Sabato 25 luglio, ore 21.15: sul palco del Teatro Romano di Ferento sale Marco Travaglio spaccando il minuto, accolto da un lungo e sentito applauso dalle centinaia di persone che gremivano platea e gradinate per assistere allo spettacolo “Cornuti e contenti. Ma non sarà anche colpa nostra?”, monologo di satira civile introdotto dalle note di “Nuntereggae più”, intramontabile brano di Rino Gaetano che già alla fine degli anni ’70 criticava duramente il potere politico italiano.
Il direttore dell’edizione cartacea de Il Fatto Quotidiano per almeno 2 ore e mezza viviseziona gli ultimi 30 anni di governi nostrani, smontando con sagace ironia tutte le ipocrisie e le balle che l’opinione pubblica da sempre si beve senza quasi mai battere ciglio, grazie anche a un’informazione abitualmente asservita al padrone di turno.
Il giornalista torinese individua punto più basso della politica italiana e, “probabilmente di tutto il globo terracqueo”, nella vicenda di “Ruby Rubacuori”, al secolo Karima El Mahroug, fermata a Milano per furto nel maggio del 2010, ancora minorenne. Per evitare il suo affidamento in una comunità protetta, Berlusconi, all’epoca primo ministro, interviene tempestivamente con la questura sostenendo che la ragazza, di origine marocchina, fosse la nipote dell’allora presidente egiziano Mubarak e mandandola a prendere da Nicole Minetti, dal 2010 al 2012 consigliera regionale della Lombardia per il PdL, poi condannata in via definitiva per favoreggiamento e induzione alla prostituzione, anche minorile nel processo “Ruby Bis”.
Tra i deputati pronti a giurare alla Camera nell’aprile del 2011 sul legame di parentela tra la diversamente maggiorenne marocchina e il presidente egiziano, Travaglio elenca figure istituzionali tuttora di primo piano quali Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Guido Crosetto e Raffaele Fitto, soltanto per citarne alcuni, visto che alla fine a Montecitorio la votazione si chiuse con 315 voti favorevoli e 298 contrari.
Un baratro istituzionale da cui, a rigor di logica, non si sarebbe potuto far altro che risalire. E, invece, da decenni il Belpaese è rimasto impantanato nella melma del malaffare e della corruzione, affidandosi sempre e solo a chi usa slogan vuoti per accaparrarsi poltrone, guardandosi bene dall’approcciare alle reali criticità della nazione. Responsabilità che vengono addebitate senza sconti anche a chi ora siede ai banchi dell’opposizione, come Piero Fassino, Matteo Renzi, Carlo Calenda…
Una disamina avvilente quella portata in scena da Marca Travaglio, che però offre al pubblico lo spunto per recuperare quella spinta dal basso e riconsolidare il potere della società civile, in primis esercitando il diritto di voto. “Altrimenti – avverte il giornalista – rischiamo di fare tutti la fine della rana bollita che, gettata in acqua bollente, salta subito fuori ma se viene immersa nell’acqua riscaldata gradualmente, si abitua fino a morire perché quando avverte che il calore è diventato insopportabile, è lessa e non ha più la forza di tirarsi fuori”.


























