Fabio Galadini, fare cultura lontano dai grandi centri per riscoprire l’arte e il patrimonio dei luoghi

di Sara Grassotti

Fabio Galadini- Ph Betarice Banditelli

Un curriculum di rilievo quello di Fabio Galadini, 60 anni il prossimo ferragosto e civitonico doc, che negli anni ‘90 inizia l’attività di direttore artistico e promotore culturale e dal 1993 è direttore artistico del Civitafestival, il più longevo della Tuscia con le sue 38 edizioni e fra i più prestigiosi festival multidisciplinari nel circuito nazionale. Un progetto nato nel 1989 con il nome di “Musica dai Borgia”, che prevedeva una breve rassegna di musica da camera nel Cortile Minore del Forte, rivoluzionato già a partire dal 1995 con la visione di Galadini, che lo trasforma in Civitafestival, dandogli i tratti che ancora oggi lo identificano: la trasversalità delle discipline artistiche selezionate e il connubio tra tradizione e innovazione, rendendolo indiscutibilmente il principale attrattore culturale di Civita Castellana.

Durante una rovente mattinata di metà giugno, ci racconta la sua passione per arte e cultura e il suo viscerale legame con il territorio Agro Falisco…

 

Ha scelto di restare nella Tuscia, nel paese dove ha sempre vissuto, conosciuto in passato come la Stalingrado del Lazio, cosa ha perso negli anni e cosa invece ha guadagnato… Oggi come vede Civita Castellana?

“Storicamente Civita Castellana rappresenta un’anomalia per la provincia di Viterbo, ma forse anche per l’Italia. Nel secondo dopo guerra, sono nate numerose fabbriche che hanno rafforzato il tessuto sociale della comunità, dando vita a una rete di sevizi, presa come modello di riferimento persino dall’Emilia Romagna negli anni ’70. Poi le fabbriche sono diventate imprese, ma questo non ha influito sugli equilibri sociali della città, dove tuttora non esiste una netta distinzione tra classe dominante e classe subalterna. Oggi, dopo trent’anni di rivalutazione culturale, ritrovo una realtà capace di accantonare ogni forma di autoreferenzialità ed evitare inutili competizioni interne”.

Quando ha capito che l’amore per l’arte poteva diventare un mestiere?

“Arte e cultura hanno sempre fatto parte della mia vita. Ho iniziato lavorando alla fine degli anni ‘80 nella ricerca all’Università di Salerno alla cattedra di Estetica di Mario Costa, mio Maestro e ho ottenuto anche incarichi di cattedra a contratto. Ciò che per me conta è che l’orizzonte di arte e cultura non abbia bandiere ma coscienza critica per far evolvere i diversi progetti, senza per forza mirare al gigantismo dei numeri ma puntando piuttosto sulla qualità”.

Come si è trasformata – se si è trasformata – negli anni e attraverso le esperienze maturate la sua idea di progetto culturale?

“È naturale che il quadro contenutistico che c’era negli anni ‘80/’90 era differente rispetto a quello attuale. Nel corso degli anni, il Civitafestival è cresciuto a livello esponenziale, includendo oltre alla musica, la danza, il teatro e l’arte contemporanea per ampliare la proposta e coinvolgere una platea eterogenea e più vasta. Un’intuizione che ha funzionato, visto che dalla 25ma edizione il festival riceve il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri ed è l’unico nella Tuscia ad averlo ottenuto, a conferma di un’offerta qualitativamente valida. L’essenziale, per far funzionare un progetto, è tenere sempre conto del presente in cui si opera e del pubblico a cui ci si rivolge”.

Civita Festival edizione 2025
Civitafestival, edizione 2025

Industria e Cultura in Terra Falisca, un marchio che connota il Civitafestival. È lo “spazio” in cui le varie e fondamentali realtà produttive del territorio collaborano tra loro per raggiungere un obiettivo comune. È una strategia vincente?

“Non ho mai avuto problemi con nessuna delle Amministrazioni che si sono avvicendate in quasi quarant’anni, a prescindere dal colore politico, e ho trovato sempre una generosa disponibilità da parte dell’imprenditoria locale. Il sostegno degli sponsor è fondamentale per garantire un festival di spessore, quindi sì: penso che l’idea di coinvolgerli in un evento che valorizza il territorio funzioni”.

Oltre alle location monumentali come il Forte Sangallo, il Duomo dei Cosmati, il Chiostro di San Francesco e le chiese romaniche, con il Civita festival Winter da cinque anni vengono riempiti anche luoghi meno convenzionali per gli eventi…

“Sì, dopo il Covid – periodo durante il quale non ci siamo comunque mai fermati – abbiamo avvertito l’esigenza di dilatare il festival e così c’è venuto in mente di utilizzare spazi nuovi, come ad esempio le fabbriche, luoghi comunque storici per Civita che potevano diventare funzionali per ospitare, ad esempio, mostre d’arte contemporanea. Una proposta che ha ricevuto un’ottima risposta sia dai civitonici sia dai turisti”.

Parlando di luoghi che diventano parte integrante dell’esperienza culturale, qual è il suo posto del cuore a Civita Castellana o nella Tuscia?

“Ah, qui mi si coglie proprio nel vivo! Secondo me l’Agro Falisco è un territorio con una concentrazione di patrimonio impressionante: dai borghi ricchi di storia al paesaggio unico che lo caratterizza, senza dimenticare tutte le scoperte archeologiche fatte negli ultimi 20-25 anni con gli scavi coordinati anche da equipe internazionali. Una zona piena di fascino che però non va esposta al turismo di massa, quello che viene comunemente definito ‘mordi e fuggi’… Merita piuttosto un turismo culturale e lento, che si prenda il tempo necessario per assaporare la bellezza da cui siamo circondati”.

Agro Falisco
Uno scorcio di Agro Falisco

 

Foto cover di Betarice Banditelli

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