Edoardo Fabbretti, Nevralgia il nuovo singolo che invita ad ascoltarsi

di Michela Bianchi

Edoardo Fabretti-cover

Ci sono canzoni che nascono per raccontare una storia e altre che sembrano voler aprire un
dialogo prima ancora di iniziarla.

Nevralgia, il nuovo singolo di Edoardo Fabbretti, appartiene forse alla seconda categoria.

Nevralgia

Con il videoclip appena uscito, firmato dal regista viterbese Daniele
Ercolani, il brano mette in scena una seduta di terapia apparentemente ordinaria: un
paziente, uno psicologo, un dialogo che prende forma attraverso le parole della canzone. Nel frattempo scorrono immagini di vita quotidiana. Persone che mangiano, bambini che
giocano, amici che ridono, sguardi rivolti al cielo, la pioggia, piccoli gesti che normalmente
sfuggono all’attenzione.

Frammenti di realtà che si intrecciano a una riflessione più intima e che, scena dopo scena,
conducono a una rivelazione finale: il terapeuta e il paziente sono la stessa persona.

In un tempo in cui siamo abituati ad analizzare ogni emozione, nominare ogni fragilità e
cercare spiegazioni per ogni dolore, Nevralgia sembra porre una domanda più sottile: cosa
succede quando passiamo così tanto tempo a osservare noi stessi da rischiare di diventare
spettatori della nostra stessa vita?

Ne abbiamo parlato con Edoardo Fabretti, a un giorno dall’uscita del videoclip.

La Treccani definisce la nevralgia come un ‘dolore parossistico, violento e di breve
durata, localizzato nel territorio di distribuzione di un nervo sensitivo’. Edoardo, qual è il tuo nervo scoperto? E quale tipo di dolore rappresenta per te Nevralgia?

Nelle canzoni spesso parlo di fragilità. Non so se ho nervi scoperti. Di sicuro non ho denti
da mostrare. Con questa canzone non ho immaginato la Nevralgia come dolore fisico ma
come un peso più o meno importante che tutti abbiamo la sfortuna ma anche il diritto e il
dovere di portare. Nevralgia è quel pensiero che arriva in testa quando meno te lo aspetti.
Il desiderio che non vorresti desiderare.

Quando hai scritto questo brano stavi cercando delle risposte o uno spazio in cui
poter formulare delle domande?

È una canzone piena di domande e povera di risposte. In due parole: Felicità depressa.

Il colpo di scena finale del videoclip ci mostra che il terapeuta e il paziente
coincidono. Non esiste un interlocutore esterno: esiste un dialogo con sé stessi. È una liberazione o una condanna? Perché a volte essere i migliori interpreti di noi stessi significa anche non riuscire più a sorprenderci?

Non posso rispondere in maniera universale. Non sono di certo all’altezza. Parlo di me e della mia esperienza. Credo che la mutua dovrebbe dare modo a tutti di conoscersi meglio
attraverso uno psicologo. Purtroppo non sono mai stato in terapia ma riconosco di averne
bisogno. Se ognuno frequentasse uno psicologo periodicamente vivremmo senza dubbio
ambienti più rilassati. Quello che mi fa “stare a galla” liberandomi dalle “condanne” sono le
persone (molte delle quali nel videoclip) che solo con un sorriso riescono a farmi dimenticare tutto ciò che di negativo scoraggia i miei percorsi. Ecco, forse la terapia per ora è l’armonia nelle persone che mi circondano. Basta stare attenti ed è possibile conoscerci e riconoscerci attraverso gli altri.

Osservare la vita o viverla?

Se la terapia, almeno per ora, sembra trovarsi nelle persone che ci circondano, allora il videoclip di Nevralgia prova a spostare lo sguardo fuori dalla stanza dell’analisi e dentro la vita che accade. Mentre il protagonista dialoga con sé stesso scorrono infatti decine di esistenze diverse: volti, abitudini, incontri. Le immagini di Nevralgia sembrano suggerire che il significato delle cose si nasconda spesso negli interstizi della quotidianità, in ciò che normalmente attraversiamo senza soffermarci.

