Da qualche anno, per la Marcia commemorativa sui Fatti viterbesi del 1921-22 che si tiene tradizionalmente al Cimitero di San Lazzaro verso la metà di luglio, si è deciso di estendere l’omaggio anche a quanti fossero stati protagonisti delle circostanze rievocate pur non avendovi lasciato la vita. Perciò, la prima sosta spetta ora alla tomba di Duilio Mainella, forse l’unica figura di spicco in queste circostanze ad avere avuto poi una certa carriera politica a livello locale, e che moriva cinquant’anni fa, il 30 luglio 1972.
Nato il 6 gennaio 1895, Mainella aveva iniziato a lavorare nelle cave di peperino come scalpellino, cioè parte di quella categoria che a Viterbo rappresentava l’avanguardia operaia, capace di conseguire grandi conquiste sindacali nel Primo dopoguerra, proprio quando Mainella prende a farsi notare da agitatore. È un fervente repubblicano, in una città dove il Partito repubblicano italiano (Pri) è ben radicato, affonda le radici nel Risorgimento democratico ed ottiene risultati elettorali ben oltre le percentuali nazionali. Nel 1920 Mainella è elencato dai carabinieri tra le persone “che per i precedenti e per l’ascendente tra le masse organizzate, sono ritenute più pericolose in caso di eventuali disordini di carattere rivoluzionario”.
L’anno successivo, il fatto che dà l’avvio ad un ciclo di lotte contro l’affermazione del fascismo nel Viterbese, concluso solo con la promulgazione delle Leggi fascistissime del 1926. Il 2 maggio 1921, in piazza del Teatro, si tiene il comizio dell’Unione nazionale (la coalizione tra liberali, nazionalisti e fascisti voluta da Giolitti) per le Politiche. Non appena prende la parola il candidato Giuseppe Bottai, come molti fascisti della prima ora ex repubblicano, Mainella sale su uno sgabello ed inizia con lui un contraddittorio a voce alta. Ne nascono disordini: i fascisti si vedono costretti a sciogliere il comizio e, in piazza della Rocca, per coprire la ritirata nella loro sede, sparano sui contestatori uccidendo Antonio Prosperoni.
Due mesi dopo, “il noto sovversivo Duilio Mainella”, come lo descrive la Pubblica sicurezza, pur non risultando iscritto agli Arditi del popolo, prende parte attiva alla sollevazione che caccerà i fascisti dalla città con le Tre giornate di Viterbo (10-12 luglio 1921).
Nei primi anni del Regime, Mainella è al fianco di un altro autorevole esponente del repubblicanesimo locale, l’avvocato Achille Battaglia, per impedire la fascistizzazione dell’Associazione nazionale combattenti (Anc), poi sciolta per “attività antinazionale”.
Nel Ventennio, Mainella, che frattanto aveva aperto la sua bottega di marmista, è ovviamente una delle personalità più sorvegliate a Viterbo, ripetutamente ammonito ed arrestato. A tal proposito c’è un episodio raccontato dal Combattente partigiano Nello Marignoli:
«Eh, me lo ricordo Duilio Mainella, che lo trascinavano pe’ strada co’ le catene, e dietro quella pora donna de la moje, che piagneva.
Duilio, c’ aveva la bottega de marmista a via de’ Magliatori, su pe’ San Faustino, vicino a casa mia. Noi abitavamo a via de le Piagge.
Una volta, era d’estate, passava ‘n robivecchi, ’no stracciarolo, pe’ le case, e strillava: “Robbivecchi, è arrivato robbivecchi!”.
Duilio stava a fa’ le vie, stava a fa’ li numeri civici. Era subito doppo pranzo: ‘n silenzio che te sentivano pure su la luna. E Duilio se mise a strilla’: “Eh, robivecchi, robivecchi! Vedrai che mo’ famo tutti la fine de costui”.
Doppo ’n po’ arrivavano le guardie che lo portavano a Santa Maria in Gradi…».
