Elisa Iandiorio, viterbese classe 1982, è parte di quella schiera d’imprenditrici e professioniste innovatrici che caratterizzano il nostro territorio, incidendo sulla trasformazione in diversi settori, tradizionali e innovativi.
È un’Innovation Manager e consulente strategica che opera all’intersezione tra impresa, istituzioni e formazione. Collabora con il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è docente universitaria e autrice del volume “Strategie e strumenti per guidare l’innovazione in azienda. Intelligenza artificiale e Big Data”.
Connettività per tutti significa aumentare le opportunità di apprendere, di cercare lavoro e di fare impresa. E’ davvero così?
Elisa Iandiorio, una laurea in “Trade marketing e strategie commerciali”, laurea specialistica presso l’Università degli Studi di Parma facoltà di Economia con tesi di ricerca dal titolo “Micromarketing e category management: quale rapporto?”. Un votazione brillante: 110/110 e lode. Ritornata a Viterbo nel 2010, ha costruito un percorso che si muove oggi nel business economico.
“Mollare tutto” per Elisa ha significato dedicarsi al proprio progetto personale: costruire una professione tutta sua secondo i dettami del concetto creare valori attraverso i valori.
L’abbiamo incontrata per condividere con lei la sua esperienza e la sua visione capace di affrontare le grandi sfide contemporanee.
Lei si occupa essenzialmente di sviluppo dell’innovazione aziendale, intelligenza artificiale e digital trasformation. Quali settori economici e quali soggetti sociali saranno i maggiori beneficiari della digitalizzazione e quale i più penalizzati?
Non tutti partono dalle stesse condizioni, ed è da qui che bisogna muoversi. Alcuni settori – come finanza, servizi e manifattura evoluta – stanno già beneficiando della digitalizzazione, ma il vero punto non è il settore: sono le attività. Le ricerche più recenti, come quella di Anthropic di marzo 2026, mostrano che l’impatto dell’AI riguarda soprattutto il lavoro cognitivo e decisionale, molto meno quello operativo.
In che termini?
Significa che il rischio non è tanto “essere sostituiti”, ma restare esclusi dal cambiamento. Chi ha accesso a competenze e strumenti sarà avvantaggiato, gli altri rischiano di rimanere indietro. La digitalizzazione non è neutra: amplifica ciò che trova. Sta a noi decidere se ridurre le distanze o aumentarle.
Occorre sviluppare competenze interne, costruire una cultura aziendale orientata all’innovazione e integrare l’AI in modo etico e sostenibile?
Sì, ma il punto non è dichiararlo: è farlo davvero. Sviluppare competenze interne e costruire una cultura dell’innovazione non significa aggiungere nuovi strumenti, ma cambiare il modo in cui le organizzazioni prendono decisioni. L’AI funziona quando è integrata nei processi, non quando resta un progetto parallelo.Il tema etico e della sostenibilità non è un livello successivo, ma parte della progettazione: riguarda i dati, gli obiettivi e l’impatto che si vuole generare.Il rischio oggi non è usare troppo l’AI, ma usarla senza metodo. E senza metodo, l’innovazione difficilmente diventa valore.
Chi decide cosa deve fare e in quale contesto?
Si tratta di un cambiamento non tecnico ma culturale. L’AI può fare molte cose, ma sempre entro i confini che le vengono dati. Non decide da sola: risponde a obiettivi, dati e contesti definiti dalle persone. E’ più corretto concentrarsi su cosa vogliamo che faccia. E questa è una responsabilità umana, non tecnologica.Il vero cambiamento,non è tecnico ma culturale. Richiede alle organizzazioni di ripensare il modo in cui prendono decisioni, definiscono le priorità e gestiscono il rapporto tra automazione e responsabilità. L’AI non sostituisce il pensiero: lo rende più necessario. Sta a noi decidere come usarla e in quale direzione orientarla.
Borghi Maestri è uno degli ultimi progetti in cui entra in partnership con Confartigianato Viterbo, in collaborazione con Tuscia Film Fest. Ci può dire di più?
Borghi Maestri è un progetto promosso da Confartigianato e realizzato con il contributo della Camera di Commercio di Viterbo-Rieti e della Camera di Commercio di Roma, che nasce dall’idea di valorizzare il territorio attraverso ciò che lo rende unico: le competenze, le storie e le identità locali. La collaborazione con Confartigianato Viterbo e Tuscia Film Fest va proprio in questa direzione: mettere in relazione tradizione e innovazione, utilizzando anche strumenti digitali per dare visibilità e nuove opportunità a realtà che spesso restano marginali nei grandi circuiti. Il fine non è solo raccontare i borghi, ma creare connessioni – tra imprese, cultura e comunità – che possano generare valore nel tempo.L’innovazione funziona davvero quando non sostituisce i territori, ma li rende più leggibili e accessibili.
Nel suo contesto (scuola, ente, azienda, professione) ha deciso dove l’AI deve stare? E dove invece non deve entrare?
Credo sia necessario chiarire dove può davvero generare valore.Nel mio lavoro la utilizzo come supporto ai processi decisionali, all’analisi e alla progettazione: è uno strumento potente, soprattutto quando aiuta a leggere la complessità e a prendere decisioni più consapevoli. Allo stesso tempo, ci sono ambiti in cui è giusto porre dei limiti. L’AI non può sostituire il pensiero critico, la responsabilità e la relazione umana, soprattutto nei contesti formativi e nelle scelte strategiche. Il punto non è evitare che venga usata per semplificare ciò che richiede comprensione. L’AI è utile quando aumenta la qualità del lavoro, non quando lo sostituisce in modo automatico evitando di pensare.
