Tuscia in pillole. “Via col nome”/1

di Vincnzo Ceniti*

“Macel Gattesco”, “Scacciaricci”, “Fattungheri”, “Crochi”. Chi sono? E perché danno il nome ad altrettante vie di Viterbo? Ce lo chiarisce Noris Angeli nel suo libro “Nel nome delle vie” (Tip. Grazini & Mecarini  1995) che a distanza di molti anni dalla sua pubblicazione riprendiamo in mano con rinnovato interesse per saperne di più sulla toponomastica della città nel suo centro storico.

Macel Gattesco mi riguarda da vicino poiché è  la via dove sono nato poco meno di un secolo fa  e dove era attivo dal 1450 il macello della famiglia Gatti, originaria della Bretagna, protagonista nel bene e nel male di tante vicende politiche della città. Pensiamo alla decisione presa da Raniero Gatti nel 1270 (allora Capitano del Popolo) di rinchiudere i cardinali cum clave nel palazzo dei Papi di Viterbo per accelerare l’elezione del nuovo pontefice. Un altro di loro, tale Princivalle Gatti, fece costruire un paio di secoli dopo un macello sotto casa, proprio in quella via Macel Gattesco che da piazza delle Erbe scende oggi alla chiesa degli Almadiani.  Nel 1873 il locale fu destinato a pescheria  e successivamente, fino agli inizi degli anni Sessanta, a sala cinematografica col nome di Ideale, poi Nazionale.

In quanto a Scacciaricci (cui sono intestate sia una via che una piazza nella zona di San Pellegrino), veniamo a sapere che il nome risale ad una famiglia presente nel quartiere  tra Sei-Settecento. Padre e figlio, avevano un’attività commerciale di conce e pellami. Tra i discendenti  anche un prete ed un artigiano fonditore di campane.

Stesso destino anche per via Fattungheri e via Crochi nei pressi di Santa Maria Nuova. La prima, riferita ad una famiglia proveniente da Orbetello, vantava tra Sette-Ottocento tale Stefano canonico di Sant’ Angelo in Spatha e il fratello Filippo, persona illustre e autorevole che abitava al civico 31 di via San Lorenzo. La famiglia Crochi è legata invece al ritrovamento nel 1283 da parte di Giuseppe del Croco, insieme a Giovanni Cipolla, nella zona campestre conosciuta come la Chirichera (lungo l’attuale strada dei Bagni), della tavola bizantina del Salvatore tuttora custodita e venerata nella chiesa di Santa Maria Nuova. Fino ad alcuni anni fa un componente della famiglia Crochi partecipava attivamente alla processione del Salvatore tra le vie del quartiere dove si trova per l’appunto la via omonima.

Restiamo in zona per parlare di via Baciadonne, la più stretta di Viterbo che dà  l’idea di vicinato, comunità e protezione dai male-intenzionati e dai venti di tramontana. Un tempo ci passavano le coppie in odore di affetto.  Lo spazio è talmente ridotto che a mala pena c’è posto per una persona. Se sono in due, possibilmente giovani e uomo e donna, un bacio furtivo si fa molto  probabile.

Baciadonne
Un tratto di via Baciadonne

A via della Marrocca (unisce via Mazzini a via Orologio Vecchio) ci vivevano i Marrocchi che occupavano un’abitazione sopra ad uno dei due archi. Tra il XV e XVI sec. una di loro, tale Faustina, si fece notare per nobiltà e opere di bene. L’intera zona, come ci ricorda Angeli, era conosciuta come la contrada della Marrocca.

Piazza dell’Oca (vecchio nome di piazza della Vittoria presso via Matteotti) e via del Pavone (non molto lontano) farebbero pensare ai due animali. Non è così. Nella prima ci viveva nel 1467 tale Giovanni Antonio figlio di Lorenzo dell’Oca di mestiere “vaccinaro”. A via del Pavone, alle spalle di via Marconi,  era di casa la famiglia Paoni o Pavoni che vantava fin dal 1556 l’iscrizione al patriziato locale. .

Via della Bontà (presso via Garibaldi) non ha nulla a che fare coi “buoni”. Si riferisce piuttosto  all’omonima famiglia di Bernardino di Ubaldo Bontà che l’ha abitata dal Settecento all’Ottocento. Neanche via delle Belle (vicino a via della Bontà) ha a che vedere con le belle ragazze, ma  al nucleo familiare di Francesco Belli apprezzato fonditore di campane che vi lavorava in una bottega del posto.

E che dire di via del Ganfione dietro la Prefettura (oggi unita a piazza del Plebiscito da un “passetto”). Il suo nome è un mistero per molti viterbesi. “Semplice” scrive Noris Angeli: intorno alla metà del Cinquecento, nel vicolo (un tempo sbarrato all’altezza del lavatoio) si trovavano alcuni beni degli eredi di Domenico Canfioni (continua).

 

 

L’autore* 

ceniti

Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

COMMENTA SU FACEBOOK

CONDIVIDI