Con la Repubblica sociale italiana, Mainella, come molti storici dissidenti repubblicani, sarà avvicinato dalle autorità di Salò nel nome della realizzazione del progetto mazziniano: il motto “Repubblica sociale”, va ricordato, era nel simbolo del Pri prima del Fascismo. Mainella rigettava l’offerta ed entrava nella Giunta militare clandestina.
Poco dopo la Liberazione di Viterbo, nel settembre 1944, Mainella è intervistato da Alessandro Vismara per “Il Bulicame”, ed inizia proprio ricostruendo gli incidenti del 2 maggio 1921. Il Pri, ed in parte anche il Partito d’azione, al contrario delle altre forze antifasciste che affidavano incarichi dirigenziali a personalità venute da fuori, ha alla guida storici esponenti del posto, già attivi nella contrapposizione all’avanzata fascista e nella cospirazione antifascista. Tra l’altro, quello repubblicano risulta in quei frangenti il partito più intransigente: in dissenso con azionisti e social – comunisti, non ha infatti abbandonato la pregiudiziale antimonarchica. Una radicalità che, intercettando il voto dei delusi dalle altre forze di sinistra, sarà premiata alle Amministrative del 1946, con il Pri secondo partito a Viterbo, dopo la Dc.
Negli istanti successivi alla Liberazione, la bandiera rossa con l’edera del Pri aveva sventolato assieme a quelle social – comuniste sulla Torre civica del Comune ma i repubblicani, rompendo con la propria tradizione rivoluzionaria e sovversivistica, ben presto optano per il costituendo blocco occidentale avvicinandosi quindi alla Dc.
Mainella è tra gli estensori locali di questa svolta e, difatti, per l’occasione, gli verrà regalato dagli amici un cappello del prete.
Quest’uomo, “duro e tenace come i massi di peperino che tagliava e scolpiva con le sue mani callose ed abilissime”, secondo le parole di don Salvatore Del Ciuco, nell’Italia repubblicana si impegnerà soprattutto sul fronte degli artigiani e sarà, in politica, Consigliere ed Assessore comunale.
Duilio Mainella muore a settantasette anni, mentre è in degenza in clinica. I funerali, al canto della Marsigliese, si tengono in uno dei luoghi più prestigiosi per la memoria cittadina: il Sacrario ai caduti, con gli omaggi di tutto il locale panorama associativo, sindacale e politico democratico. Il feretro sarà accompagnato dalle musiche del compositore che più amava: Chopin.
Nell’orazione funebre, il tipografo Sauro Sorbini definisce Mainella “Il Leone di Viterbo, l’ultimo dei grandi viterbesi antichi, il primo dei moderni, repubblicano per mezzo, anarchico per fine”. Sorbini, con l’occasione, fa anche appello per l’intestazione di una via, proponendo la piazzetta che si affaccia su via Aurelio Saffi, destinata invece a ricordare Mario Fani, dopo essere stata intestata a Giordano Bruno.
A Mainella sarebbe, invece, spettata una strada nella località artigianale del Poggino, mentre il Triumviro della Repubblica romana avrebbe continuato a convivere, nella toponomastica viterbese, con il fondatore dell’Azione cattolica.
Bibliografia
- Antifascisti nel Casellario politico centrale, a cura dell’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti, Roma, Vol. 11, p. 399.
- Silvio Antonini, Faremo a fassela, Gli Arditi del popolo e l’avvento del fascismo nella città di Viterbo e nell’Alto Lazio, 1921-1925, Viterbo, Sette città, 2011.
- Sandro De Amicis, Combattenti tra democrazia e fascismo, L’Associazione nazionale combattenti di Viterbo, 1919-1925, Viterbo, Sette città, 2019.
- Salvatore Del Ciuco, Viterbo, Storie della sua gente, Viterbo, 1991, pp. 146-149.
- Sauro Sorbini, Orazione funebre in morte di Duilio Mainella, Viterbo, Union Printing, 1982

