Il suo studio punta sulla trasformazione digitale, assistendo le imprese in questo percorso quali sono i suggerimenti operativi per l’imprenditoria di oggi e domani.
Molte imprese introducono strumenti digitali senza aver chiarito dove vogliono generare valore. La trasformazione digitale funziona quando è guidata da obiettivi chiari, non dall’urgenza di “dover innovare”. Nel lavoro che svolgo al fianco delle imprese, vedo spesso quanto sia importante costruire nel tempo competenze interne, soprattutto nella capacità di leggere i dati e supportare le decisioni.Un altro elemento chiave è adottare un approccio graduale e sperimentale: l’innovazione non è un progetto da chiudere, ma un processo continuo che richiede metodo, misurazione e adattamento.Il rischio più grande oggi non è restare fermi, ma muoversi senza direzione.
Fondare uno studio tutto suo con il senno dell’oggi è stata una decisione giusta?
E’ stata una scelta coerente con una fase del mio percorso. Non è stato un passaggio immediato né semplice: ha richiesto coraggio, continuità e la capacità di gestire anche momenti di incertezza. Ma mi ha dato la possibilità di sviluppare un modo di lavorare flessibile, in dialogo con contesti diversi imprese, istituzioni e università.
Che insegnamento ne ha tratto?
Il tempo mi ha permesso di capire che è una scelta che evolve insieme alle esperienze e alle responsabilità che si assumono. Con il senno di oggi, rifarei quella scelta, ma con una maggiore consapevolezza del fatto che il valore sta nel percorso e nelle connessioni che si costruiscono, più che nella forma organizzativa.
“Creare valore” è una delle espressioni più usate in azienda e, forse, anche una delle meno definite?
E’ una delle espressioni più usate e spesso anche una delle meno chiarite. “Creare valore” viene utilizzato come un concetto quasi automatico, ma raramente ci si ferma a definire per chi, in che modo e con quali risultati. Senza questa chiarezza, rischia di diventare solo una formula.Il valore cambia a seconda del contesto: per un’azienda può essere crescita economica, ma anche efficienza, posizionamento o capacità di innovare nel tempo.
Quanto l’impatto o l’innovazione giocano un ruolo significativo. Ci faccia degli esempi di successo…
L’impatto e l’innovazione giocano un ruolo significativo quando sono collegati a risultati concreti e misurabili. Senza entrare in casi specifici, sempre più spesso si vedono aziende che utilizzano i dati per supportare le decisioni commerciali, migliorando non solo le performance ma anche la capacità di interpretare il mercato. Oppure realtà che integrano l’intelligenza artificiale nei processi interni, non per sostituire il lavoro, ma per renderlo più efficace e focalizzato Un’organizzazione crea valore quando riesce a rendere coerenti obiettivi economici, operativi e strategici, senza perdere di vista il contesto in cui opera.
Come concilia il suo ruolo di madre… Come educa suo figlio rispetto al suo indirizzo, alle sue scelte?
Il mio lavoro è impegnativo, ma cerco di viverlo con coerenza anche nel ruolo di madre, trasmettendo prima di tutto un modo di stare nelle cose: curiosità, senso di responsabilità e capacità di adattarsi. Non penso sia utile indirizzare le scelte, quanto piuttosto offrire strumenti per comprenderle. In un contesto che cambia così rapidamente, credo sia più importante imparare a leggere la realtà che inseguire percorsi già definiti.Se c’è un valore che cerco di trasmettere è proprio questo: non avere tutte le risposte, ma sviluppare la capacità di porsi le domande giuste. E devo dire che su questo mio figlio è già molto avanti: di domande ne fa parecchie, alcune anche molto difficili… Tanto che il suo soprannome è “Piccolo Sheldon” (The Big Bang Theory).
Viterbo e la contemporaneità: qual è il gap più significante e quale l’urgenza?
Viterbo ha molte potenzialità, ma la contemporaneità non è solo una questione di strumenti o infrastrutture: è soprattutto un tema culturale. Il gap più significativo è nella capacità di fare sistema. Ci sono competenze, iniziative e realtà di valore, ma spesso non sono sufficientemente connesse tra loro. L’urgenza, quindi, non è solo innovare, ma creare le condizioni perché l’innovazione possa circolare: mettere in relazione imprese, istituzioni, formazione e territorio in modo più strutturato.
Si e mai pentita di esserci tornata a vivere?
Ci sono stati momenti in cui me lo sono chiesta, perché tornare a vivere qui significa confrontarsi ogni giorno con limiti e complessità, e non sempre è facile. Ci sono contesti in cui alcune cose funzionano in modo più immediato, dove le opportunità sembrano più accessibili. E inevitabilmente il confronto viene naturale. Però, col tempo, ho capito che il punto non è tanto ciò che un luogo ti offre, ma ciò che ti permette di costruire. È una scelta che rifarei, proprio perché mi ha costretto – in senso positivo – a costruire, non solo a cogliere ciò che già esiste.
In un sistema economico che continua a trascurare il potenziale delle donne, Elisa Iandiorio è la dimostrazione concreta di come la professionalità femminile possa essere leva di trasformazione per il nostro territorio, contribuendo a generare un nuovo paradigma più equo e conforme alla lettura del presente.

