In un’epoca che premia continuamente l’eccezionale e il fuori scala, cosa ti ha portato a mettere al centro proprio l’ordinario?

Il mio ordinario magari per altri è straordinario e viceversa. I social fanno apparire tutti
perfetti ma se ci spengono i telefoni poi siamo costretti a giardarci in faccia. La faccia quella
vera. Ho solamente ripreso scene che quotidianamente mi circondano perché non sono l’unico protagonista della mia vita. Senza cooprotagonisti il mio film finirebbe prima dei titoli di testa.

Guardando il videoclip si ha quasi la sensazione che la felicità non si trovi in qualcosa di straordinario, ma in ciò che abbiamo smesso di guardare. È una lettura che senti tua?

Di letture se ne possono avere infinite. Nemmeno io riesco a dare una lettura chiara, definita e definitiva alle mie canzoni. Sono sempre più af ascinato dal fatto che ognuno può dare il proprio significato alle parole che un autore scrive. In questo caso ho la sensazione che il videoclip possa assumere ancora più interpretazioni della canzone stessa.

Nel video osservi la vita scorrere da una posizione sospesa. Non intervieni, non
interrompi il flusso delle cose. In alcuni momenti sembra quasi che tu stia guardando il mondo da dietro un vetro. Scrivere canzoni è il tuo modo di partecipare alla realtà o di prenderne le distanze? Ti senti più osservatore o protagonista del mondo che racconti nelle tue canzoni?

Sono sempre stato un osservatore ma anche uno che analizza molto. Mi piace raccontare storie sentite, vissute o inventate. A volte parlano di me, a volte di altri ma nella maggior parte dei casi sono un insieme di storie che ne formano una sola. Entro dentro quell’atmosfera, suono, scrivo e subito dopo esco. Magari per poi rientrarci mille volte. Ci sono canzoni che sembrano quei ricordi che non ricordi più se hai sognato o vissuto.

Una generazione che si osserva

Nevralgia sembra parlare anche a una generazione che riflette continuamente su sé stessa, sui propri limiti e sulle proprie fragilità. Siamo probabilmente la generazione che possiede più strumenti per leggere sé stessa: terapia, divulgazione psicologica, introspezione, consapevolezza emotiva. Eppure sembriamo spesso incapaci di abitare davvero ciò che proviamo. Ti riconosci in questo paradosso?

Abbiamo una serie infinita di strumenti che non sappiamo usare. Siamo bombardati di stimoli che invece di stimolarci ci impigriscono ancora di più.

Pensi che esista il rischio di trasformare ogni emozione in qualcosa da spiegare,
catalogare o risolvere?

Siamo molto vicini a tutto ma ci fermiamo al catalogare. Per risolvere serve l’essere umano. La capacità e la forza di risolvere può avere stimoli esterni ma poi sta a noi quando dialoghiamo senza parlare prima di dormire o in fila alle poste.

Dove si trova Edoardo oggi?

L’immensità delle canzoni credo stia nel loro destino curioso: una volta pubblicate
smettono di appartenere soltanto a chi le ha create. La sensazione che vivi tu quando un tuo singolo diventa di tutti, è comunque positiva?

La sensazione è sempre positiva. È un dono che si fa per arrivare al cuore di chi ascolta. Le mie canzoni sono state per anni solo un file sul computer. Per fortuna ho trovato il coraggio di farle uscire e tutto sommato la cosa mi fa stare bene. Non devo mostrare o dimostrare niente a nessuno. Finché mi diverto continuerò a scrivere e comporre.

Provincia, identità, appartenenza

Se è vero che le canzoni nascono da sole, a contribuire ci sono ogni immagine, ogni parola e atmosfera che affondano inevitabilmente le proprie radici in un luogo. Nel caso di Edoardo, quel luogo ha spesso il profilo della Tuscia, dei suoi paesaggi e di una provincia che continua ad abitare il suo immaginario…

Le immagini di Nevralgia restituiscono un senso di familiarità, ma anche di routine, radici e spazio sicuro. Quanto il territorio in cui vivi influenza il tuo modo di osservare il mondo e di scrivere musica?

