non abbiamo consapevolezza, ripetiamo nelle nostre vite i traumi del passato; molto probabilmente mia madre si è fatta carico del dolore di quel lignaggio femminile, dove quasi sicuramente è esistita anche la storia di Mirta.La sua morte precoce è anche una morte dovuta a delle emozioni troppo grandi da gestire, tanto dolore, che infine l’ ha uccisa.
Adriana Spadafora. Il nome e il cognome di sua madre che viene proferito ad alta voce dal palcoscenico. E’ un momento molto forte …
Si, chiamare mia madre con il suo nome è per me un modo di restituirle la voce, un tributo alla mia mamma dolce e fragile, una mamma bambina.Sento con chiarezza che quando io sono in scena accade si apre una connessione nel tempo e nello spazio: io sto facendo qualcosa per mia madre e lei sta facendo qualcosa per me. Lo spettacolo è come una cerimonia, io mando luce a mia madre e la aiuto in questo viaggio. Siamo in comunicazione con l’ Invisibile e tra di noi, con Mirta, che sicuramente è esistita, con altre antenate e, in qualche modo, con tutte le donne vittime di violenza che non sono riuscite a raccontare la propria storia.
Come avviene questa riabilitazione?
Raccontare una storia rimane, secondo me, uno degli atti più potenti che abbiamo per riabilitare le persone … ma, soprattutto, siamo salvi quando riusciamo a trasformare il dolore in potere.Compiendo delle azioni potenti, noi contribuiamo a trasformare il dolore in forza.Se non permettiamo che il male ci abbrutisca, l’abisso diventa la perla preziosa e grande occasione di conoscienza, coscienza, autocoscienza … E poi dobbiamo impegnarci nella restituzione, che può essere in molti modi, sempre aiutando gli altri. Io ho preferito il teatro, questa “architettura effimera che però dialoga con l’invisibile” e lavora su piani altri per cambiare qualcosa. E ho scelto di mangiarmela la vita, e non di farmi mangiare: infatti, in un primo momento, per il nome dello spettacolo avevo pensato anche a “Io ti ribalto” perché mi piace molto questa visione di rovesciamento.
Il corpo, la Sua fisicità e la Sua sensualità, nello spettacolo non sono solo coreografia. Come si prepara per mettersi a nudo in modo così intenso?
E’ un corpo che risponde, che vibra con le parole. E’ palpitante con le parole.Il corpo degli attori deve compiere una grande opera di sottrazione, togliere, fare un lavoro di vuoto per poter essere a disposizione.Io sto sul palco a piedi scalzi e mi immagino che siano radici che assorbono tutta l’energia della Terra, come un albero che s’immerge dal basso nelle profondità,ma che si eleva verso il cielo con i suoi rami. Un albero fiorito.Farlo tante volte mi aiuta ad essere sempre più libera, ogni volta è una scoperta, come in una storia d’amore dove l’incontro con questo testo e con il mio corpo non è mai uguale.
Quanto è presente l’influenza della Sua terra nella vita come nell’arte?
Molto. Io sento il Vesuvio dentro perché sono nata a Torre del Greco, alle falde del vulcano sul mare, con la sua sabbia nera, quindi direi che più che napoletana io mi sento “vesuviana”, mi appartiene un’ energia di fuoco.La lava fa parte di me, come anche le tinte forti dei paesi del Sud, essendo io anche siciliana da parte di madre. M vivere lì è molto faticoso, c’è un’ intensità troppo densa e sono dovuta andare via.
E’ stata definita “magnetica”. Pensa che sia una dote naturale o che la si possa perfezionare con lo studio?
Io credo che ci si nasca, e che il potenziale è presente in ognuno di noi, ma spesso ne siamo inconsapevoli. Ci sono persone che non lo sanno e quindi sembra che non lo diventino fino a quando non trovano il coraggio di aderire a se stessi.
Quali sono i prossimi progetti?
Sto lavorando ad un progetto sulla preistoria basato sugli studi dell’archeologa Marija Gimbutas che ha indagato le società gilaniche del Neolitico. Ancora non ci sono delle vere evidenze scientifiche, ma molto probabilmente sono state delle comunità matriarcali e pacifiche. Poi, sarò impegnata nel campo estivo come educatrice che si terrà a Pescasseroli dal 27 Giugno al 4 Luglio organizzato dall’ Albero della Tuscia insieme a giovani dagli otto ai diciotto anni. E’ un bel progetto che educa alla libertà, al consenso, all’amore per la Natura.
Com’è per lei vivere nella Tuscia e cosa si immagina per il futuro?
Io amo molto questa terra antica, culla degli Etruschi, un popolo che si è molto evoluto nel tempo. La sento come un posto pieno di magia, perché anche qui esiste un vulcano e poi, tanta acqua, i laghi, il mare, le cascate, le terme … una natura molto accogliente e in un certo senso, ancora molto rurale. Soffro un po’ della poca vivacità culturale.
Il mio auspicio è che si possa tutti insieme portare più fermento in questo territorio con più formazione, più conoscenza, mantenendo la sua essenza antica.
Locandina dello spettacolo tenutosi al San Leonardo


























