
Il Mulo e l’Alpino di Xhuliano Dule, Aleksandros Memetaj e Yoris Petrillo in scena al Supercinema di Tuscania
Approda al Supercinema di Tuscania, domenica 22 marzo (ore 18.00) Il Mulo e l’Alpino, spettacolo di Xhuliano Dule, Aleksandros Memetaj, Yoris Petrillo, ispirato a una storia vera.
Bassano del Grappa, 1940. Giuseppe Beghin, per tutti Bepi, riceve la cartolina militare – “gialla come il pus” – che lo manda in Albania. È l’anno della grande guerra voluta dal Duce, promessa come campagna rapida e gloriosa. Ma Bepi non è un eroe, non è un soldato, non è neppure interessato alla politica. Ama solo due cose: la madre e la Gina, la sua vacca.
Al fronte scopre la realtà: fame, gelo, malattia e morte. Niente vittorie, niente gloria. Relegato nelle retrovie, diventa il conducente di un mulo, battezzato Grappa come la montagna che si porta nel cuore. Con lui stringe un legame profondo, quasi umano: un animale testardo che più volte gli salva la vita. Ma ciò che la guerra non gli strappa con le armi lo divora col tempo: i compagni, gli amici, i desideri, la fiducia nella vita. Sfiancato dalla violenza e dal gelo, Bepi trova il coraggio di compiere il suo unico atto di ribellione: disertare. Nella fuga incontra Doruntina, una donna anch’essa ferita dalla guerra. Insieme cercano di ritagliare un fragile angolo di paradiso: un letto caldo, un gesto di cura, un brandello di normalità. Ma la guerra è un fantasma insaziabile che torna sempre a bussare, questa volta vestito di nuove divise, e vuole reclamare l’unica cosa che lo Stato reclama sempre come pegno: la vita di ogni uomo.
Contesto Storico
L’Invasione Italiana dei Balcani 1940 Il contesto storico di “Il Mulo e l’Alpino” si colloca nel periodo tumultuoso della Seconda Guerra Mondiale, con particolare focus sulla guerra tra Italia e Grecia combattuta sui monti dell’Albania. Sotto la guida di Benito Mussolini, l’Italia avviò questa operazione con l’intento di espandere il suo dominio nei Balcani, per consolidare il potere e ottenere risorse strategiche in vista di un conflitto che si stava intensificando in Europa. Mussolini, fiducioso di una rapida vittoria, proclamò che la guerra sarebbe stata “lampo e indolore”. Tuttavia, la realtà si rivelò ben diversa. La campagna contro la Grecia, che si sarebbe dovuta concludere rapidamente, si trasformò in un conflitto prolungato e dispendioso. Gli italiani si trovarono a dover affrontare non solo un nemico ben preparato, ma anche le dure condizioni invernali, che complicarono ulteriormente le operazioni militari.
L’invasione italiana della Grecia attraverso l’Albania non fu un evento isolato, ma si inserì in un contesto più ampio di conflitto e resistenza. La resistenza greca si rivelò un ostacolo significativo, portando l’Italia a chiedere l’intervento della Germania nazista. Questo cambiò drasticamente le dinamiche del conflitto. La guerra si trasformò in una guerra di logoramento, in cui i soldati italiani, tra cui Bepi, si trovarono spesso privi di risorse e demoralizzati. Le linee del fronte divennero instabili, e le perdite umane si moltiplicarono.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la situazione in Albania divenne ancora più complessa. Molti soldati italiani, tra cui coloro che erano rimasti bloccati in Albania, si trovarono di fronte a nuove scelte. Alcuni si arresero, altri passarono nelle file tedesche, mentre altri ancora si unirono ai partigiani albanesi. La paura della vendetta e della repressione da parte dei nuovi occupanti comunisti, guidati da Enver Hoxha, portò a un aumento dell’insicurezza tra gli italiani.
L’occupazione comunista dell’Albania dopo la guerra comportò l’implementazione di una politica di chiusura verso il mondo esterno, portando a un isolamento che sarebbe durato fino agli anni ’90. Questo contesto storico, caratterizzato da disillusione e lutti, è fondamentale per comprendere le esperienze dei soldati e dei civili coinvolti.
Il personaggio di Bepi incarna la figura di molti soldati italiani che, nel contesto della guerra, affrontavano conflitti interiori. Non tutti erano convinti sostenitori del regime fascista; molti si sentivano intrappolati in una guerra che non comprendevano e che li costringeva a combattere. La pigrizia ideologica di Bepi rappresenta un atteggiamento diffuso tra coloro che non riuscivano a identificarsi con l’ideologia fascista, ma che si trovavano comunque coinvolti nel conflitto. La storia di Bepi diventa, quindi, una riflessione sulla diserzione, sulla paura e sulla ricerca di un’identità in un periodo di caos.
Foto di Valeria Tomasulo


