Non ho ancora capito se me ne rendo conto ma sicuramente sì. In ogni artista l’influenza del territorio si percepisce già nell’atmosfera delle opere.

Molti artisti sentono la necessità di trasferirsi nelle grandi città per crescere professionalmente. Tu vivi questa attrazione oppure senti che la provincia rappresenti una parte essenziale della tua identità artistica?

Ho vissuto svariati anni a Roma, anche lì ho scritto delle canzoni. Ho capito però che non fa per me la grande città, sono un paesano provinciale. Vivo bene dove sto ma con questo non voglio escludere esperieze in altri contesti. Sia che abiti in provincia sia che abiti in città bisogna sempre artisticamente avere uno sguardo critico per il proprio territorio e aperto per l’esatto opposto. Detto questo, quando mi sveglio la mattina ringrazio Dio (si fa per dire) per avermi dato la fortuna di vivere in Paradiso. Finché avrò questa sensazione farò di tutto per rimanere in Tuscia!

Pensi che un brano come Nevralgia possa arrivare allo stesso modo a chi vive in una grande città?

Credo nel potere delle persone di rendere propria ogni canzone. In fondo a Milano che ne sanno che sto sul Lago di Bolsena. Ops, se leggono questa intervista ora lo sanno. Chiediamo a loro!

Quel “territorio arido e questa mia gente” racconta un luogo reale oppure una
condizione interiore che, prima o poi, tutti attraversiamo?

È un territorio tutto fuorché reale. È un territorio fatto di pensieri e ineguatezza. Nemmeno
“questa mia gente” esiste. Non riesco a immaginare nemmeno una faccia se riascolto la
canzone.

Ironia, musica e futuro

Il videoclip termina con una battuta. Dopo aver attraversato il dolore, i dubbi e
l’autoanalisi, scegli di chiudere con un sorriso. L’autoironia è una forma di difesa o un modo per ricordarci che nessuna riflessione su noi stessi dovrebbe mai prendersi troppo sul serio?

Non prendo mai nulla sul serio. Rifletto su tutto ma allo stesso tempo ci ironizzo su. È una
forma di difesa? Forse sì. So per certo che è un modo per alleggerire anche i peggiori problemi. Un espediente che mi ha aiutato a superare momenti davvero bui.

Quanto è importante l’ironia nel mestiere di chi mette a nudo parole, emozioni e
fragilità?

Sono cresciuto ascoltando Rino Gaetano. In pochi anni di attività ha fatto capire a tutti che si può anche giocare con tematiche importanti. Nel suo caso l’impatto era ancora più duro. Ora io non sono Rino Gaetano e ogni tentativo di chiunque di emularlo sarebbe vano e goffo.

Nel videoclip vediamo bambini e ragazzi suonare la batteria. Sappiamo che oltre a essere una tua grande passione è anche un tuo grande lavoro. Cosa ti porti a casa delle lezioni con i ragazzi e quanto credi sia importante e stimolante la musica in contesti provinciali in cui spesso gli stimoli si riducono ad azioni ripetute?

Ci sono molti ragazzi che si avvicinano alla musica. Alcuni con una passione pazzesca, altri
meno. Da loro imparo tanto ogni giorno. Sono fonte di energia folle. In questo chi studia
batteria eccelle!
Gli stimoli ci sono e come, molti più di quando ero piccolo io. Basta solo saperli cogliere. Chi ha il fuoco dentro si vede dal primo giorno e usa ogni elemento come risorsa.

A proposito di saper cogliere gli stimoli e cercare spazi in cui esser vivi, in cui
condividere e ridere: hai delle date da segnalarci per venirti ad ascoltare?
Per ora no ma so che la PrinProd sta organizzando delle date… Nel frattempo potete ascoltare qualche mia canzone quando mi esibisco con Le Pulci.

 

In attesa delle prossime date, Nevralgia continua il suo viaggio tra ascoltatori,
interpretazioni e significati sempre diversi. Un percorso che, come ci suggerisce
Edoardo, forse non cerca risposte definitive, ma il coraggio di continuare a porsi le
domande… Che siano giuste o solo profondamente sentite.

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